Storie sgangherate #6: La crudeltà dei bambini


Storie sgangherate per bimbi insonni e papà stanchi sono racconti sgangherati, versioni rimaneggiate, strappate, lacerate, sbilenche, sgrammaticate e con la punteggiatura sparsa come le spighe rimaste sul campo dopo la mietitura. Storie che ho scritto a sei mani con i miei figli o storie che raccontano di questi due nanerottoli, piccoli di statura, giganti nella molestia. Questo sesto racconto è liberamente ispirato a una visita a un giardino comunale vicino casa, protagonisti sono tutti i bambini.

Chiacchiere tra adulti in un parco, mentre i pargoli sciamano per i prati, spariscono in affratti alla ricerca di “tesori” ovvero massi e rami delle più disparate dimensioni, corrono all’impazzata come alimentati da propulsione nucleare come le portaerei della classe Nimitz, salvo ritornare alla casella del “Via” per esigere cibo o bevande.

Non tutti gli adulti si conoscono bene, i propri pargoli sono il catalizzatore di questa condivisione di spazio e di tempo con altri genitori con cui si sono incrociati fuori dalla scuola o in occasione di una festa di compleanno.

Con indosso mascherina e a distanza di almeno due metri o giù di lì, si chiacchiera con un occhio che vaga costantemente per gli spazi aperti del parco cercando di mantenere un “lock-on” sul figliolo, come il sistema di guida di un missile a ricerca di calore che ricerca le emissioni elettromagnetiche del bersaglio.

I pargoli però sono dotati di manovrabilità estrema e sfuggono all’aggancio con manovre acrobatiche, anche al limite dello sfracellamento al suolo. I genitori sono esperti piloti ma dotati di “macchine” ormai datate e meno performanti.

I temi delle chiacchiere tra adulti sono invariabilmente due: la pandemia e le attività scolatistiche ed extra-scolastiche del pargolame.

Complice la didattica a distanza, un’autentica piaga dell’obbligata convivenza e bomba a frammentazione sull’organizzazione del nucleo familiare, i bambini hanno sviluppato una particolare confidenza con le “diavolerie elettroniche”.

Vedersi sottratto il mouse da un nanerottolo di nove anni che vuole spiegarti come usare un’applicazione web, ferisce duramente il mio orgoglio di avere vissuto l’epoca pionieristica dell’informatica e svuota di significato il termine “PC”, ovvero “personal computer”. Il tuo computer, ultimo baluardo di un’intimità perduta da anni anche nella ritirata del bagno, è infestato da account dei tuoi figli, skin del browser dai temi tra il “kitsch” e il “naive”, elenco dei siti preferiti che non sono i tuoi “preferiti”, una navigazione che ti profila come un moccioso, finestre di Zoom e Google Meet perennemente aperte.

I bambini hanno sviluppato una particolare confidenza con l’informatica e amano i videogiochi multiplayer in cui è presente una spiccata componente di personalizzazione, costruzione (“crafting”) e la possibilità di essere in contatto con i compagni per un’esperienza, sì personalizzata, ma anche condivisa.

Fortnite, Minecraft, Roblox, Among Us sono i titoli di maggiore successo. Gli adulti ne percepiscono i rischi, ma non riescono a opporsi alle richieste pressanti dei figlioli di fare parte della “community”.

Tra una chiacchiera e l’altra spunta l’argomento “giochini”.

Adulto:

Io non ho mai avuto giochini del genere. So solo che quando andavo a casa dei miei cugini, più piccoli di me, giocavamo a questi giochini, avevano una console o, come si chiama, una di queste diavolerie elettroniche e mi battevano sempre. I miei cugini hanno cercato di spiegarmi i vari comandi, ma niente, non riuscivo proprio. Mi battevano sempre e mi prendevano anche in giro. Certo che i bambini sanno essere davvero crudeli.

Segue una conversazione immaginaria con il mio alter ego Narciso (che ho scoperto durante un viaggio in treno e protagonista anche dei racconti di El Bavon Rojo). Narciso, di bassa statura e di grande petulanza, è un grande divoratore di ovetti di cioccolato.

Narciso: Ha detto “giochini”, Red…

RedBavon: Ho sentito, Narcì…sono vecchio, ma non ancora sordo.

N: E ora che fai? Rispondigli, dai. Rifilagli uno dei tuoi pistolotti, dai.

RB: non so, ha detto “giochin…”. Non riesco a pronunciarlo. Mi sale la pressione. Ho una certa età, devo stare attento.

N: Lo cianci dappertutto sul blog, hai tritato l’intritabile ai lettori che non si può dire “g…”, quella parola. Dovresti punirlo.

RB: Sì…sì, ma ha detto anche “diavoleria elettronica”…quindi non lo ha fatto a posta. Non sa.

N: Ricorda “lex ignorantia non excusat”

RB: Azz! Pur’ ‘o latino, Narcì! Che ci sta dentro a ‘sti ovetti di cioccolato che mangi come se non ci fosse un domani…Non è che sei passato ad “altro”?

N: Non tergiversare, non partire per le tue tangenti, devi fare qualcosa! Cosa gli fai?

Resto muto, ma è eloquente la mia espressione di decisione non negoziabile e amara rassegnazione insieme.

Narciso mi fissa a lungo in silenzio. Una strana espressione passa sul suo paffuto viso, la guancia sinistra sbafata di cioccolato. Il bagliore nei suoi occhi svanisce, rendendoli opachi, stanchi come quelli di un anziano. Come colto da uno spasimo di dolore si allontana di qualche passo, scrutando intorno a sè in nessuna direzione in particolare, scuote il capo: sembra in preda a una lotta interiore. Poi torna indietro e dice con una voce sussurrata e forzatamente roca:

N: Cosa dice il mio Tesoro, il mio caro? Padron Bavon non ha più fegato?

RB: Narcì, ma niente niente ti sei trasformato in Gollum!?

N: No…No…nnnno, mmmio Padddron Bavon…possso avere mmmio ovett-ttooo, ora? Mmmmio tessssoro…

RB: Mi stai facendo paura. Piuttosto mettiti nei panni del buon Samvise Gamgee.

Una breve pausa, il mio sguardo nei suoi occhi e continuo:

RB: Non conosco bene quella persona, non ho abbastanza confidenza, i bambini si frequentano a scuola. Rischio un incidente diplomatico. Senza contare la discussione quando rientro a casa con la mugliera che me ne dirà di tutti i colori.

Distolgo lo sguardo dal suo, lo abbasso a terra:

RB: Lasciamo perdere.

Sento battermi in petto. Alzo lo sguardo e incontro quello di Narciso. Il bagliore è riapparso nei suoi occhi e mi incalza, allungando un braccio e battendo ripetutamente sul petto con le dita:

N: Allora digli qualcosa! Agisci!…Smidollato!

Mi guardo attorno, aggancio per una manciata di secondi uno dei miei nanerottoli che in lontananza, prima zig-zaga poi vira stretto a destra e scompare in mezzo a dei bassi arbusti. Rivolgo di nuovo lo sguardo verso Narciso:

RB: D’accordo. Alea iacta est. Armo il pistolotto. Ready to fire.

Mi rivolgo all’adulto che aveva proferito la parola maledetta.

RB: Vedi, nonostante io abbia una veneranda età, io gioco ai “gioc…”, ai videogiochi ancora oggi. Solo che oggi, quel poco tempo che ho a disposizione, devo cederlo spesso a quei due nanerottoli, che mi usano come “cheat mode”: “papà quando è difficile, giochi tu”.

I bambini, sì, possono essere crudeli.

E mi viene da rispondergli: “Nano, io ho dato elettricità alla console, Nano dò elettricità anche a te!”.

Inizio a pensare che la strega non avesse poi tutti i torti a volere portare in tavola Hansel e Gretel.

La cottura a forno elettrico non restituisce lo stesso sapore di una volta delle fascine di legna, ma lascia che la carne si impregni delle spezie e del contorno, meglio se di patate o di peperoni. Piatto non leggero, ma gratificante per palato e pancia. Innaffiare con vino strutturato e un pelino tannico per raschiare un retrogusto selvatico. Il sudore dei bimbi tende a virare a profumi selvatici. Direi, cinghiale.

In alternativa suggerisco una marinatura in vino bianco, anice stellato e mela annurca tagliata a fettine. Servire con purea di sedano rapa e rösti di patate dolci.

I bambini frignano e frantumano l’infrangibile. Ingurgitano cibi improbabili a base di zuccheri, grassi saturi e cioccolato con prevedibili effetti “collaterali”. Quando erano più piccoli dovevi girare con una scorta di pannolini o mutande, pronto al cambio nelle situazioni più assurde e imbarazzanti.

Senza contare che di notte, i tre, quattro metri che separano il tuo letto dal bagno sono come un campo minato: cosparso di mattoncini Lego, palline o altra ignobile paccottiglia che correttamente si chiama “sorpresa” perché quando la vedi puoi solo rimanere sorpreso al vedere che minchiate riescono a infilare dentro l’ovetto.

Se ciò non bastasse, emette suoni osceni nei momenti più inopportuni in quanto geneticamente sprovvisto di freni inibitori o qualsiasi coscienza o senso di opportunità.

Sì, hai ragione a volte i bambini possono essere crudeli, ma solo perché le loro emozioni sono pure al 100%, non hanno stratificazioni, filtri indotti.

Sono crudeli come a volte la verità.

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