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Un po’ di pioggia?

“Antonio, fa caldo” questo il tormentone di una campagna pubblicitaria televisiva di cui non ricordo però il prodotto. Quindi è stata un fallimento, almeno nel mio caso (poco male).
Fa davvero caldo. Questo luglio mi è sembrato non volere dare tregua, ci si sono messi pure i meteorologi e i giornalisti enfatizzando la nostra percezione di arsura tirando in ballo “Caronte”: così hanno chiamato l’anticiclone ormai protagonista di questo giro di boa dell’anno. Io lo so, ci godono a seminare il panico, se non danno una brutta notizia gli piglia a male. Secondo me è un GomBlotto contro gli anziani: più fa caldo, meno possono uscire all’aperto come da accorato appello su tutti i mass media ognibenedetta estate. L’obiettivo è di concentrare grandi masse di anziani nei centri commerciali (notoriamente luoghi con aria condizionata anche nei cessi) di modo che spendano qui tutta la loro pensione. Ma non pensate che siano dei reietti capitalisti o semplicemente dei malvagi, nonsignore!  Lo fanno per la nostra economia asfittica. Lo fanno perché così la sudata pensione delle persone anziane non finisce nelle mani di quei bamboccioni, nulla-facenti di figli che a trent’anni, laureati mica solo per essere lodati, magari fuggono all’estero con il “tesoretto” e con i loro cervelli (ai miei tempi con una bella gnocca, ma io so’vecchio). Fa davvero caldo, a giudicare da quello che scrivo. 

E allora alla ricerca di un po’ di sollievo da questa cappa senza spada, ma da spiedino, scartando l’idea di iniziare la Danza della Pioggia (perché come ballo io, vengono giù la grandine e le rane, come giusta punizione), mi è venuto in mente un “posto” dove trovare un po’ di pioggia:

Rain su PlayStation 3

Rain non è una produzione milionaria, un videogioco che ha venduto a catafascio e ne sono seguiti n-mila capitoli dopo. Rain è un piccolo gioco indipendente, sviluppato e pubblicato da Sony Japan nel 2013, inzuppato di Proust e Debussy.

Rain è la prova che si può scrivere di videogiochi con la stessa dignità di altre forme d’espressione e farle intersecare, nell’insondato e vasto ipertesto della nostra mente per trovare una preziosa pepita, ma anche una pagliuzza d’oro, in quello stesso luogo che abbiamo setacciato già tante e tante volte.

Nessuna pretesa di averlo fatto per bene, ma almeno di averci provato.

Spero possa rinfrancarvi almeno nell’animo la senti(mental)-recensione che ho scritto un po’ di tempo fa, rivista e ritoccata qui e là per questa occasione.

Continua a leggere: Rain, rêverie digitale.

Rain, (c) 2013 SCE Japan Studio per PlayStation 3

 


Rain, rêverie digitale

Rain_Ps3_screen

“Le ciel est, par-dessus le toit,
Si bleu, si calme!”.

Il cielo è sopra il tetto, così blu, così calmo

Da “”Le ciel est, par-dessus le toit” (c) 1881  Paul Verlaine

Rain è un acquazzone estivo che piomba improvviso sull’arsura della spiaggia e sugli annoiati bagnanti: spazza via la folla infestante dalla riva del mare. Rinfresca l’aria e rinfranca lo spirito.

Rain è una storia maliconica di due bambini perduti in una città spettrale che ricorda Parigi della Belle Époque, battuta da una pioggia incessante. Ispirato a Ico, altra storia struggente di due bambini e capolavoro indiscusso di Fumito Ueda per PlayStation 2, utilizza l’acqua come elemento di novità: l’acqua ci rende invisibili a un nemico tanto sconosciuto quanto inesorabile inseguitore. Nella prima parte, infatti, guidiamo un bambino che, attraverso il labirinto di strade della città, cercherà di raggiungere una bambina in fuga da questo nemico oscuro, che diventerà subito anche il nostro. Una volta raggiunta, procederemo insieme in direzione dell’unica finestra illuminata, l’unica luce visibile in città, oltre a quella della luna che sembra essere l’unica nostra amica e indicarci la strada giusta. La luna e il suo chiarore non sono una scelta casuale, bensì un tassello che rende poetica questa opera digitale: le note di Clair de Lune di Claude Debussy sottolineano in modo sublime i punti topici della storia.

Inseguimento e fuga generano un’ansia persistente quanto la pioggia che batte senza tregua la città. L’ansia è però strumentale alla sensazione di leggerezza e liberazione che subentra all’appena scampato pericolo o alla soluzione di un puzzle (tutti molto semplici). Rain non presenta una giocabilità profonda e il percorso è lineare, ma si sbaglia a pretendere da Rain ciò che avremmo voluto che fosse: l’erede di Ico. Rain non è Ico né gli autori hanno preteso che fosse considerato come tale. Semmai è una testimonianza di rispetto e gratitudine degli autori verso la fonte di ispirazione.

Rain tocca certe corde che non ci aspettiamo possano essere fatte vibrare da un videogioco. La storia è tutto sommato banale nell’intreccio, ma la direzione artistica aggiunge un quid che la sublima.

L’unico difetto di Rain è la sua breve durata: tre ore. Come tutti gli acquazzoni estivi, così come improvvisamente arriva, altrettanto velocemente finisce.

Per tutta la sua pure breve durata, Rain trasmette una malinconia leggera, richiama la profondità del ricordo dell’infanzia, quando l’abbandonarsi al fantasticare possedeva la serietà e la dignità che gli adulti riconoscono nelle loro attività e non in quelle dei bambini. Rain è una rêverie, il suo codice digitale ne possiede una delle caratteristiche peculiari: collega i sogni e i ricordi.

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I giorni che passano

Foto di Rinko Kamauchi pubblicata in Murmuration © 2010

Foto di Rinko Kamauchi pubblicata in Murmuration © 2010

Ancora zuppo della pioggia e della malinconia di Rain, ultima rêverie digitale di Sony Japan Studio per PlayStation 3, in un programma televisivo intercetto un sottofondo musicale che mi colpisce subito. Sia sempre lode a Shazam e scopro che si tratta di un mia vecchia conoscenza musicale: Patrick Wolf. La canzone è The Days pubblicata nell’album Lupercalia. Questa canzone è una di quelle la cui combinazione armonica riesce a illuminare il buio in cui erano sprofondate certe tue emozioni per le quali non hai mai avuto le parole giuste per esprimerle o, per lo meno, raccontarle a te stesso. Imbraccio allora la mia fida tavola da surf e mi getto tra i versi, cavalco le onde della musica, cercando le parole giuste per descrivere lo spazio tra un verso e l’altro, come il surfista alla costante ricerca dell’onda perfetta. Uno spazio non vuoto, ma sorprendentemente denso di sensazioni, che ho provato a descrivere in questa storyetta. L’ambizioso intento era quello di accarezzare quelle onde di musica e versi come il vento accarezza le onde del mare. A chi legge la sentenza: brezza profumata di salsedine o folata di discarica abusiva?

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