Cartelli paradossi #8 – A zonzo per Napoli, Riposa in pace


A Natale ho trascorso a Napoli le festività con mia mamma e mia sorella. Camminando per il quartiere di Chiaia, un annuncio funebre ha attirato la mia attenzione: affisso su un muro di un edificio nei pressi di Largo Torretta, che prende il nome da una torre di avvistamento fatta costruire nel 1564 dal viceré duca di Alcalà in seguito a uno dei tanti assalti di navi corsare saracene che, in questo caso, era diretto al Palazzo d’Avalos, una delle casate più importanti del Regno di Napoli a partire dal XV secolo. Nel 1936 la torretta è stata incorporata nella Casa del Fascio Rionale, oggi adibita a uffici comunali.

Foto scattata a Napoli, quartiere Chiaia, nei pressi di Largo Torretta
Foto scattata a Napoli, quartiere Chiaia, nei pressi di Largo Torretta

Potrà sembra irriverente, me quest’annuncio funebre mi ha fatto sorridere per un particolare.

“detto ‘O Criminal”

“Detto ‘O Criminal” strappa un sorriso visto che con i defunti solitamente si tende a ricordarli per quanto di positivo abbiano contribuito in vita, tacendo magari sui difetti e le mancanze. In questo caso, sembra che una definizione negativa sia un motivo per essere ricordato.

Non è detto che il defunto sia stato un malvivente. Non possiamo certo capire perché questo poco edificante soprannome lo abbia accompagnato fino alla fine. Ricordo per esempio che questo termine veniva usato spesso da un mio zio per indicare con un tono tra il divertito e il compiaciuto quando da bimbi compivamo qualche marachella. Ci apostrofava con l’espressione: “Si’ ‘nu crimenale” (trad. “Sei un criminale”).  Questa qualificazione di “criminale” è perciò spesso utilizzata come una forma di esagerazione.

Il termine “cremmenale” e, nella forma più italianizzata, “crimenale”, è scritto nell’annuncio in maniera errata. Escludendo che “criminal” corrisponda al termine in inglese del medesimo significato, rimane l’ipotesi che sia una maldestra trascrizione della pronuncia del vocabolo napoletano, che però non è tronca – come nella lingua inglese – ma termina con un suono indistinto della “e” semi-muta.

Scrivere in napoletano è molto difficile e io non ne sono capace poiché, pure essendovi nato, vi ho vissuto dalla mia maggiore età fino al compimento dei trenta anni. A Napoli non mi definiscono “napoletano” e spesso, ascoltandomi parlare, mi dicono “non sei napoletano”. Ebbene, questo annuncio è la dimostrazione che anche tra i napoletani della Torretta, zona antica e popolare, c’è chi non sa scrivere la propria madrelingua.

Quando sulla Rete vi imbattete in frasi con parole troncate e articoli con apici sparsi a spaglio il cui suono scimmiotta il napoletano, diffidate: chi le ha scritte non è napoletano o non sa scrivere in napoletano. La lingua napoletana è diventata un “marchio” e viene utilizzata per “vendere”: spesso a sproposito, senza alcuna conoscenza della stessa e senza rispetto per la città e il popolo napoletano.

Questo annuncio funebre me ne ha riportato alla memoria un altro che, oltre a fare sorridere, trasmette con rara efficacia un tassello della cultura napoletana, che la rende unica anche nell’approccio ai temi della Vita e della Morte.

In quel magnifico e ormai introvabile libro di Luciano De Crescenzo, “La Napoli di Bellavista. Sono figlio di persone antiche” (Arnoldo Mondadori Editore; I ed. 1979; XVI ed. 2002), vi è ritratto un annuncio funebre di tale Luigi Esposito.

Foto del libro “La Napoli di Bellavista”, Luciano De Crescenzo, 1979, Mondadori

A 101 anni si è spento serenamente Luigi Esposito

La frase aggiunta a mano è pura poesia.

E vulevo vede’ ca faceva pure storie!

Rivolgo un ringraziamento ai familiari del defunto che, in occasione del trigesimo dalla scomparsa del proprio caro, mi hanno involontariamente regalato un sorriso e, ancora una volta, rinnovato quanto siano forti e importanti le mie radici in questa città.

Continua a leggere altri Cartelli paradossi.

20 pensieri su “Cartelli paradossi #8 – A zonzo per Napoli, Riposa in pace

      1. Eh! 😀 e non scrivo solo di Napoli, ho anche scritto qualcosa in dialetto. E, a proprosito di scritte curiose, fotografai anch’io qualche cartello simpatico a San Gregorio Armeno. In particolare, c’era un cesto di… curnicielli 😜 con un cartello che recitava così “corni collaudati” xD

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        1. Ho notato che hai scritto anche in napoletano. Brava! Io non ne sono capace.A me piace iniziare da un singolo vocabolo o da un’espressione per andare a scavare in profondità le origini e trarne magari anche un collegamento all’attualità. Con questo proposito è perciò nata un’altra rubrichetta Guida La(i)conica di Napoli che trovi cliccando nel tag Napoli.
          ‘E curnicielle collaudati…vulesse capì comme l’hanno collaudati 😉

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          1. Grazie!
            E’ probabile che in passato sia già stata a leggere qualcosa in questa tua rubrica 🙂 . Comunque, anche a me a volte piace scoprire i significati di certi napoletani! 😄
            Riguardo ‘e curnicielle… meglio che non ce lo chiediamo 😂

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    1. In effetti la dimensione della Torretta, delle strade tra Via Giordano Bruno e Viale Elena (come la chiama sempre mia madre che vi ha abitato da bimba), ricorda quella del paese. Si tratta di una dimensione di quartiere in cui ancora si conoscono tutti.

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  1. meraviglioso, ti trovo informa C. In Liguria ho visto un manifesto che annunciava la morte di un uomo di 102 anni. Diceva: è prematuramente scomparso, all’età di 102… Da Goldoni a Monicelli, mi pare che il dna grottesco e goliardico ce lo portiamo tutti dentro. Ho un libretto che raccoglie le ultime parole di alcuni personaggi famosi prima di morire. Una vecchina riceve l’estrema unzione, il prete si avvicina e lei con un filo di voce: frega frega zi’ pre’, co sta candeluzza (non traduco, ma è un invito a stimolarla sessualmente).

    E chist è

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    1. Non è merito mio, ma della mia città e dei suoi abitanti. Ho fatto solo da “cronista”. Concordo con te che è comune a tutto lo stivale una spiccata goliardia e gusto per il grottesco. Un approccio alla morte che interpreto come una sorta di autodifesa incosapevolmente collettiva. Il popolo napoletano forse ne è uno degli interpreti più avvezzi a causa del particolare rapporto con i defunti. I morti a Napoli restano con i propri cari, a casa (“Le voci di dentro” di Eduardo De Filippo) e nei sogni, che diventano dei segni di speranza per cambiare il proprio futuro in meglio (i morti apparsi in sogno danno i “numeri” da giocare al lotto). Addirittura c’è chi adotta i defunti come alcuni teschi – diventati famosi – nel Cimitero delle Fontanelle nell’antico quartiere della Sanità. Il rito delle “anime pezzentelle” consiste nell’avere cura di uno dei tanti crani (“capuzzella”) di un’anima abbandonata aspettandone in cambio la protezione.
      Mi fermo qui, ma c’è tanto altro: dalle espressioni di giuramento a una delle più potenti maledizioni “Puozze scula’!

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