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L’Esercito dei Soldati(ni) di Plastica

I sopravvissuti del mio Esercito di Soldati(ni( di Plastica


Lassù, in un ripostiglio polveroso,
fra mille cose, che non servon più,
ho visto, un poco logoro e deluso,
un caro amico della gioventù
(cit. Vecchio Scarpone di di Calibi-Pinchi-Carlo Donida)

Il nostalgico torna sempre sul luogo delitto. E c’è da sgomitare: c’è la folla! L’assassino, i poliziotti, i fotografi, i giornalisti d’assalto (che non hanno mai visto un teatro di guerra), il medico legale, il postino che ha bussato due volte e non gli ha risposto ancora nessuno, l’idraulico (dedicato a Fabio e Giancarlo) che scappando da una casa vicina, si mischia alla folla di curiosi per sfuggire al marito tornato troppo presto, l’immancabile folla fancazzista, un cane che piscia sul lampione e un buon numero di Umarells che hanno visto le transenne e pensavano fosse un cantiere da controllare.

Come minacciavo nel post del tag dei giochi d’infanzia, il solo riportare alla superficie alcuni ricordi ha attivato una trasformazione degna dei robot dei cartoni animati della mia infanzia: le mie dita trasformate in una gloriosa Olivetti Lettera 22.
Avete presente questa vecchia macchina da scrivere, prodotta dall’ingegno italiano, e oggi anche esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York? Le mie dita scattano sulla tastiera come quei martelletti dei caratteri, il tasto meccanico si spiattella sul nastro e il foglio bianco s’imbratta di lettere. Per fortuna in questa Macchina da Scrivere 2.0 c’è il tasto “backspace” e non devo impiastricciare tutto di bianchetto. E’ mai esistito un bianchetto che, usato due volte, non fosse secco? Misteri degni di Kazzenger.

Come la canzone Vecchio scarpone al Festival di Sanremo 1953 rappresenta per la generazione del cantante Gino Latilla un ricordo della giovinezza trascorsa come militare durante la Seconda Guerra Mondiale, così i soldatini in scala “HO” rappresentano – con infinita minore drammaticità – il mio “vecchio scarpone”:

Vecchio scarpone,
quanto tempo è passato!
Quante illusioni fai rivivere tu!

Ho sempre amato raccontarmi storie e queste pagine sono la prova che non ho ancora smesso. Non mi è bastato questo mondo, ne ho sempre voluti visitare tanti altri. Poco importa che non fossero reali.

“Non ho possibilità d’inventiva se non nel regno dell’ignoto. La vita non mi ha mai interessato quanto l’evasione lontano dalla vita”. (cit. H.P. Lovercraft)
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L’infanzia in un tag

Sono stato tirato in ballo da Zeus nella catena di tag per cui al nominato spetta citare cinque giochi/oggetti della sua infanzia e allungare le maglie della catena ad altri blogger inconsapevoli di cotanta benedizione.
Data la veneranda, non ancora venerabile, età di quest’Oste, indefesso servitore in questa webbettola, per vostro dileggio e compiacimento (no pietre, grazie) mi armo di badile e vado a scavare in quella scatola umidiccia del mio cranio tra ragnatele di rimembranze e bauli polverosi di ricordi.
Sia fatta la volontà di Zeus e che Sant’Antonio mi metta una mano sulla tastiera.

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Super Santos VS Super Tele

Queste sono vere flame-war da combattere!

Non so quanto vi possa importare di una diatriba che risale alla notte dei tempi del calcio, non quello “giocato” a suon di eurodollari, ma il calcio giocato nei cortili, in un parcheggio, in un campo adatto all’ortocoltura o altro spiazzo sufficiente a contenere due individui e un pallone.
Se vi aggiungo memorie barbose miscelate con uno spruzzo di amarcord e nostalgia-nostalgia-canaglia a granella, so che trovereste più interessante leggere gli ingredienti sull’incarto dell’ovetto Kinder (munitevi di occhiali e di una tavola degli elementi chimici).
Sprezzante delle regole d’ingaggio dell’internauta e della scrittura “web-friendly”, tuttavia quando un blogger chiama è creanza rispondere all’invito. Così, all’invito di Zeus a partecipare a una tag-catena sui giochi dell’infanzia, ho iniziato a buttare giù il post iniziando con il Super Santos, che è rovinato giù sulla tastiera come al primo sole primaverile una slavina a valle.
Il Super Santos è un oggetto sacro dell’infanzia e ringrazio Zeus, che mi nominato nel tag, e Romolo che gli ha lanciato la catena, per avermi dato lo spunto per ricordarlo degnamente.

Super Santos VS Super Tele

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Ciao Bud

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Tra una bottiglia e una baldracca, una baldracca e una bottiglia…

Lunedì notte, ero decisamente stanco, ma sazio per la Euroscorpacciata che ci ha visto finalmente vincenti contro la compagine spagnola, a parziale rivalsa delle tante, sportivamente parlando, “umiliazioni” subite negli ultimi anni.

Non mi considero, anzi, in assoluto non sono un devoto del reinventato “oppio dei popoli” di marxiana memoria, al secolo “Dio football”; mi piace a volte vedere una buona partita, nulla più.

Però, scusate e comprendetemi…

In questa Spagna io ci vivo da 8 lunghi anni e le mie orecchie ne hanno dovute “ascoltare” ben più di quanto possano averne potuto o dovuto vedere, quisquilie semantiche, gli occhi di un ben più noto replicante al largo dei bastioni di Orione.
Pertanto, sentitamente e – come si dice qui – “sencillamente”: “Tié, zitti e a casa!”.

Cosa dimenticavo poi? Ahhhh , ora ricordo, scusate il “Momentary lapsus of raison”…

Olé!

Ora, però, dopo il giusto sfogo (a ben vedere aggiungo, a posteriori, anche foriero di una bella dose di sfiga) ricomposti e recuperato un poco il contegno, proseguiamo.

Distrattamente, come da routine notturna quasi obbligatoria, ultima sana e caparbia istanza prima del rinconciliatore sonno, che mi divide da un’altra massacrante e interminabile giornata lavorativa, ero dedito alla sacra pratica dello “Sfoglione notturno”.

Dicesi “sfoglione notturno” quando il sottoscritto, in “mutandoni ascellari”, sigaretta accesa e rutto libero (lo so, non é una bella immagine, ma rende abbastanza bene l’idea), che in un ultimo estremo tentativo di ribellione e auto-determinazione, di “resistenza passiva” alle pressanti e fagocitanti obbligazioni del quotidiano vivere, dinanzi al vecchio PC acceso, sfoglia a ruota libera e senza progetto alcuno, pagine Internet in modalità random, con l’assurda pretesa di comprendere almeno un poco, cosa sia successo nel mondo in “sua-mia forzata assenza”.
Distrattamente, pagina dopo pagina, gli occhi quasi chiusi; il puntatore del mouse schizza veloce silenzioso da un lato all’altro dello schermo, quasi come pattinatore sul ghiaccio a cercare un’utopica perfetta geometria fatta di attrito, mancanza di esso e taglienti spruzzi di ghiaccio a fendere l’aria.

Distrattamente…É morto Bud Spencer.

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