Batmancito [Ep.#38] – Un giorno fortunato

Segue da [Ep.#37] – Lycantropi volant, scripta manent

L’indomani sera, mezzora prima delle nove, Honda e io siamo al parcheggio dell’aeroporto. Non senza qualche resistenza da parte del nostro amico cane, riesco a convincerlo a indossare museruola e guinzaglio.”.

Honda ringhia e abbaia rumorosamente.

“Honda è stato bravissimo a recitare la parte del cane.”.

Si china per accarezzarlo, ma Honda si allontana quel tanto per non farsi toccare e mostra i denti. Evidentemente non ha ancora mandato giù la faccenda del guinzaglio e della museruola.

Narciso si rivolge a Ulysses con tono compiaciuto e gli batte più volte la mano sulla spalla:

“Hai tutta la mia stima per esserci riuscito senza rimetterci un paio di dita”

Ulysses deglutisce, si aiuta con un generoso sorso di cerveza e continua:

“Veramente ho temuto il peggio quando all’aeroporto i bambini si avvicinavano per accarezzare Honda. Tanto Honda non sopporta i cuccioli di uomo, quanto li attira a frotte.

Però, dobbiamo ringraziare i bambini se abbiamo evitato un incontro troppo ravvicinato con la zelante Policia: erano talmente felici i bambini di accarezzare il nostro compadre a quattro zampe che perfino i federales hanno pensato fosse inopportuno interrompere l’idillio.

Ci aggiriamo per l’aeroporto, recitando la parte del turista con cane in attesa dell’imbarco, senza mai perdere di vista la sandwicheria, indicata negli appunti del licantropo defunto. Non abbia mai pace l’animaccia maledetta sua!”.

“Amen!” pronunciano in coro tutti i conpadres.

“A un tratto mi è sembrato d’intravedere Batmancito tra la folla o, meglio, il mio amico Sergio che oggi noi tutti chiamiamo Batmancito: in mezzo a una fiumana di turisti, nella frenesia di bagagli e valigie, ho incrociato lo sguardo di quegli gli occhi sorprendentemente grandi rispetto al naso, neri, profondi ed espressivi. Tutto è durato una manciata di secondi, qualche fotogramma della pellicola di un film; solo dopo che la folla ha inghiottito chiunque fosse, ho messo a fuoco a chi appartenevano quegli occhi: un uomo di bassa statura, un metro e sessanta a stento, capelli neri, pelle color miele, la testa incassata tra le spalle, il collo quasi inesistente. Sono certo che fosse lui. Batmancito è qui, Batmancito è con noi.

Qualche minuto prima delle nove Honda e io ci posizioniamo sul lato opposto della sandwicheria “Subway”, di fronte all’entrata, inscenando una patetica pantomima di coccole tra “padrone” e cane.”.

Da sotto il tavolo sopraggiunge un guaito che suona come un verso di profondo disgusto.

“I minuti sembrano non passare mai. Ne trascorrono dieci oltre l’orario indicato dal defunto licantropo e non c’è ancora l’ombra degli altri due.

Sono già due volte che incrocio gli sguardi della ronda della Policia, non possiamo restare a lungo ancora qui senza che ci piombi addosso un controllo. A peggiorare le cose, l’odore di carne dei panini di “Subway” sta mandando ai matti Honda.

Sto per attraversare la sala d’aspetto per andare a sedermi a un tavolino di “Subway” e ordinare un paio di panini, quando appaiono i due nostri uomini-lupo.

Sobri nell’abbigliamento, dall’aspetto ben curato, i due gringos indossano camicia, pantaloni di lino e dei sandali di cuoio, entrambi stringono in mano una valigetta Ventiquattrore di pelle nera; i tatuaggi sono nascosti dagli abiti, non hanno più i vistosi anelli alle dita. Sono irriconoscibili al confronto di quando sono entrati in taverna: sembrano degli uomini di affari del Midwest e non dei mandriani del Texas.

I due si guardano intorno per svariati minuti in silenzio. Al passaggio di due federales, che li squadrano dalla testa ai piedi, iniziano a parlottare animatamente: uno inveisce contro l’altro probabilmente accusandolo del ritardo, l’altro lo invita ad abbassare i toni e gli fa cenno di consumare un panino mentre aspettano il compagno che – non lo sanno – non arriverà mai.

Io mi godo la scena da lontano.

Non sia mai detto che impediamo a dei vecchi amici di incontrarsi: ci pensiamo noi a facilitare il ricongiungimento dei tre .”

Ulysses accende una sigaretta, il cilindro di carta dalla punta ardente compie una danza scomposta nell’aria al ritmo della frase che l’uomo pronuncia in modo bofonchiato a causa del filtro tra le labbra.

“Solo con una piccola variazione del luogo d’incontro: l’Inferno.

Pregusto il momento in cui li affronteremo. Affiora inconsapevolmente un sorriso sulle mie labbra. Me ne accorgo perché i muscoli del viso entrano in tensione. Insieme al sorriso affiora anche un’idea magnificamente folle.

Vedo la scena materializzarsi davanti: attraverso la sala, mi pianto davanti a loro, aspetto il loro sguardo interrogativo e di rimando mostro il mio più splendente sorriso, l’attimo dopo, Pungilo fende l’aria.”

Porta la mano alla sacca che pende dalla sedia e la lascia lì appoggiata per il tempo di una breve pausa, l’onda del pensiero all’Oste gli ha d’un tratto rotto la voce. Dopo un lungo tiro di sigaretta continua.

Le loro teste rotolano a terra falciate da Pungilo come se fosse la mano dell’Oste a impugnarla. Senza una sola parola, senza capire il perché, le loro maledette vite finite.

Mentre accarezzo questa pazza idea, l’uomo che aveva proposto di ingannare l’attesa mangiando un panino entra nel locale e va al bancone, l’altro prende posto a un tavolo: è estremamente nervoso.

Honda e io ci spostiamo dietro un gruppo di turisti che staziona chiassoso qualche passo più distante alla nostra sinistra. Meglio evitare che i nostri sguardi si incrocino anche per uno sfuggente attimo poiché potrebbe riconoscerci e, comunque, sono certo che il motivo del suo nervosismo è la presenza di Honda. L’istinto di lupo percepisce il nostro amico cane e viceversa.

L’uomo seduto dà segni di nervosismo sempre più evidenti: si guarda intorno febbrilmente, scansiona con lo sguardo tutta la sala d’aspetto, apre e chiude la valigetta in continuazione, giocherella nervosamente con il piccolo distributore di tovaglioli sul tavolino, ne estrae tre, quattro fogli di carta alla volta, li passa sulla fronte e li strofina sulle mani. Sopraggiunge il primo con un vassoio su cui sono appoggiati due enormi panini, due bevande di formato “extra-large” e patatine fritte.

Si siede e distribuisce premurosamente il cibo e le bevande sul tavolino, con una cura insospettata: serve prima il compagno, predispone tutto sul tavolino come se fosse una cena di gran gala, infine prende posto. Per un attimo ho colto un guizzo di armonia a quel tavolo: ho avuto la sensazione che fossero una felice coppia in luna di miele. “.

Ulysses coglie che tutti i compadres hanno dipinta sul volto l’espressione compresa nel labile spazio tra l’incredulità assoluta e il sospetto di essere presi per i fondelli. Ridacchia e continua con tono rassicurante:

“Evidentemente le idee folli trovano diverse forme per manifestarsi, ma basta poco per riconoscerne l’inaccettabilità e l’infondatezza. Appena ho visto le loro bocche spalancarsi e i loro denti affondare nel panino ho riconosciuto la bestialità della loro vera natura.

Nemmeno terminano di ingoiare il primo morso che sopraggiunge la stessa coppia di federales passata qualche minuto fa, si ferma davanti ai due gringos e chiede di favorire i documenti e le carte d’imbarco.

Inizio a sudare freddo e non per l’aria condizionata: se i federales li invitano a seguirli per accertamenti, rischiamo di perderne le tracce: non possiamo seguirli alla comandancia aeroportual, diamo troppo nell’occhio.

Dalla piacevole sensazione adrenalinica del contatto con la preda alla disperazione del fallimento a un passo dall’obiettivo: per poterli seguire senza attirare l’attenzione della Policia, mi ha sfiorato perfino il pensiero di fingermi cieco. Nessuno sospetta di un cieco con il suo cane-guida. Non avevo né un bastone bianco, né Honda ha l’aspetto, nemmeno lontanamente, di un cane-guida.

I due uomini-lupo rispondono con larghi sorrisi e cenni di assenso. A giudicare dal linguaggio del loro corpo, mi ricordano più le pecore che i lupi. Chiedono ai federales il permesso di aprire le valigette e, ricevuta l’approvazione, ne estraggono degli incartamenti. Senza troppi complimenti, un poliziotto strappa via dalle mani i documenti e si volta, dando le spalle ai gringos. L’altro, immobile, li fissa in silenzio, mentre i due gringos cercano di instaurare una conversazione in uno spagnolo ostentatamente raffazzonato. Il poliziotto non proferisce parola, braccia conserte dietro la schiena, immobile, continua a fissarli. Dalla mia posizione, posso vedere che ha una mano appoggiata sulla fondina aperta, pronto a estrarre l’arma alla prima mossa sospetta.

Il poliziotto con i documenti si allontana di un paio di passi, li sfoglia con una flemma snervante. Sono sicuro che sta cercando un qualsiasi appiglio per rendere “indimenticabile” la giornata ai due gringos. Riconosco quel sorriso beffardo, la malvagità repressa che, affiorando, muove la sottile linea delle labbra sotto il baffetto dalla peluria appena accennata.

D’un tratto, afferra la radio portatile alla sua cintola e inizia a comunicare con un interlocutore sconosciuto. Ascolto il suo tono di voce alzarsi, si fa concitato, poi un Vale, mira, ya vamos pronunciato rapidamente. Ripone la radio, si volta verso i due gringos, butta con sprezzo sul tavolino i documenti e fa cenno al compagno di seguirlo. Prima di correre via di gran fretta, si volta verso i due gringos e, in un inglese dall’accento perfetto, gli dice:

“Oggi è il vostro giorno fortunato”.

“Non credo proprio” mi affiora sulle labbra questo pensiero senza potere impedire che le parole siano da me distintamente pronunciate, sebbene con un filo di voce udibile solo da Honda.

“Un giorno fortunato? Non credo proprio.”.

Continua a [Ep.#39] – La “strana” coppia

giaguaro-pipistrello-maya

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20 pensieri su “Batmancito [Ep.#38] – Un giorno fortunato

  1. Dai dai, forza con quel Pungilo. Fai fuori i due brutti ceffi!
    Anche se, forse, l’idea di farlo in mezzo a tutti non è proprio la più saggia delle idee (e l’hai detto anche te).
    Vediamo cosa si inventa il nostro personaggio e il cagnone Honda

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    1. La tentazione era forte. Farli fuori con tamarresca sicumera alla Riddick come se non ci fosse nessuno a vederli e poi stare a vedere il putiferio che si sarebbe scatenato. Ahimè tre contro il resto del mondo mi è parso estremo. Mi spiace farvi tirare il collo, ma l’attesa è parte del piacere. Un certo sabato del villaggio docet.

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      1. Si gusta di più la portata se si attende un po’…
        Occhio che poi mi sale la fame e mi mangio anche il tavolo! 😀

        PS: intanto ti annuncio ufficialmente che è partita la stesura del secondo enorme racconto targato INFIERNO. Sarà qualcosa di molto molto interessante, questo lo dico anche se so che sono di parte 😀

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    1. Hai pienamente ragione, ma sai all’aeroporto che pullula di Policia, i nostri due compadres non avrebbero fatto nemmeno due passi che sarebbero stati inviati a uscire.
      Il foularino Honda non lo avrebbe mai accettato, troppo “stylish” per un cane di mondo come lui 😉

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  2. Honda ha la mia solidarietà più piena… per lui guinzaglio e museruola sono un vero martirio.
    Vado a leggermi il resto…. in questo periodo sto frequentando il pc a spizzichi. Grazie comunque, e a presto!

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