Arte nei videogiochi: vera o supposta?

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Foto di Rinko Kawauchi tratta da Illuminance
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The Last of Us per PlayStation 3

La prima immagine è una foto di Rinko Kawauchi, tratta da Illuminance, opera pubblicata nel 2011 in cui la fotografa giapponese crea uno spazio immaginario ed evoca un profondo senso di temporalità, tipico dei sogni e delle memorie. Le immagini di Illuminance, frutto di progetti personali e di lavori commissionati, hanno il potere di rendere straordinario il quotidiano, comunicando e ispirando poesia nella mente e nel cuore di chi guarda. A una prima rapida scorsa, le foto sembrano banali: un diamante iridescente, un bouquet di rose rosa, un radiante cielo blu, una goccia d’acqua al centro di una grande foglia, un neonato che succhia al seno, la luna piena, una strada immersa nel folto di una foresta, la luce che penetra attraverso le tende di una finestra.

La meravigliosa bellezza dell’espressione fotografica di Rinko Kawauchi risiede nel modo in cui è capace di evocare un quid naturale e primordiale che esiste in ognuno di noi: l’emozione, profonda e grezza, senza sovrastrutture.

Come la stessa fotografa ha dichiarato:

Non è sufficiente che la fotografia sia bella. Se non emoziona il mio cuore, non emozionerà il cuore di nessun altro

Rinko Kawauchi ci restituisce la bellezza del quotidiano, di ciò che noi in una vita-di-corsa non troviamo più il tempo – o meglio – abbiamo perso la voglia di fermarci a osservare. Con un’auto-assolutiva superficialità abituiamo il nostro cervello a tirare avanti e, d’inerzia, archiviare come “banale”.

Una foto in particolare. Una finestra, una luce vi penetra attraverso le tende.

Mi soffermo e, dando tutto il tempo che le ci vuole, l’emozione viene liberata e, insieme, una memoria; quest’ultima molto labile, diafana ma persistente; dirompe allora una reazione a catena, il cervello lavora a una velocità spasmodica, rovistando in quell’umidiccio archivio ubicato in una parte remota della scatola cranica, con il medesimo impeto di chi trovasse per caso un vecchio baule del trisavolo dimenticato nella soffitta e iniziasse a rovistarvi carico di un’ansia fiduciosa di tirarvi fuori qualche cimelio affettivamente prezioso.

Mi sembra quasi di sentire il cervello al lavoro: il guizzare delle informazioni che viaggiano su circuiti di sinapsi, il ronzio dell’elaborazione in centraline neuronali, il rovistio nei depositi di informazioni, in cartelle di classificazioni, file a cascata di ricordi, smistati in una moltitudine di filiformi connessioni pluridirezionali. Sta per succedere qualcosa, lo sento.

Quando in quel teatrino del cervello che teniamo illuminato tutta la notte (cit. Robert Louis Stevenson in A Chapter on Dreams) finalmente risuona “Eureka!” nella magnificenza del Dolby Atmos, l’immagine mentale che affiora alla consapevolezza e ai circuiti sensoriali esterni mi induce lo stato emotivo descritto dallo scrittore francese Stendhal dopo essere stato in visita alla chiesa di Santa Croce in Firenze.

[…] ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.

(cit. Sindrome di Stendhal da Wikipedia)

Vedo un’immagine molto simile a quella così evocativa di Rinko Kawauchi sulla mia televisione, proviene da una fonte banale: la PlayStation 3, è la schermata iniziale del videogioco The Last of Us.

Giunto ai titoli di coda dopo un’avventura nell’ennesimo mondo post-apocalittico, ma dal raro impatto emotivo, scarto l’ipotesi di plagio o di citazione dell’opera della fotografa giapponese. Più probabilmente è una “coincidenza”, un’ imprevista scoperta felice, un inaspettato punto di intersezione tra i due media, la Fotografia e il Videogioco.

Entrambi i media sono giovani: il primo, relativamente giovane, tuttavia capace di infondere una visione maggiormente democratica dell’arte; il secondo sta perdendo l’innocenza della giovinezza. Entrambi si esprimono con un meta-linguaggio proprio e in continuo divenire; entrambi sono rappresentati da opere plasmate da un’artista che è anche fruitore con uno scambio continuo tra questi “ruoli”. In un flash di saccenteria snob, trance mistica e nerditudine beota, dal mezzo di queste tenebre della mia scatola cranica, una luce improvvisa mi illuminò, una luce così brillante e portentosa eppure così semplice : “Il videogioco può esprimere Arte!.. Lo..può..fare!”

Questa immagine ha prodotto un’associazione istantanea, sì un’ istantanea come una foto “rubata” per strada: in entrambi i casi, anche se in momenti diversi, la luce che attraversa la finestra trasmette una serenità che m’inquieta, in senso positivo. Ogni resistenza è inutile, sono attratto dalla finestra, voglio scoprire cosa c’è oltre.

Dentro di me avviene un tira-e-molla che mi ricorda quando Peter Pan cerca di convincere Wendy a seguirlo oltre la finestra: […] e allora Peter (Pan) l’afferrò e cominciò a tirarla verso la finestra. “Lasciami!” gli ordinò Wendy. “Wendy, vieni con me a raccontare le storie agli altri ragazzi.” Certo lei era molto lusingata, ma disse: “Oh no, non posso. Pensa alla mamma! E poi, non so volare.” “T’insegnerò.” “Oh, che bellezza volare!” “T’insegnerò a saltare in groppa al vento, e poi via!Seconda stella a destra, ma – per me – non dritto fino al mattino, al massimo fino alle 7;30, poi dritto fino all’ufficio.

La parola “arte” associata ai videogiochi è materiale assai pericoloso.

È necessario un equilibrio di un esperto funambolo che cammina sulla corda sospesa tra i piloni del tendone del circo. I toni sono quelli di una “guerra santa”: da una parte, gli “entusiasti” che argomentano per il riconoscimento del valore culturale del videogioco; dall’altra, l’opposizione reazionaria di chi definisce il videogioco benevolmente un “hobby” accettabile fino all’età dei brufoli o ne sostiene decisamente il disvalore.

Nel novembre 2012 il MoMA di New York annuncia con grande orgoglio di avere acquisito un’iniziale selezione di quattordici videogiochi, destinata a crescere nel futuro come nuova categoria di opere esposte nella mostra Applied Design.

We are very proud to announce that MoMA has acquired a selection of 14 video games […]

cit.Video Games: 14 in the Collection, for Starters, moma.org, 29/11/2012)

The Guardian accoglie tale notizia con un comprensibile anche agli anglofobi, “Sorry MoMA, video games are not art“, negando al videogioco la qualità di opera d’arte a causa della sua non riconducibilità a un autore e alla sua personale visione, alla sua “reazione alla vita”. Il videogioco è un parco di divertimenti in cui l'”esperienza” è creata dall’interazione tra il giocatore e un programma, e il giocatore non vi può imporre la sua concezione personale né l’opera può essere da “trampolino” di lancio per altri atti personali di immaginazione.

Persino Roger Ebert, acclamato critico cinematografico (premio Pulitzer nel 1975), riuscì ad attirarsi il fuoco incrociato di videogiocatori e stampa specializzata nell’aprile 2010 per il suo articolo “Video games can never be art” (I videogiochi non saranno mai Arte): gli oltre cinquemila commenti per il 95% contro la sua posizione, fecero sì che l’autorevole critico cinematografico ritornasse parzialmente sulle proprie affermazioni, ammettendo di essere stato precipitoso nel giudizio, di non conoscere a sufficienza il medium e di avere giocato nella sua vita solo a due videogiochi: Cosmology of Kyoto, di cui si può leggere una sua recensione entusiasta su Wired di settembre 1994, e Myst.

Myst di Cyan Worlds (USA, 1993) in esposizione al MoMA Architecture and Design Gallery east , 3* piano
Myst di Cyan Worlds (1993) in esposizione al MoMA Architecture and Design Gallery east , 3* piano

L’argomento è spinoso quanto una foresta di cactus e, ogni volta, che sono costretto a passarci in mezzo, lo faccio come se fossi vestito solo di un costume da bagno e dovessi camminare con le pinne ai piedi. Prego sempre di non inciampare e che non si alzi il vento.

Tuttavia, l’emozione nel trovarmi di fronte alla fotografia di Rinko Kawauchi e all’immagine di The Last of Us, mi fa provare una netta sensazione di serendipità, e a questo “Caso” mi affido nonché all’ “Istinto”. Sparsi nell’ ipertesto in questo A.B-normal-post vi sono diversi spunti per farsi un’opinione sull’argomento e sul dibattito che periodicamente registra un‘escalation trasformandosi nella più classica delle flame-war e riceve attenzione solo grazie al clamore della rissa che ne deriva.

L’arte nei videogiochi può corrispondere a verità o è solo supposta?

Qualcuno continuerà legittimamente e, sopratutto, dopo avere letto queste righe, a sostenere che si tratta di supposta, di una supposta di idea che, come previsto dalla sua posologia (bigino farmaceutico docet), è infilata in quel luogo buio, pieno di una materia organica, che emana un terribile tanfo: il mio cranio. Ed è bene che lì rimanga.

Spero che altri, invece, si incuriosiscano, vogliano guardare cosa ci sia oltre la finestra e poi saltino fuori, in groppa al vento!

Attraverso tante finestre come quella e diversa da quella, ho raggiunto i “Bimbi Sperduti” e ho vissuto tante avventure e conosciuto mondi diversi, tanto più belli quanto più differivano dal mio. Tutto mi accadeva inconsapevolmente e, mentre crescevo, aumentava l’opposizione e la critica dai più, anche dagli affetti più vicini e di cui ti interessa davvero avere la stima e il rispetto.

Nonostante tutto, inspiegabilmente io resistevo, volevo resistere, trovavo la forza da una fonte distintamente avvertibile dentro di me, ma tuttavia sconosciuta, rivelatasi grazie a tale passione e alimentata dalla stessa. Quando, davanti a quello stesso schermo, scenario di efferati genocidi di pixel, vengo sorpreso da una commozione che dapprima serra la gola, poi cerca una via di sfogo verso gli occhi, la ributto giù, deglutendo più volt…è troppo tardi!

Gli occhi si inumidiscono, le dita frettolosamente provano a fare sparire quella traccia di cedimento nella diga, ma la crepa ormai si sta allargando e il moto ondoso dell’emozione guadagna ancora di potenza. Vacillo, come Stendhal, sgomento per la forza e, sopratutto, per la sorpresa di questo nuovo epicentro del terremoto d’emozioni che ha generato questa onda anomala: muore Aeris uccisa da Sephiroth sotto gli occhi di Cloud, che realizza in quel momento quanto ne fosse innamorato.

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Bisogna essere davvero nerd per commuoversi davanti a questo ammasso di poligoni…o no?

Accade in Final Fantasy VII per PlayStation, accadeva a me in un giorno di circa quindici anni fa e, data la mia già tarda età, quasi trenta anni, non posso invocare nemmeno le attenuanti generiche dovute all’inesperienza e all’ingenuità della tenera età. Concordo con chi, citando l’episodio della morte di Aeris, sostiene che

Chi ha pianto e se ne va pure vantando in giro, per tentare non si sa bene a nome di chi un goffo sdoganamento in chiave emotiva del media videogioco, è invece, chiaramente, un potenziale serial killer”

(cit. Lacrime napulitante: la morte di Aeris).

Forse non sono ancora un personaggio socialmente pericoloso (almeno per questo motivo…), non avverto l’esigenza di sdoganare alcunché, non vedo perché dovrei dimostrare la verità di una mia emozione, della mia “reazione alla vita”. Così è.

La morte di Aeris non è l’unico caso in cui l’emozione mi sorpreso d’un tratto vulnerabile di fronte a uno schermo e un joypad tra le mani: Ico, Shadow of the Colossus, The Last Guardian, To The Moon, Finding Paradise, Spec Ops: The Line, Halo Reach, Life is Strange, Brothers: A Tale of Two Sons, Limbo, The Legend Of Zelda: Skyward Sword, Valiant Hearts: The Great War, Hellblade: Senua’s Sacrifice, Journey, Flower, The Walking Dead, Heavy Rain, BioShock, l’ultimo God of War e, naturalmente, The Last of Us.

The Last of Us™ Remastered per PlayStation 4

“Eppure, vedi questi pazzi? Senza badare al fantasma che portano con sé, in sé stessi, vanno correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! E credono che sia una cosa diversa…” (cit. Così è (se vi pare) Atto II – Scena III di Luigi Pirandello).

Non ho né l’intenzione né la presunzione di evagelizzare chichessia che il videogioco possa essere arte, faccio mio quanto Luigi Pirandello in “Così è (se vi pare)”: ognuno può dare una propria interpretazione e verità che possono non coincidere con quelle altrui. Nel corso degli anni, una consapevolezza si è fatta strada per poi affiorare in superficie chiara e limpida ai miei occhi.

Ora so. Ormai è deciso. ماشاءالله. Mashallah.

Onda sonora consigliata: A Trick of the tail dei Genesis.

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16 pensieri su “Arte nei videogiochi: vera o supposta?

    1. Io credo che la definizione su wikipedia sia perfetta: L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza.  Per tanto il videogioco entra di diritto in questa categoria, secondo me!

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      1. La definizione calza, ma diventa facilmente un terreno di “battaglia” in cui chi avversa i videogiochi è a suo agio poiché supportato – come nei blasonati esempi citati – da un humus sociale, culturale e storico che riconosce l’Arte come un’infusione dall’alto, prerogativa di certe gruppi sociali, spesso autoreferenziali. L’arte dal basso, “democratica” per usare un termine oggi poco compreso, è più difficile da affermare. La fotografia in questo senso ci è riuscita, ma poi si è in qualche modo dovuta adeguare alle “forche caudine” del consenso di questo gruppo dominante per essere riconosciuta come tale dalla massa.

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          1. Concordo, ma non intendo infatti dimostrare che sia “arte” (si risolve con un “muro contro muro”), ma smontare il pregiudizio, che è il maggiore ostacolo per poterne addirittura ipotizzare la sussistenza.
            La domanda nel titolo è autentica, non retorica. Io una risposta l’ho trovata.

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    2. Vero, condivisibile. Come lo è altrettanto escluderlo a priori.
      Sono partito da una “definizione” di arte molto circostanziata proprio per evitare di “buttarla in caciara”: la fotografa giapponese è riconosciuta internazionalmente come artista, la fotografia è un medium anche artistico. Le due immagini, molto simili, sono in contesti molto differenti e la prima è valutata come opera d’arte, la seconda legittimamente no. Ma ho voluto giocare sul dubbio, visto che l’effetto prodotto da The Last of Us è stata un’onda d’emozione come davanti a un bel quadro.
      Il parallelismo con la Fotografia è anche cercato perché è una forma d’arte relativamente giovane, tuttavia con un largo consenso e seguito. Se parli di fotografia ricevi l’attenzione altrui; se parli di videogiochi ti guardano con compassione.

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        1. Non nascondo che una delle argomentazioni per ricevere attenzione è il giro d’affari che ha superato ormai da molti anni il cinema e la musica messi insieme. Ma è un espediente effimero. Il pregiudizio rimane incRostato. È l’atteggiamento – ormai molto comune – di chi non ha voglia di ascoltare e mettersi in discussione. Succede su temi molto meno “leggeri”, figuriamoci sui “giochini”. Quanto la posso odiare questa parola!!!

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          1. Passerà, grazie al fatto che i videogiocatori di ieri diventano le persone importanti di oggi e domani.
            Certe fazioni si indeboliranno e spariranno con la morte dei loro appartenenti, quindi resterà chi apprezza sia l’arte passata che l’arte di oggi.

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  1. Premesso che non si può citare la scena di Aeris senza incappare in un violento attacco di bruschette negli occhi, tacci tua! Continuare a far finta che il videogioco sia solo una versione più colorata di space invaders e credere che non ci girino e milioni di dollaroni e un po’ sciocco. Oggi il videogioco è un media multidiscisplinare come il cinema è ne ha pari dignità e valore.

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  2. Mi piace pensare che l’Italia è arrivata prima!
    Per fortuna ho ancora la locandina così da risalire alla data esatta: 10 luglio 2002. Il Palazzo delle Esposizioni di Roma – un titanico e mostruosamente affascinante luogo espositivo che ha ospitato le più grandi e spettacolari mostre della Capitale – presenta la più grande mostra di videogiochi d’Europa (o almeno così recita la locandina). Non è una fiera campionaria, è una vera e propria mostra museale, un percorso tematico che fa procedere lo spettatore lungo tutta la storia del videogioco fino ai vertici dell’epoca – stava per uscire un nuovo Tomb Raider e se non ricordo male c’era uno schermo con il trailer in anteprima – il tutto veicolato attraverso locandine, schermate ed arte varia.
    Che io ricordi non c’erano stand dove si potesse giocare, forse per evitare crocicchi molesti e rumorosi, ma attraverso l’evoluzione grafica dei vent’anni precedenti si ripercorreva non solo il gioco ma anche l’arte ad essa legata. E poi una di quelle schermate era dedicata a “The Last Ninja”: mi si compra con poco ^_^

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    1. A Roma c’è anche un museo dedicato, il Vigamus. Sicuramente sono iniziative che avvicinano almeno i “curiosi” oltre ai soliti appassionati. Forse la passione dei più giovani – almeno in questa generazione – può avvicinare gli adulti ancora recalcitranti ad accettare il videogioco al pari di altri media. La distanza tra me e i miei genitori era oggettivamente incolmabile. Tuttavia, nonostante una “tara” che gliene precludeva la comprensione, hanno lasciato che potessi liberamente fruirne. Gliene sarò eternamente grato.

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