Andale ad Andalo#7 – L’Epilogo (giuro)

Segue da Andale ad Andalo#6

Venti minuti dopo, e dico esattamente venti minuti dopo, la Divisione alpina “Tridentina” de Noantri viene accolta tra le mura del rifugio e dodici comodi posti a sedere. Il fatto stesso che la stima dei “venti minuti” di attesa sia stata rispettata già predispone bene, senza contare che la fame – in mezzo a quel bailamme di piatti e ganasce masticanti – è giunta a dei livelli da crampi urlanti nello stomaco.

Quando entriamo, la formazione, sebbene sfilacciata a causa dell’intenso traffico di camerieri, dal passo veloce e determinato (se entri in rotta di collisione, non si spostano), si ricompatta oltre una porta dove sono pronti due tavoli.

Il gruppo viene colto dall’esitazione: dividersi e stare più comodi oppure stringersi e stare tutti insieme. L’anima terrona prevale. Anche perché il gruppo è prevalentemente terrone.

Il tavolo occupa lo spazioso angolo tra due porte: una interna, da cui siamo entrati, una che dà verso l’esterno della terrazza.  Quasi di forma quadrata, il tavolo è molto ampio e due lati sono muniti di panche appoggiate al muro.

Viene così confermato il motto della “Tridentina” de Noantri e cioè: non si lascia mai nessuno indietro, ma soprattutto a un altro tavolo.

Il calcolo per stimare se il tavolo possa accogliere tutta la truppa è stato,  non solo approssimativo – per necessità vista la palpabile ansia dei camerieri – e pure ottimistico: nonostante la metà degli occupanti fosse di taglia diversamente alta, non si è calcolato l’ingombro degli arti superiori e dell’abbigliamento pesante.

Si decide subito di non creare un gruppo compatto di nanerottoli. Si opta strategicamente per una “dispersione” del pargolame tra gli adulti. È il momento di concentrarsi su un unico obiettivo: il cibo.

Comincia l’Inferno. I nanerottoli al momento della scelta del cibo sono refrattari a qualsiasi suggerimento del savio e più esperto genitore. Non basterebbe, nell’ordine, l’Artusi, il Marchesi e il Veronelli per fargli cambiare idea. È legittimo che, nel contesto alpino di Cima Paganella, un genitore provi a condividere con i propri pargoli anche il viaggio gastronomico, alla scoperta di gusti nuovi all’insegna della freschezza e genuinità della tradizione trentina. Alla fine, si opta per: pasta in banco o al sugo, patatine fritte, cotolette.

Nell’attesa, un tripudio di aromi, che stuzzicano l’appetito e scie di profumi dei piatti portati dai camerieri-freccia-argento, creano un mix letale alla Matrix del “primo assaggio della cucina”: una delizia per la vista, l’olfatto, ma non ancora per il palato.

Consegnata la carta dei Menù si spalancano le porte del Paradiso. La carta dei Vini non è da meno: offre un buon numero di etichette, con un’ampia scelta, chiaramente di origine trentina e atesina. Vini che il maschio  in versione “single” o “mandrillo” non deve sottovalutare: il loro aroma fruttato e profumato incontra il favore femminile in speciale modo e quindi si rivelano ottimi per le cene romantiche, cui si voglia dare un seguito…

Giunge il momento tanto atteso: chemmimangio.

La ricchezza del Menù diventa un’arma a doppio taglio. Tipicamente si scelgono in sequenza tre-quattro piatti, optando per il quinto, tirato quasi a sorte sotto la pressione del cameriere e degli altri commensali.

Comincia (di nuovo) l’Inferno. La ricerca di conferme o l’esternazione dei propri dubbi al gruppo è la prassi, così come sono accettati i suggerimenti per “sentito dire da parte di un amico di un amico di mio zio che era stato in un posto tipo-questo”. Le suggestioni alla Matrix, causate dalla carenza di zuccheri creano effetti Morgana a go-go: continui ripensamenti e improvvisi dubbi dell’Amleto affamato. Una banale scelta che compiamo con una certa frequenza diventa LA Scelta.  A tavola esiste uno dei fenomeni più significativi e sottovalutati di “sliding doors”.  Intanto, un vuoto pulsante nello stomaco crea un effetto Scilla e Cariddi, che risucchia i pensieri e li attira verso parti meno nobili del corpo, ponendo le basi per risultati di cui ci pentiremo.

Gli affettati, l’immancabile “tagliere” è un antipasto sempre gradevole da queste parti e si presenta bene; i formaggi sono meno d’impatto, ma legano bene con il vino fruttato. Aggiungete il tipico pane brezel (o pretzel) come se piovesse e i succhi gastrici sono ormai dilagati come gli Unni sulle terre italiche. E fanno altrettanti danni.

Iniziano le “sante alleanze” tra opposti occupanti del tavolo, che concordano di scegliere ognuno un piatto e poi dividerlo. Se queste alleanze, però, vengono strette da marito e moglie, rischiano di avere gli stessi effetti della pratica dell’ “orsetto” a Risiko, ovvero l’infame pratica di allearsi con un giocatore, continuando a scambiarsi un territorio sul quale viene lasciata sempre una sola armata di difesa. Tale condotta di gioco porta ad alleanze a scapito degli altri giocatori, anche se in palese violazione dello spirito sportivo che dovrebbe animare il gioco (a Risiko, spirito sportivo?!?), ma finisce inevitabilmente a schifìo quando uno dei due “alleati” decide unilateralmente di spezzare il sacro vincolo e scaricare un mucchio di armate su quel territorio. Così succede anche nelle alleanze gastronomiche tra moglie e marito, spesso a favore della prima: la moglie, dapprima simula preoccupazione per calorie e grassi in eccesso, una volta davanti ai piatti fumanti, si trasforma in una pressa idraulica.

Il personale del rifugio è allenato a questo delirio di folla affamata: piede fermo e gamba veloce, falcata senza incertezza. Vale la regola imparata in Africa per gli ippopotami e lo specchio d’acqua: mai frapporsi tra il cameriere con piatto in mano e tavolo di destinazione.  Alle domande dei clienti, che vagano ancora nel limbo degli antipasti, dei primi, dei secondi, rispondono con stringato comunicato e freddo distacco. Non c’è partecipazione o suggerimento a una clientela affamata, che non sa se e quando ritornerà a quota 2120 metri e che – legittimamente – vorrebbe suggellare il ricordo della zima la pù bela de pù bele no ghe n’è, con un’abbuffata alla Bud Spencer e Terence Hill.

In fondo, la fame non è tanto quella “vera”, cioè il bisogno fisiologico di cibo, ma è emotiva. Il cibo che consumiamo, quando e come lo mangiamo, è spesso guidato dalle emozioni. Il bisogno di assumere cibo è comunque di natura psicologica.

Tra i piatti tipici si trovano varianti anche un po’ particolari e stuzzicanti. In particolare, i canederli al burro, polpettoni morbidi e sazianti,  che, rispetto alla canonica variante al brodo, forniscono calorie a nastro.

La tentazione qui è di casa. Il buon Gesù, per fortuna, capitò nel nulla del deserto e il Gran Satanasso non avrebbe incassato il due di picche se avesse avuto a disposizione: capriolo in salmì con la polenta, la zuppa di orzo o ancora i ravioloni di cervo al profumo di ginepro o quelli ai porcini, le pappardelle fatte in casa al ragù di selvaggina o lo stracotto di guanciale al Teroldego, la tagliata di manzo con verdura alla griglia e la pancia di maialino con mele e purè’ di patate.

Sebbene siamo a 2120 metri e, dalla terrazza naturale antistante al rifugio, si possa godere di una stupenda vista delle Dolomiti del Brenta, qui i piatti di pesce si sprecano: bavette allo scoglio, spaghetti alle vongole, grigliate di astici e gamberoni sono praticamente su ogni tavolo. La gentile clientela sembra gradire questo contrasto “mare-monti”

Già nell’episodio precedente ho mandato tuoni e saette al banchetto sulla terrazza che offre ostriche e champagne (c’è anche l’alternativa più “plebea” di prosciutto crudo tagliato a mano e spritz). Comprendo la tradizione del pesce essiccato, che ha unito popolazioni e culture diverse, e  da queste parti si rifà alla tradizione del baccalà alla Vicentina, servito con fumante polenta. Ma ostriche e champagne e bavette allo scoglio, vanno oltre: buttate oltre il baratro che si apre sotto la terrazza a 2120 metri.

Con il ben di Dio che le tradizionali ricette di montagna offrono non c’è mazzancolla che tenga: polente, formaggio fuso e funghi, uova- patate-e-speck, spezzatini di carne, zuppe calde, la Carne Salada e fasoi, il carpaccio di Carne Salada accompagnato da scaglie di parmigiano, olio e limone. Amo la cucina di pesce e non metto in dubbio che al rifugio “La Roda” si mangi anche bene, ma “sasicce e friarielle” infilato dentro a un mezzo palatone deve essere mangiato sugli spalti dello Stadio San Paolo in attesa della partita: ha un gusto speciale.

Perciò io punto decisamente a un trittico di polenta: con funghi, formaggio grigliato e sugo. Non cado nel tranello della “santa alleanza” con mia moglie, che sceglie l’orzotto con mirtilli e ginepro. Piatto dal nome altisonante e ispiratore di gusti raffinati e ricercati, ma all’assaggio rivelatosi “leggerino” e privo di quella sana risposta entusiastica delle papille gustative e sordo suono di pieno dello stomaco.

Così fa il resto del gruppo affidandosi alla tradizione trentina. Tiziana sceglie il “tagliere” di affettati e formaggi, Chiara l’orzotto con mirtilli e ginepro.

Vi sono inoltre tre menu dedicati, che propongono abbinamenti di diversi piatti davvero succulenti, per potere ordinare con rapidità, garantirsi un pasto sostanzioso e ritornare con slancio (?!?) alla sana attività sportiva: il menu dello Sciatore, dello Snowboarder e del Biker.

Tony e Paolo, molto pragmaticamente, aderiscono al menu dello Snowboarder, sebbene il primo abbia messo per la prima volta i piedi su una tavola due giorni prima e il secondo sia sciatore convinto: fettuccine al ragù di cervo, salsiccia e polenta.

Il tutto innaffiato da birra fresca, che è una mano-santa visto la calda giornata di sole.

Gran finale: il dessert.

La carta dei Dolci è un colpo basso alle nostre buone intenzioni di “vivere sano”. Prima e durante il pranzo o cena, i buoni propositi sono accettati. Come il corso di studi all’Università: l’inizio e tutto l’anno accademico è lastricato di obiettivi sfidanti e buoni propositi; alla fine, ti ritrovi con la metà degli esami che avevi previsto.

Così prima e durante il pranzo, a meno di essere partiti con l’intento di “sfondarsi”, si cerca di stare attenti, quantomeno di non esagerare, di equilibrare le calorie, fosse pure per un mero calcolo di capienza dello stomaco per trovare posto all’ “assaggio” di tutto il possibile; al momento del dessert, se non sei Gesù, non hai speranze di resistere alla tentazione: posso resistere a un tortino di noci tiepido con mirtilli e crema…posso resistere a uno strudel fatto in casa…posso resistere…Non posso resistere già alla seconda voce della carta dei Dolci.

Lo strudel ha grande successo presso le donne della truppa e ancora, a distanza di quasi due mesi da questa vacanza, se ne parla con i lucciconi agli occhi e la bavetta agli estremi della bocca. Fatto in casa e come Cristo – che nel deserto ce l’ha fatta, ma a Cima Paganella ha ceduto alla tentazione – comanda.

Tony e io puntiamo risolutamente sul bombardino.

Il bombardino a La Roda è ‘na bOmbA!

Bombardino a “La Roda”: obiettivo raggiunto (con tanto di trofeo!)

Se già non avessi seri limiti espressivi nella lingua madre e potessi rendere in versi l’esperienza, dedicherei un’ode al bombardino!

Disponibile in differenti varianti, abbiamo scelto la tradizione: panna, zabaione caldo, brandy e caffè. Non ho fatto un foto perché non sono capace a fotografare e odio decisamente fotografare i cibi, però – only for your eyes – ne ho trovata una in giro per la Rete del bombardino a “La Roda”.

Il bombardino a La Roda è una ragione di esistere di tutte le Dolomiti del Brenta

Questo bombardino è ‘na guerra. Definizione napoletana per intendere qualcosa di devastantemente buono. Alcolico ma senza sovrastare il vellutato e dolce dello zabaione, un rincorrersi di gusto ed ebbrezza, una sensazione di lasciarsi andare a un abbraccio, non molesto dell’eccesso di alcol, ma confortante del dolce.

Una botta ipercalorica tale che, a parte la Grande Muraglia Cinese, l’unica cosa visibile sulla Terra a occhio nudo dalla Luna è la mia glicemia.

La prova che con il bombardino ho raggiunto il Valhalla (sebbene di terronica nascita) viene da una frase che pronuncio, farfugliando qualcosa di inenarrabile, che suscita l’ilarità generale e che può ascriversi come la minchiata epocale della vacanza. Nell’osannare l’eccezionale bontà del bombardino, nel retro-cranio si fa strada la meraviglia, quasi incredulità, come certi ingredienti possano creare un mix così perfetto, in particolare come un liquore come il vov, di cui non mi definisco un “fan”, possa scalare la classifica degli alcolici e trionfare al primo posto. È come se il Costa d’Avorio avesse vinto contro il Brasile alla Finale di Coppa del Mondo.  Ahimè, il pensiero quando passa dal retro-cranio alla zona frontale e viene espresso in pubblico subisce un effetto “bombardato”: “Certo che il voLvO è…”.

Avrei voluto concludere con un “fantastco”, esprimere il concetto dei singoli ingredienti banali che creano un mix incredibilmente perfetto, che il vov non mi ha mai entusiasmato e invece oggi si becca un “10” e promozione cum laude. E invece che ho detto? voLvO. Una marca svedese di automobili.

Mi accorgo sull’ultima “o” di avere pronunciato una minchiata da kolossal hollywoodiano, freno, ma l’alcol già ha (r)allentato qualsiasi tipo di freno, inchiodo sull’affermazione che avrei voluto proferire e la terza persona singolare del verbo “essere” m’inchioda alle mie responsabilità. Non faccio in tempo a terminare il pensiero che la risata di tutti scoppia fragorosa. In silenzio, realizzo che i miei compagni serberanno il ricordo di me in questa vacanza per i motivi sbagliati: sarò ricordato per una minchiata (tra le tante) che ho detto.

Dal Vangelo secondo RedBavon 23, 34-35

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che si perdono.

In verità io ti dico: oggi con il bombardino sono nel paradiso”

Dopo il dolce, c’è il salato. No, non abbiamo iniziato nuovamente con un tagliere di affettati. Il conto è salato.  I prezzi di questo rifugio sono più alti rispetto alla media, cosa prevedibile già dall’arrivo alla vista dell’affollato banchetto con ostriche e champagnino. Altre considerazioni se i prezzi siano adeguati al luogo, anzi alla “lochéscion”,  alla qualità e quantità del cibo e altre amenità da stelle, cucchiai e palle le lascio agli espertOni che abbondano sulla Rete.

Una  breve sosta-siEsta resa obbligatoria per evitare che il nostro stomaco ci trascinasse d’inerzia a valle. Ci stabiliamo nella zona delle sdraio, anzi degli “sdraiati” sulle sdraio. I bambini giocano a terra in circolo, ma evidentemente sono una presenza non gradita nella pace della terrazza che – almeno a giudicare dai resti di cibo – deve essere quella VIP: ostriche, calici di champagne e prosecc(hin)o, bicchieri di spritz e bombardini vuoti.

Troppo “plebeo” sedersi a tavola e abbuffarsi, il vero sportivo ed esperto della montagna, si riposa in vetta, butta giù un prosecchino, puntella la fame con qualcosa di leggero, prosciuttino di Praga o ostriche, e poi di nuovo ad arare la neve. Ad arare i campi, li manderei!

Non appena i bambini, seduti sulla neve, iniziano con il loro ciagolare e chiacchiericcio allegro, neanche avessero mollato un gas nervino, la zona circostante viene evacuata dai presenti ed evitata dagli altri. Un paio di innervositi “sdraiati” sollevano le proprie sedute e si spostano, sbuffando poco più in là. Ero in disparte a fumare una sigaretta, quando mi passano accanto e sono testimone della loro espressione infastidita e di qualche trattenuta mala parola al nostro indirizzo.

Finita la sigaretta, faccio ritorno al gruppo e mi spiaggio a terra come una balena stanca di vivere. Osservo i nanerottoli giocare con la neve, fiero e orgoglioso che non abbiamo dei bambini, ma un super-potere: l’effetto maganello-sfollagente del Celerino incainato abbestia che carica un corteo di manifestanti.

È ora di ritornare.

Di nuovo sulla seggiovia. Fallisco l’aggancio del sedile con mia moglie e il piccolo Diego. Jacopo e io ce ne scendiamo da soli: gli ometti della famiglia. Intimità di ricordi tra lui e me, chissà se ne rimarrà traccia.

Mi aspetta la risalita dell’Olimpionica 2 a piedi. Un primo breve tratto assai ripido e poi una salita più moderata, tuttavia con una pendenza progressiva fino all’Ultima Cabinovia (da cui trarrò un film thriller, forse horror…).

Già all’andata avevo compreso che sarebbe stato ardua la risalita, aggravata dalla pesantezza dello stomaco pieno e dalla conseguente legnosità delle gambe. Davanti a me, c’è un terzetto appena sceso dalla seggiovia: due uomini e una donna. La donna ha totalmente sbagliato le calzature, saranno stati i fumi dell’alcol, ma a me è parso di vedere delle “ballerine” ai piedi. Fatto sta che la calzatura della donna è inadeguata sul manto compatto di neve e il suo grip è identico a quello delle mani imbevute d’olio. Se non fosse per i due “cavalieri” (appiedati) che la sostengono tenendola per le braccia, la donna scenderebbe a valle come slavina.

I primi passi e già capisco che sarà dura. Metto un po’ di distanza tra me e il trittico-con-donna a rischio di “strike!” e inizio a puntare i piedi nella neve. In breve, il fiato è un lontano ricordo di quando calcavo il manto erboso delle gare campestri (in prima media), mi abbarbico all’unica forza che mi rimane: evitare di fare una figuradimmerda rotolando giù per il pendio. Me ne frego del gruppo e parto in capo-cordata. In breve, distanzio il gruppo rallentato dai bimbi, guadagnando la “vetta”, ovvero la parte dove la salita ripida diventa più dolce. L’arrivo “in vetta” mi ha fatto capire come può fulminarti un infarto in una splendida giornata di sole, trascorsa in allegria con i propri cari e amici.

In “vetta” mi fermo e guardo indietro. Il cuore batte all’impazzata, sta ballando una rumba scatenata. Respiro a fatica e tutte le energie e ossigeno sono dirette ai polmoni e saDddio cosa mi è rimasto di sano. Sembra l’allarme su una nave dopo che si è aperta una falla: tutti accorrono a riparare, a tamponare.

Guardo verso il resto della nostra Divisione alpina “Tridentina” de Noantri. Il cuore batte,  ribatte e si sbatte. Ho un quattro pistoni che battono in testa: sistole, diastole, extra-sistole, extra-diastole. Guardando il gruppo che risale, con l’unico fiato che mi rimane, poco più di un flebile sfiato, modulo le labbra mentre l’aria fuoriesce in una maledizione pregna di affetto: “Mort…cci vostra!”.

THE END

Credits: i miei più sinceri ringraziamenti per questa mia prima tragica settimana bianca a Manuela, Tiziana, Chiara, Tony, Paolo, tutti i pargoli che ci hanno rallegrato e animato le nostre giornate, alle Dolomiti del Brenta, al bombardino de “La Roda” e al mio cuore che non mi ha mollato.

Tutti gli episodi di: “Andale ad Andalo – La Mia Prima Tragica Settimana Bianca”

 

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42 responses to “Andale ad Andalo#7 – L’Epilogo (giuro)

  • silviatico

    Minchia signor tenente, avrebbe cantato un vecchio tizio di qualche annetto fa: ma che razza di storia ci hai ammannito, compadre! Manco Dante, Erodoto e Omero sarebbero riusciti a descrivere meglio una uscita così epica e drammaticamente sconvolgente. Dante per la complessità della scrittura e per la descrizione di bolge e gironi così fedele e partecipata. Solo che a lui sarà mancata la cucina tridentina ad ispirarlo. Quindi un punto in meno a lui ed alla sua opera che, al confronto, sembra una bazzeccola che non spaventa ma nemmeno stimola succhi gastrici. E nemmeno nel paradiso riesce a rendere cosa possa mai essere, mancandogli sempre la cucina, i sapori e le primizie tridentine di cui hai potuto avvalerti tu. E per dire di Erodoto: la sue storie, al confronto della tua narrazione, sembrano acquetta di risciacquo da non poterci nemmeno lavare i piatti del vostro abbuffarvi luculliano. E di Omero? Credo che gli sia difettato il coraggio e la verve poetica necessaria per descrivere con la stessa enfasi della tua scalata alla montagna, nel raccontare del duello tra Achille ed Ettore… Insomma Compadre: mi hai fatto venire un languorino che andrò subito a riempire…
    Complimenti: è stato un piacere immenso leggerti. Mostri la stoffa del miglior scrittore in circolazione…

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    • redbavon

      Ommadonnina aiutami tu! Hai citato due su tre dei miei scrittori preferiti, poi il padre della lingua che io crocifiggo ogniqualvolta mi viene da sbattermi alla tastiera e poi che cosa hai fatto? Hai cantato le lodi del pelide (nel senso che ha pochi peli sulla testa) Claudio, sopravvissuto alla montagna manco fosse Teseo nel labirinto del Minotauro. Io mi inchino a cotanto generoso commento e ringrazio sommamente per il fatto c’è un commento così non mi fa sentire l’unico che scrive a slavina e fanculo a quelli che vedono il post e sanno dire solo che “è lungo”. Va la’ leggetevi i bigliettini dei Baci Perugina che sono alla vostra portata! Silviatico e io andiamo lunghi anche sui commenti tanto voi non riuscirete mai a leggere fino a qui. Tuo Compadre Muy Feliz

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      • silviatico

        Non essere troppo modesto: non ho voluto farti secco citando P.G.Woodehouse, per non farti montare la testa. Però, se continui così, credo che mi costrigerai a scomodarlo…

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      • redbavon

        Per carità mettiti comodo e non scomodare nessuno. A me basta che continuiamo con i nostri scambi. Non è modestia, ma insegnamento della Storia Antica: quando i generali romani venivano portati in trionfo per le strade di Roma, la folla acclamante, sulla biga accanto al generale c’era sempre chi, tenendogli la corona d’alloro sospesa sul capo, gli sussurrava continuamente che era solo un uomo. Poi come aviatore ho imparato a volare basso: i radar non ti individuano e i missili non ti trovano. Compadre ancora gtazie e salutami il tuo amico Woodehouse. #woodehousestaisereno

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      • silviatico

        Ma guarda che, quando i generali romani andavano in trionfo, era perchè ci avevano almeno 5.000(cinquemila) teste di nemici mozzate appresso: prova ad immaginare che partitone tra il pubblico e popolo. E avevi voglia a sussurragli, come faceva Redford ai cavalli in un suo film: quello non intendeva nemmeno una patata… Aviatore tu? Perdindirindina! Saresti forse un emulo del famoso Barone rosso? Ecco perchè”Bavonrojo”! Racconta racconta, mia caro top gun…

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      • redbavon

        Beh certo non ci ho mai creduto che il generale non credesse di essere un Dio in terra. E vorrei pure vedere! Però, mi è sempre piaciuta questa saggezza antica, che poi si è sempre rivelata corrispondere a una verità che attraversa il Tempo. Ci sarà qualcosa di vero.
        Aviatore io…mi sarebbe piaciuto. La storia è questa:
        RedBavon è il nick che ho da quando ho imbracciato un joystick, che presto è diventata una cloche…Aviatore di voli sognati, voli visti (Porco Rosso, uno per tutti) e voli simulati (ogni simulazione su PC)…una volta ho pilotato per davvero (sotto attenta supervisione del pilota). Perciò il Bavon Rojo e Icaro, mio caro. Certo ha a che fare con il famoso Manfred…Qualcosa in più sull’origine del nick e di me trovi nell’About (oltre a qualche foto in momento mEGOlomane):
        https://redbavon.wordpress.com/about/
        Poi di avventure in volo qualcuna la trovi qui in giro, si parla dei primordi di questo blog. Qui il RedBavon operativo:
        https://redbavon.wordpress.com/falcon-4-cronaca-missione/

        Poi conosci la mia predilezione per quel gran pirla di Icaro…:)
        Ciao compadre e…per aspera ad astra.

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      • silviatico

        Esaustivo ed esauriente, compadre: tenemos que luchar juntos contra los aviones cabrones… Ahahahahah!!!Sei formidabile anche come pilota di volo simulato. Altro che Tom Cruise di Top gun. Tu sei infinitamente meglio…

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      • redbavon

        Io ti vengo dietro come gregario e ti proteggo a ore sei. Ma vai avanti tu che lo spagnolo non lo spiccico e finisce che ci scoprono che siamo intrusi nel loro spazio aereo. Al massimo posso fischiettare per fare finta di nulla, ma temo che come forma di contromisura con i radar non funzioni…Hai ragione compadre, altro che Top Gun, je song meglio, je song’ TRoP Gun!
        Ahimè negli anni i piaceri della tavola hanno sostituito lo spirito bellicoso, tuttavia mi alzo ancora in volo. La catapulta dalla portaerei è una mano santa…
        la Esquadrilla Silviatica è nata. RedBavon always watching your six!

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      • silviatico

        Non scherziamo: non sono tagliato per fare il tropgun,al massimo potrei essere uno scarsissimogun: guido la mia macchinetta con prudenza e scarsa perizia. Non ce la potrei fare a bucare la contraerea dei “Ponti di Toko-ri”…L’avranno fatto un milione di volte in tv, credo che l’avrai visto anche tu questo film… E poi soffro di mal di mare solo ad andare sulla giostra. Altro che missili sam! Disiamo allora che rimango con i piedi ben saldi per terra e ti ammiro mentre dai una lezione a quegli sporchi musi gialli dei giap. Loro si che se ne intendono di kamikaze…Io, al massimo, potrei usare la catapulta della portaerei per romperci i gusci delle noci…….Hasta luego companero y que te vaya bien……

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      • redbavon

        Vabbuo’ allora facciamo una cosa muy tranquila. Sediamoci al baR in riva al maR e facciamoci una fresca biR.
        Effetti di carenza di ossigeno ad alte tangenze.

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      • silviatico

        Ma, al Bavonrojo c’è anche il mare e ci stanno pure le palme?…

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      • redbavon

        Compadre, claro que si! Palme e mare. Spiaggia bianchissima e di sabbia corallina finissima. CoooocccoBbbbello CoooooccccoFresco…..Narci, ti ho detto che qua no! Qua o’cocco s’o tirano apprriesse, gli esce dalle orecchie….no, Narxi! NO! Assolutamente NO!…Manco le pizze fritte!
        Perdonalo ma Narciso tiene il DNA del venditore ambulante…

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      • silviatico

        E’degno figlio di tanta terra. Fosse a Roma, come Totò, cercherebbe di vendersi la fontana di Trevi……..

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      • redbavon

        Inarrivabile Toto’! Solo a un napoletano poteva venire in mente di vendere – anche solo per scherzo – la Fontana di Trevi. Se Toto’ fosse nato a Monaco di Baviera non avremmo mai avuto questa perla!

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      • silviatico

        Ricordo anche un tizio che non era molto da meno: riusciva a vendere titoli che aveno interessi del 30%, quando quelli reali arrivavano al massimo al 10-15%. E’ eccessivo dirti che un giorno non se ne seppe più nulla e che vennero a mancare svariati milioncini dalle tasche di numerose trote che avevano abboccato?… Mi pare che si chiamasse Mendella, negli anni ottanta e che ci avesse pure una televisione…….

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      • redbavon

        Fosse stato l’unico. I ciarlatani sono aumentati proporzionalmente ai creduloni. Internet e i social gli hanno dato una gran mano.

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      • silviatico

        Nulla di più vero compadre: è come se avessero dato la stura agli imbecilli…

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      • redbavon

        Sì come il ripopolamento dei fagiani nelle riserve di caccia

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      • silviatico

        …oppure quello dei cinghiali, che adesso si sono moltiplicati in modo esponenziale e vengono pure a molestare in città…

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  • Pupazzovi

    Concordo con il commento sopra ci hai coinvolti al punto da aver patito le tue mahagne insieme a te

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  • lamelasbacata

    Applauso, applUso!!! Si svetta in vetta finalmente! Alla faccia del bicarbonato di sodio 😉😊

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  • Zeus

    Ah la cucina leggera regionale. Anche se la mangio ogni 3×2, non mi viene mai a noia. Sarà che ho bisogno di calorie, sarà che mi piace, ma la bomba è sempre interessante.
    Ah, no, non intendo il bombardino… che da noi non si trova ed è soltanto dai cugini… ma per tutto il resto che hai descritto. Selvaggina, polenta, canederli (mi è scesa una lacrima a leggere: polpettoni morbidi e sazianti ehehe).
    Ottimo racconto comunque. Un’epopea incredibile con un finale culinario degno di un racconto d’eccezione 🙂

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  • Affy

    La Divisione Alpina Tridentina de Noantri composta da dodici elementi, attraverso il suo contenitore ben modellato, ha raccontato passo passo una straordinaria epica impresa sempre a un pelo dalla gloria e mai dalla sconfitta.
    Lo spirito vivo del gruppo, solleticato da un’allegria contagiosa e piena di entusiasmo, ha provocato onde anomale molto eccitanti purtroppo per il solo tempo di una vacanza ma non per questo meno significative.
    Ho letto e riletto ogni parola gustando atmosfera e sapori, ho mischiato l’odore della montagna e del mare, ho avvertito il rumore e il silenzio.
    La degustazione dello strudel fatto in casa e il ricordo del bombardino mi hanno fatto scendere una lacrima, il “volvo” sapientemente l’ha raccolta tramutandola in sorriso.
    Per tutto questo … “grazie! 🙂
    Affy

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  • Paolo

    Ahhhhh!!!
    Che epilogo, Red!! Meraviglia.
    Dai cameriera “freccia-argento” alla “glicemia siderale”, alla “fame psicologica”. Che bel post! Che bel posto questo qui, dove si torna sempre volentieri, come a casa, fra ricordi, rivisitazioni, sorrisi. C’è profumo di casa, accoglienza, ma soprattutto uno sguardo ironico e dolce sulla vita che fa stare bene più di qualsiasi altra cosa (anche del bombardino!).
    Grazie Red!
    P.

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    • redbavon

      Con un paio di bombardini ti assicuro che la vita la prendi per forza in modo ironico, viste le minchiate che rischi di sparare, per di più in svedese. Il tuo tornare in questa webbettola e ogni volta sentirti a casa mi riempie di orgoglio e gioia. Mi Kasa es tu Kasa.

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  • alessialia

    sembrava di stare li con voiiiii!!!! ma bello…
    certo io con solo l’odore del bombardino me sa che me ciucco! 😀

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