A spasso con l’Alieno #2 – Primi passi nel cinema


I primi passi degli Alieni nella letteratura, nel cinema e nei videogiochi

Le “orme” lasciate dai primi passi dell’Alieno nella letteratura sono utili per cercare di accompagnare i suoi primi passi anche nel cinema.

The War of the Worlds di H.G. Wells è un ottimo punto di partenza.

Per un elenco completo e in ordine cronologico dei film di fantascienza rimando alla pagina Wikipedia: Lists of science fiction films.

L’invasione dei Marziani che spinge al collasso la società britannica e mette in discussione la sopravvivenza della stessa Umanità riscuote un enorme successo ed è più volte adattata a differenti media: radio, musica e cinema.

I Marziani invadono la radio (e non solo)

History.comInside “The War of the Worlds” Radio Broadcast

Il 30 ottobre 1938, da New York Orson Welles va in onda per il canale radiofonico CBS con un adattamento del romanzo The War of the Worlds di H.G. Welles (potete ascoltarlo qui).

Orson Welles non ha idea del caos che avrebbe generato.

Nel 1938 H.G. Wells è già uno scrittore noto per i suoi romanzi: prima di The War of the Worlds, nel 1895 The Time Machine, l’anno seguente The Island of Dr. Moreau e nel 1897 The Invisible Man erano stati letti da un ampio numero di lettori sia in America sia in Europa.

L’adattamento radiofonico di Orson Welles si discosta dal romanzo originale per la differente ambientazione (il New Jersey in USA, anziché il Surrey in Inghilterra) e per il punto di vista del racconto. Il romanzo è raccontato attraverso gli occhi di un protagonista senza nome e di suo fratello. L’adattamento radiofonico è raccontato sotto forma di notiziari, reportage e testimoni oculari.

Orson Wells dunque utilizza efficacemente il nuovo medium: non si limita a una lettura del romanzo, ma sviluppa i contenuti ad hoc.

Ladies and gentlemen, I have a grave announcement to make. Incredible as it may seem, both the observations of science and the evidence of our eyes lead to the inescapable assumption that those strange beings who landed in the Jersey farmlands tonight are the vanguard of an invading army from the planet Mars.

(dall’adattamento radiofonico di The War of the Worlds a cura di Orson Wells)

La narrazione apparve così realistica all’ascoltatore radiofonico che generò un’ondata di panico, riportata su tutti i giornali dell’epoca: gli ascoltatori erano convinti che nel New Jersey fosse in corso un’invasione aliena per davvero!

Un caso di “fake-news” ante litteram, sebbene del tutto involontaria da parte di Orson Welles o, secondo altre interpretazioni, orchestrata ad arte dalla stampa dell’epoca che vedeva nella radio un concorrente.

Una delle operatrici telefoniche racconta come i Marziani invasero il New Jersey

Dagli archivi di AT&T potete ascoltare come gli operatori telefonici “salvarono il mondo”: Operators Help Save the World from Martians 

Potete vedere Orson Wells, circondato da uno stuolo di giornalisti, che lo intervistano dopo l’ondata di panico che aveva creato la sua trasmissione negli archivi della ABC News: Orson Welles Responds to ‘War of the Worlds’ Panic

Ballando con i Marziani

Richard Burton, Jeff Wayne e David Essex in studio (da: The Guardian)

Nel 1978 il compositore Jeff Wayne e il cantante David Essex adattano il romanzo di H.G. Wells a un “concept album”, War of the Worlds, con la collaborazione di Richard Burton, che presta la sua voce al giornalista che narra le vicende durante l’invasione marziana.

Potete leggere il racconto della realizzazione dell’album da parte dei due autori nell’articolo del The Guardian: Jeff Wayne and David Essex: how we made The War of the Worlds

I Marziani invadono il cinema

Locandina italiana del film La Guerra dei Mondi (1953)

Quando The War of the Worlds e l’invasione marziana della Terra raggiungono gli schermi cinematografici è il 1953, un periodo denso delle preoccupazioni della Guerra Fredda.

Rappresenta un momento rivoluzionario per il cinema per due motivi principali:

  • l’utilizzo di eccellenti “effetti speciali” dal grande impatto emotivo (premiati con l’Oscar);
  • molte delle immagini evocate dal regista Byron Haskin sarebbero diventate tra le più iconiche nella storia del genere fantascientifico.

Il film ha un ritmo serrato, con effetti speciali impressionanti e una serie di momenti di “suspense” che ancora continuano a essere efficaci, figuriamoci l’effetto sugli spettatori dell’epoca.

Nonostante alcune differenze rispetto al romanzo e ambientato negli anni Cinquanta (la storia ne risultò ancora più verosimile al pubblico contemporaneo), il film raccoglie e trasmette lo spirito dichiarato dall’autore: è una rappresentazione critica delle ingiustizie della società vittoriana nel romanzo, di quella americana degli anni Cinquanta nel film.

Nel 2005 i Marziani ci riprovano: atterrano negli Stati Uniti d’America e – citazione del radiodramma del 1938 – nuovamente nel New Jersey. Il secondo adattamento cinematografico di The War of the Worlds è diretto da Steven Spielberg e Tom Cruise è l’attore protagonista. Il film ottiene un buon successo di pubblico sia in USA sia nel resto del mondo.

La nuova edizione del 2005 ottiene un buon successo

Mamma ci sono i Marziani in TV!

Nel 2019 l’invasione marziana è ritornata in Europa dei giorni nostri con due serie TV:

Quest’ultima – di cui è stata annunciata la seconda stagione nel 2021 – ripropone il tema originario delle ingiustizie sociali aggiornandolo ai temi attuali come la crisi economica, l’allarme ecologico, i fenomeni migratori. Poiché le vicende si svolgono in un’ambientazione più familiare, riesce a rinnovare nel pubblico europeo il senso di inquietudine dell’opera originale.

Non tutti gli Alieni vengono da Marte

L’opera di H.G. Wells è una ricchissima fonte di ispirazione per la cinematografia: dal romanzo The First Men in the Moon sono tratti liberamente vari film, tra cui Base Luna chiama Terra del 1964, che precede di cinque anni il primo allunaggio di un essere umano, il 20 luglio 1969, a bordo dell’Apollo 11.

Poster italiano del film The First Men in the Moon, diretto da Nathan Juran

Nel 1964, le Nazioni Unite hanno lanciato una spedizione spaziale verso la Luna. Un gruppo di astronauti vi atterra, credendo di essere i primi esploratori. Tuttavia, scoprono una bandiera britannica sulla superficie e una nota che rivendica il satellite terrestre per la regina Vittoria. Vi è anche riportato il nome di Katherine Callender.

Le conseguenti indagini portano alla luce che Katherine Callender è morta, ma suo marito, Arnold Bedford, le è sopravvissuto e vive in una casa di cura. Interrogato dai rappresentanti delle Nazioni Unite, Bedford racconta del viaggio sulla Luna con il dottor Cavor grazie a una sua scoperta, la “cavorite”, che permette di annullare gli effetti della gravità: la storia viene mostrata sotto forma di “flashback”. Nel finale l’atteso primo contatto con gli alieni insettoidi, descritti nel romanzo, non avverrà. Non svelo i motivi per chi non ha ancora visto questo classico della fantascienza.

L’immagine insettoide degli alieni è diventata un caposaldo della Fantascienza: se il gruppo di astronauti di Base Luna chiama Terra manca il primo contatto, l’incontro con una “melting pot” alieno di insetti e aracnidi, detti semplicemente “Bug” (“insetto”, in inglese), avrà conseguenze devastanti per la Fanteria dello Spazio (Starship Troopers).

Starship Troopers (1997), il film non risparmia sangue e smembramenti

Il film Starship Troopers del 1997, diretto da Paul Verhoeven, liberamente tratto dall’omonimo romanzo del 1959 di Robert A. Heinlein, ha riscosso un moderato successo, nonostante sia di genere “bellico” e quindi votato fortemente all’azione e con effetti speciali di ottimo livello.

Sebbene le differenze con il romanzo siano molte, ha raccolto critiche similari di propaganda militarista, apologia di fascismo, xenofobia, quando nelle intenzioni del regista questi temi sono ritratti in chiave satirica.

Nelle dichiarazioni dello stesso regista si coglie in effetti l’eredità del messaggio critico nei confronti della società inaugurato da H.G. Wells: nella società umana del futuro, militarizzata e xenofoba, vi è una critica alla società americana contemporanea e alla politica estera degli Stati Uniti.

Starship Troopers ha avuto quattro seguiti pubblicati direttamente per il mercato “home-video”: due “live action” e due film di animazione.

Con l’avvento della “fantascienza filosofica” in letteratura, anche il romanzo di Stanisław Lem, Solaris (1961), è oggetto di due adattamenti cinematografici.

Nel 1972 il primo film, diretto dal regista Andrej Tarkovskij, vince il Grand Prix Speciale della Giuria al 25º Festival di Cannes; l’adattamento per il mercato italiano dell’epoca è disastroso tanto che il regista chiede di eliminare il suo nome tra i crediti.

Solaris definito come la risposta sovietica a Odissea 2001 nello Spazio (1968)

Solaris è esaltato dalla critica: viene presentato come la risposta sovietica a un altro capolavoro di produzione statunitense, Odissea 2001 nello Spazio (1968), regia di Stanley Kubrick, scritto con un importante scrittore di fantascienza, Arthur C. Clarke, che ne pubblica il romanzo omonimo nello stesso anno. Il confronto tra i due film è una forzatura: l’autentico punto in comune è un nuovo modo di raccontare la fantascienza e interpretare il contatto con l’Alieno attraverso temi esistenziali e filosofici. 

Generalmente acclamato dalla critica e dal pubblico ha assunto il titolo di “cult”. Ciò non toglie che le opinioni siano estremamente polarizzate: chi lo trova un capolavoro, chi insopportabile.

Come gli astronauti che investigano sul pianeta Solaris vengono colti da allucinazioni e le loro menti collassano di fronte a tanta incolmabile diversità tra l’umanità e il pianeta alieno, così molti spettatori sono stati colti dalla medesima incolmabile diversità tra quanto si aspettavano da un film di fantascienza e quanto è stato proiettato sul grande schermo.

Coppie nello Spazio: Solaris, 1972 (sopra); Solaris, 2002 (sotto) [fonte: Najdalszy Brzeg blog]

Nel 2002 il regista Steven Soderbergh cura un secondo adattamento cinematografico, con la dichiarata intenzione di essere un’originale interpretazione del romanzo e non un “remake” del primo film. Nonostante la partecipazione del popolare attore George Clooney nel ruolo del protagonista, l’accoglienza della critica è tiepida e il pubblico non è soddisfatto.

Stanisław Lem non ha apprezzato nessuno dei due film come trasposizione del suo romanzo.

Mi è sembLato di vedeLe un alieno…

Mappa dei “primi contatti” degli alieni sulla Terra nel Cinema [fonte: Dylan_Mq]

La narrazione del “primo contatto” è un tema assai caro al cinema. La novità di tale approccio consiste nel tralasciare le interazioni con gli alieni e concntrare la tensione drammatica nel momento in cui gli umani incontrano una civiltà a loro estranea .

Il “primo contatto” cinematografico è un film muto di produzione tedesca del 1920, Algol – Tragödie der Macht.

Algol – Tragödie der Macht [fonte: Imdb.com]

La storia narra la vita di Robert Herne, che lavora in una miniera di carbone, e la sua amicizia con Maria Obal. Mentre lavora nella miniera, incontra un abitante del pianeta Algol, che gli fa dono di un prototipo di macchina che può fornire una fonte di energia praticamente illimitata.

Il film è una metafora di Faust, l’opera più famosa di Johann Wolfgang von Goethe. Il concetto di “extra-terrestre” è tuttavia più vicino a quello di uno “spirito”: un “angelo” o un “demone”, secondo che sia benigno o maligno.

Soltanto negli anni Ottanta assistiamo a una vera e propria ondata di film di “primo contatto”.

Se in Incontri ravvicinati del terzo tipo nel 1977 il regista Steven Spielberg ci fa intravedere soltanto verso il finale gli extra-terrestri, è nel 1982 con E.T. L’extra-terrestre, che il “primo contatto” diventa un tema ricorrente nei film di fantascienza.

Drew Barrymore e Pat Welsh in E.T. the Extra-Terrestrial (1982) [fonte: Imdb.com]

Il modo in cui Spielberg racconta il “primo contatto” in entrambi i film è spettacolare e “umano”.

L’umanità si trova di fronte a quella che potrebbe essere la più grande minaccia per la sua esistenza, è ossessionata da domande su ciò che può esserci nell’Universo e quale comportamento avere. In Incontri ravvicinati del terzo tipo la scena di Roy (intrepretato da Richard Freyfuss) che costruisce una montagna di purè, sotto gli sguardi preoccupati della famiglia è un esempio emotivamente potente di tale conflitto. Roy è talmente ossessionato che perde il lavoro e tralascia anche i rapporti familiari. Alla fine, nonostante tutte le difficoltà, la reazione non è ostile, anzi è di accoglienza.

Steven Spielberg riesce a portare il tema del “primo contatto” (e la fantascienza) in una dimensione nuova, quella della gente comune, nella loro vita quotidiana. Non sono scienziati, non sono astronauti, non sono fanti spaziali a sperimentare il privilegio del “primo contatto”, ma persone comuni.

Negli anni Ottanta riprende slancio anche la narrazione che integra gli alieni nelle comunità terrestri e viceversa, già iniziata negli anni Sessanta con la serie televisiva Star Trek (The Original Series, 1966–1969): la prima trilogia di Star Wars (1978-1983), sei film di Star Trek (The Original Series films tra il 1979 e il 1991), il film (1988) e la serie TV Alien Nation (1989).

L’Umanità ha dunque vinto la sua naturale diffidenza nei confronti dell’alieno?

Neanche per idea!

Invasioni e minacce aliene più o meno subdole sono sempre un tema dominante. Nel 1979 un film tra tutti riporta l’Alieno a essere un formidabile concorrente darwiniano dell’Umanità: Alien di Ridley Scott.

Poster Alien (1979)
Nello Spazio nessuno può sentirti urlare.

Alien inaugura un nuovo genere fantascientifico, lo “sci-fi horror“. 

Fantascienza e horror sono sempre stati prossimi a miscelarsi, ma un elemento risultava sempre prevalente sull’altro. Nel film di Don Siegel del 1956, L’invasione degli ultracorpi, prevale l’orrore psicologico; in Terrore nello Spazio (1965), il regista Mario Bava utilizza lo Spazio solo come ambientazione per un film horror.

Alien è rivoluzionario: terrorizza, disturba, sconvolge in modo unico e terribilmente efficace.

L’alieno interpreta verosimilmente il senso del termine latino di origine, “altrui”: sfida le convenzioni dell’immaginario collettivo e ha caratteristiche autenticamente aliene.

Grazie al design bio-meccanico di H.R. Giger, fatto di metallo che entra nelle carni e un’estetica con continui rimandi sessuali, l’alieno è un “perfetto organismo la cui perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità”.

Alien (1979): il capitano Dallas incontra l’alieno. Non sarà un abbraccio affettuoso

È un “killer” risoluto e spietato: uccide entrando nei corpi degli uomini con brutalità, infilzandoli con una coda a denti di sega o sfondandogli il cranio con una lingua fornita di mascelle e zanne; combatterlo è oltremodo pericoloso poiché il suo “sangue” verde è un acido potentissimo.

Anche una morte così brutale è tuttavia una fine pietosa al confronto di quegli esseri umani che l’alieno decide di utilizzare come “ospiti” di un proprio embrione. Dopo che una sorta di aracnide si è avvolto intorno al viso della vittima prescelta, vi impianta nel corpo un embrione. Quando l’embrione sarà pronto per uscire dal corpo lo farà sfondando il torace dall’interno.

A partire dal secondo film Aliens, la serie è un’ordalia di sangue e sventramenti, di “violazioni”, implicite ed esplicite, del corpo umano.

Puoi cercare di combatterlo, di resistere, ma alla lunga non puoi vincere. Il “primo contatto” con questa specie può essere davvero l’ultimo.

Aliens: il migliore amico dell’uomo del futuro non è il cane: è il fucile a impulsi M41A!

L’impatto culturale ed estetico di Alien è impressionante, non soltanto sulla successiva cinematografia di fantascienza:

  • dopo Alien, aumenta vertiginosamente il numero di film che nel titolo contengono il termine “alien” (poco utilizzato in precedenza) e che utilizzato i corpi umani come “incubatrici” di vita aliena;
  • prima di Alien, i viaggi spaziali erano per lo più rappresentati con immagini di equipaggi impeccabili e navicelle dal design pulito e all’avanguardia. L’astronave Nostromo e il suo equipaggio sono quanto di più vicino al proletariato sfruttato e sotto-pagato, a bordo di un catorcio rabberciato. Fanno eccezione Han Solo e Chewbacca a bordo del Millennium Falcon in Guerre Stellari (Star Wars, 1977);
  • la protagonista Ripley, interpretata da Sigourney Weaver, non è stato il primo eroe d’azione femminile, ma è sicuramente quella di maggiore successo fino a quel momento e, sopratutto, è il primo caso di personaggio femminile che sopravvive alla resa dei conti finale. Fino a quel momento era privilegio di un eroe maschile, il cosiddetto “last man standing”.

Questi sono solo “cenni” del cinema fantascientifico che racconta i primi passi degli alieni, più o meno pacificamente, tra agli esseri umani. Il mio intento è di stimolare la curiosità e dare qualche spunto per la ricerca personale. Vi invito perciò ad aggiungere il vostro contributo nello spazio dei commenti.

Nel prossimo episodio di A Spasso con l’alieno, i primi passi nella letteratura umoristica.

30 pensieri su “A spasso con l’Alieno #2 – Primi passi nel cinema

    1. I romanzi perdono sempre negli adattamenti cinematografici. Al di là della sintesi necessaria, è sempre l’interpretazione, la lettura del regista e sceneggiatori che contrasta inevitabilmente con quella del lettore, di ogni singolo lettore. Il merito è di rendere più accessibile a chi non si è avvicinato al romanzo ed è in operazione buona de colgono lo spirito del romanzo. Il Signore degli Anelli di Jackson si prende parecchie “libertà”, ma lo spirito della Terra di Mezzo è vividissimo. Blade Runner è un capolavoro di film, pure traendo una vaghissima ispirazione dal romanzo. Due cos’è proprio differenti (belle entrambe eh). Sul primo Solaris si è detto e scritto di tutto e di più: l’aura di “cult”, aggiungo io, “d’essai” non giova affatto a trovare il “giusto mezzo” di cui scrivevo qualche riga fa. Tende a dividere.
      In Italia è stato un caso da gridare allo scandalo (clicca sul link se non conosci la storia, è veramente assurda)
      Il secondo adattamento invece vira al “romantico” ed è proprio lontano dal romanzo. Il regista non voleva fare un “remake”, ma non ci è andato nemmeno vicino al romanzo. Lem ha ragione da vendere in quest’ultimo caso.

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      1. Di quello di Clooney ho letto solo male, non credo che gli darò mai un’opportunità. Il film di Tarkovskji lo dovrò rivedere, magari tentando di dimenticare il libro nel frattempo.

        Leggerò la storia dell’uscita italiana al più presto! :–)

        (e sono d’accordo con ciò che hai scritto di Blade Runner e LOTR, pur non amando molto i film di Jackson)

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  1. Stupendo questo tuo articolo, compadre: l’ho bevuto come un assetato beve un buon bicchiere d’acqua fresca, gustandolo e riflettendoci su.
    Personalmente, ho amato sia il libro Solaris ,che il film di Tarko: è una sf astrale, filosoficamente assai evoluta. Un po’ come quella di Ray Bradbury nel suo Cronache marziane. Quando il primo contatto con l’altro è un ripetersi continuo e spiazzante di incontri:
    nel primo, la i tre terrestri vengono uccisi da n tranquillo signore convinto che questi siano solo una allucinazione prodotta da un suo vicino di casa dispettoso;
    nel secondo incontro altri tre astronauti terrestri vengono uccisi questa volta da un marito geloso. Perchè la propria moglie, dato che i marziani sono telepatici, ha intercettato i pensieri di uno degli astronauti ed ha cominciato a cantare in inglese una canzone d’amore;
    nel terzo incontro saranno i marziani di un villaggio ad accogliere l’equipaggio composto da venti uomini ricreando per loro l’ambiente familiare che si erano lasciati alle spalle. Poi, quando gli uomini, riflettendo sull’assurdità di un viaggio nello spazio durato mesi e mesi e che li aveva riportati a casa loro in un passato che era più nel loro vissuto che nella realtà del momento. Ed è proprio nell’attimo della presa di coscienza che vengono uccisi. Al mattino, si svolgono i funerali in cui, i marziani, appariranno ora festanti nelle loro vere sembianze, ed ora piangenti e addolorati, al seguito di una New Orleans jazz band che suona accorata;
    Nel quarto incontro sarà uno dei componenti terrestri a risvegliarsi marziano nel pensiero e nella sensibilità, cominciando ad ammazzare i suoi compagni ad uno ad uno, per evitare che questi, terrestri sprezzanti bifolchi, possano inquinare e finire di distruggere la civiltà marziana.
    E qua mi fermo.
    Però nel libro gli incontri si susseguono ed ogni volta è sempre sorprendente la modalità con cui viene risolto l’approccio tra due entità così diverse e perciò l’una aliena all’altra.
    Muchas gracias compadre

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    1. I tuoi commenti sono sempre una gioia! Una volta terminato il “lavoro” di scrivere il testo del post, la tensione si riduce, ma non svanisce. Scema progressivamente, sfumando nei pensieri del quotidiano. Aspetto infatti i commenti, l’effeto che ha generato il mio “prodotto”, la reazione, altre possibili fonti di arricchimento e di ricerca, spunti o anche solo “quattro chiacchiere”. Il commento come questo soddisfa quel tipo di “tensione” nel senso che ricevo una sensazione di gratifica e rigenerante.
      Sì la SF è anche quanto hai raccontato, non è solo un festival degli effetti speciali e di personaggi che indossano tutine attillate o vanno in giro con dei tubi al neon convinti che siano delle spade potentissime 😉
      La SF contiene l’eterno conflitto tra il sognatore e il pragmatico. Il “sognatore” vede gli alieni mentre il resto del mondo gli urla che è pazzo; il “sognatore” è chi vede possibili interazioni con civiltà aliene invece di nuclearizzarle. La SF non è solo evasione, ma proietta l’uomo disposto a sognare oltre il suo quotidiano e le sue limitazioni “laddove nessuno è mai giunto prima”. E non intendo necessariamente volando a velocità Warp lontano dalla Terra, ma stando piantati su questa crosta terrestre.
      Solaris infatti è un viaggio interno nel microcosmo dell’uomo, delle sue emozioni, ricordi, errori, rimpianti.
      Perciò compadre, gracias de todo el corazòn!

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    1. Grazie! Contento di non avere deluso con il “sequel” (che si porta appresso una certa “maledizione” 😜). Per le liste di Wikipedia sono d’accordo con te. Ho trovato diverse volte errori, lacune sopratutto nella versione italiana. Per esempio nello studiare il pantheon delle divinità Maya per il mio racconto Batmancito la versione italiana era la peggiore di gran lunga, a seguire quella inglese, mentre quella in spagnolo era su un’altra pianeta per completezza e accuratezza. Diciamo che le liste Wikipedia sono un buon punto di partenza per le ricerche. Se hai un’indicazione su un database migliore, scrivi pure il link. Lo sostituisco a quello di Wikipedia. I commenti servono anche a migliorare il post. Grazie ancora!

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  2. Su Solaris ho già parlato nell’altro commento, ma giusto per ripetere il mio amore per il romanzo e il film russo, che ovviamente (o forse non è così ovvio) va visto nella versione dell’autore e non le “taglia-e-cuci” italiano. E’ un film asiatico, non europeo, il che vuol dire che la narrazione ha bisogno di tempi lunghi, che l’attesa fa parte della storia, perché lo spettatore deve arrivare a capire cosa prova il protagonista senza bisogno di spiegarlo. È un film percettivo esattamente com’è l’oceano di Solaris.
    All’inizio del Duemila comprai subito il DVD italiano con l’edizione estesa: vado a memoria, ma credo che siano 2 ore e mezza, come minimo. E non c’è un minuto di troppo! Quando poi ho letto il romanzo ho ritrovato quella sensazione di impotenza davanti alle onde di Solaris, da cui fuoriescono volti di bambini mai nati e le cui immagini cambiano a seconda di chi le guardi. E quando il protagonista ritrova sulla base la moglie morta, è solo tramite il ritmo lento che riusciamo a provare il suo dolore, e il dolore per ciò che verrà. Non è un racconto, è un’esperienza.
    Mi dicono che quel film col sedere di Clooney sia ispirato allo stesso tema, ma non ci credo 😀

    Tu scrivi: «Il film è un’ordalia di sangue e sventramenti, di “violazioni”, implicite ed esplicite, del corpo umano.» Onestamente mi permetto di dissentire: in “Alien” si vedono sì e no due gocce di sangue: a parte la fuoriuscita del chestburster (che è poi l’innovazione che ha garantito al film di esistere), non si vede altro. Anche perché gli autori si stanno muovendo in un terreno sconosciuto: è il primo fanta-horror, infatti farà incacchiare tutti. Gli appassionati della fantascienza lo considereranno troppo horror, e gli appassionati di horror troppo fantascientifico, e le riviste di settore ospiteranno addirittura delle critiche negative.
    Dichiaratamente Scott stava rifacendo “Non aprite quella porta” nello spazio, da quando gli avevano fatto conoscere quel film, e quindi niente sangue, niente budella, niente di niente, dev’essere tutto lasciato all’immaginazione dello spettatore. Lo splatter nascerà solo nel 1980 di Venerdì 13, quindi temo che “sangue e sventramenti” in Alien sono solo nel pensiero di chi lo guarda, e sicuramente lì fanno molta più paura che a vederli su schermo 😛

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    1. Hai ragione due volte: Solaris è un film asiatico, differente dal nostro consueto approccio, e considerando anche il romanzo, aggiunge una “diversità” anche al modo di concepire l’alieno.
      Nel primo Alien effettivamente il “pulp” è, a parte la scena che hai citato, sottinteso, non esplicito. Più presente nei film successivi. Le “violazioni” del corpo umano vengono proiettate nella mente dello spettatore. In Aliens è più esplicito. Avrei dovuto specificare meglio nella “serie”. Apporto la modifica.

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  3. Sai? Non sono molto d’accordo quando scrivi che Ripley è il primo caso di personaggio femminile che sopravvive alla mattanza: il concetto di final girl era già presente in film precedenti.
    Addirittura, se prendiamo in considerazione il terzo, pessimo film, dove Ripley muore, se ricordo bene è anche quello in cui il personaggio ha un rapporto sessuale con qualcuno – nei film di questo tipo, pare che se fai sesso sei destinato alla morte, mentre la final girl si mantiene illibata 😛

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    1. Il bello dei commenti e di un blog è lo scambio di idee e opinioni, che non necessariamente devono coincidere. Dal confronto deriva quasi sempre un arricchimento. Perciò provo a chiarire meglio il mio punto di vista, anche se ci vorrebbe l’autorevole intervento di Lucius, ben più competente del mio.
      Ripley non sarà il primo caso di “final girl”, ma la sua importanza è legata al fatto che ha creato una tendenza. L’impatto e l’influenza che ha esercitato sulla cinematografia successiva è significativa ed è la prima a esserci riuscita in questi termini e dimensioni. Nella mia accezione, il primato non consiste nell’essere il primo in senso cronologico, ma essere il primo a generare un impatto e un’influenza significativa.
      Nei videogiochi, per esempio, un simile risultato è raggiunto da Lara Croft. Anche se in precedenza non sono mancate protagoniste femminili nei videogiochi, Lara Croft nel primo Tomb Raider rappresenta un punto di svolta: ha avuto un impatto significativo sul trend successivo e ha avviato un processo di “sdoganamento” culturale tale che un avatar femminile è diventato la norma. Ripley è un punto di svolta nei personaggi femminili quanto lo è stato il film stesso. Elementi horror sono sempre esistiti nel cinema di fantascienza, ma è con Alien che lo “sci-fi horror” diventa un genere con un’identità unica e dignità propria.
      Dopo Alien. c’è un’alternativa femminile al “last man standing”.
      Ripley nel terzo film è un personaggio differente da quello dei primi due film e soffre una difficile, confusa e controversa genesi, dalla produzione alla regia. Ripley, fin dalla prima scena, interpreta già la “last woman standing”, che invece è coerente con una conclusione, con un finale. Già dall’inizio si capisce che qualcosa nella sceneggiatura è andato storto e Ripley non sarà più la stessa.
      Alien³ non regge il confrono con i primi due film – per me la serie si è fermata ad Aliens, che amo quanto il primo – tuttavia non lo considero “pessimo”. A questa valutazione si avvicina il successivo “La Clonazione” e ci arriva in pieno “Covenant” (di cui avrai letto forse il motivo delle mie maledizioni).
      Alien³ non inizia come ci saremmo aspettati (Hicks è un personagigo buttato alle ortiche per motivi incomprensibili), Alien³ finisce in un modo che altrettanto non ci saremmo aspettati: Ripley, che non si era mai arresa, che aveva lottato e perfino vinto contro un avversario che non dava quartiere né pietà, si arrende. La morte di Ripley in Alien³ è una resa, è la negazione di ciò che rappresenta questo personaggio: l’incredibile resilienza delle donne, la maggiore resistenza e forza che le donne hanno sempre avuto rispetto agli uomini e che, finalmente anche in un film di fantascienza, viene mostrato in barba a quella fessa e vecchia espressione che definisce le donne il “sesso debole”.
      In Alien³ Ripley non è più nel ruolo di “final girl”, non sopravviverà, soccomberà per esigenze di fare cassa con un film dalle idee confuse e non all’altezza delle idee e della realizzazione mostrati nei primi due. Ho come la sensazione che i produttori ne fossero consapevoli e hanno scelto il “colpo d’effetto” per racimolare soldi.
      Batto un colpo a Lucio perché sono molto curioso della sua opinione…
      Conte, grazie per lo spunto.

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        1. Elevo una lamentela a WordPress che non mi ha avvertito dei commenti, malgrado avessi cliccato sulla casella apposita! 😦

          Da tempo sul ZInefilo sto viaggiando alle origini delle “donne toste al cinema” e la questione è intorbidita da un errore di fondo: la “final girl” non è la ragazza che sopravvive, perché nel caso tutte le donne di tutti i film horror della storia del cinema sopravvivono (eventuali eccezioni sono così rare che non contano), insieme al relativo protagonista maschio che si prende cura di loro. Il problema è che in ogni film thriller-horror dalla nascita del cinema al 1976 le donne sono solo personaggi IES (inciampa E Strilla), non fanno altro, mai. Qualcuno cita sempre “Non aprite quella porta”, ma invito a rivedere quel film del 1974: la “final girl” non fa una mazza di niente, è un pupazzo che strilla per tutto il film ed è solo per botta di culo che sopravvive.
          Con la rivoluzione sessuale del 1968 qualcosa cambia e piano piano, sotto pelle, la donna scritta da uomini inizia a cambiare. Il caso paradigmatico è Philip Dick, che proprio nel ’68 per un suo romanzo crea donne forti e indipendenti: poi arriva il film “Blade Runner” e le rende prostitute, giusto per dire…
          Ci sono casi già nei primi Settanta, che racconto nel blog (come “Gator Bait” del 1973), ma è il 1976 l’anno fatale: Walter Hill adatta la robaccia di O’Bannon per scrivere un copione coerente con protagonista una donna che non inciampa, non strilla, ma prende in mano la situazione e affronta il mostro. Questo è una “final girl”: quella che affronta il mostro finale, quando nella storia del cinema è sempre stato l’uomo a farlo, mentre la donna inciampa e strilla.
          Dal ’76 al ’79 dell’uscita di Alien altre cose cambieranno. Un autore horror scrive il romanzo “The Howling” con una donna che invece di strillare prende in mano la situazione e indaga sul licantropo in paese (in una scena che verrà plagiata da Stephen King!) e lo affronta nel finale; esce “Halloween” (1978) dove c’è un accenno di final girl (Laurie non affronta il mostro, si limita ad una coltellata delicata!) e un mese dopo esce il film definitivo: “I spit on your grave”, un minuscolo prodotto che però ha il coraggio di mostrare ciò che non si può mostrare. Una donna violentata che invece di inciampare e strillare prende in mano la situazione e si vendica dei suoi carnefici, massacrandoli. L’anno dopo Richard Crenna affronta una serial killer che spara agli uomini per vendetta, e pure Callaghan affronterà un personaggio simile, finché “Aliens” non stabilirà il paradigma della GWG (Girl With Gun) – con grande dispiacere della Weaver che combatterà per anni il suo personaggio – cristallizzato dal 1990 di “Nikita”. Mentre il povero David Morrell che nel 1988 per il suo Rambo ha proposto una donna forte e armata come compagna d’avventura del terzo film, si è visto ridere in faccia: quelli che ridevano poi, nel 1991, accettano la Sarah Connor armata di Cameron in “T2”.
          Walter Hill purtroppo era tra i primi ma non ha fatto in tempo a rivendicare il suo primato, ma parliamo solo di Occidente: in Giappone Sonny Chiba già aveva ampiamente sdoganato la figura di donna forte protagonista che prende a calci nel culo i maschi, qualcosa di troppo avanti per i Settanta occidentali. Non a caso la marziale Cynthia Rothrock ha dovuto aspettare gli anni Novanta per riuscire a fare un film in America, passando gli Ottanta a lavorare ad Hong Kong.

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            1. Non essendoci studi sulla questione – la critica che ha inventato il termine “final girl” in realtà parlava di tutt’altro e non conosceva molti film sull’argomento, se non i grandi titoli famosi – è tutta una caccia. Molti film li ho incontrati per caso, come l’incredibile “Gator Bait” (1973) che mostra una donna forte e indipendente che rivive pressoché identiche le imprese di “Chato” (1972) con Charles Bronson (personaggio che vive nella natura selvaggia che uccide in agguati i cacciatori che vengono a stanarlo dopo avergli stuprato un parente) e dimostra come nei piccoli film il concetto di “donna tosta che affronta il mostro finale” aveva molta più libertà d’espressione rispetto ai grandi titoli hollywoodiani, molto più lenti e impastogliati.
              Ci sarebbe da affrontare temi molto più difficili, perché in fondo “I spit on your grave” (1978) è la risposta a “L’ultima casa a sinistra” (1972) di Wes Craven, plagio da “La fontana della vergine” (1960) di Bergman, dove la violenza subita dalla ragazza viene vendicata dal padre-padrone che avoca a sé ogni potere, quello divino, quello legale, quello esecutivo e ogni altro potere. Nel 1978 crolla la figura del padre-padrone, crolla la figura divina e Jennifer Hills non ha nessuno che vendichi il suo terribile stupro: è il momento di prendersi le proprie responsabilità e gridare “Mia è la vendetta”. Dunque le donne che al cinema ricoprono ruoli storicamente maschili indicano il crollo della famiglia patriarcale, la ribellione femminista o una maggiore consapevolezza di sé? Purtroppo sono argomenti spinosi che gli autori stessi di queste opere non hanno affrontato, quindi rimangono materiale per chiacchiere da bar 😛
              E chissà quanti altri film usciranno fuori con donne forti, per non parlare di eroine di altri media, come la Modesty Blaise che sia a fumetti che romanzi scalciava forte il ruolo di maschio dominante nelle storie spy action. E’ un universo in continua scoperta 😉

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