Liebster Award 2020


LiebsterAward

Le vie della Rete sono infinite e imperscrutabili

Il Liebster Award graziosamente conferitomi da Deserthouse nel 2016 è stato il mio primo riconoscimento della Rete e non senza un’emozione particolare; come scrivevo all’epoca, non ho mai vinto nulla: una medaglia, una coppa, una coccarda.Per quanto virtuale e a sindacabile giudizio, questo premio mi ha gonfiato di quella soddisfazione di “avere fatto qualcosa bene”. Il Liebster, come tanti altri “premi” della Rete sono assimlabili a una sorta di catene di Sant’Antonio, come nelle cosiddette “tag”. Perciò, in preda a mistica megalomania, in  Sant’Antonio 2.0, una storia di catene e protettori ho reso grazie a Sant’Antonio, eleggendolo a (mio) patrono dei blogger. Nei due anni seguenti sono stato unto da SantagAntonio  a cadenza regolare, inanellando una serie di “nominescion” e partecipazioni in catene (tag) dai temi più vari, tre Broomstick Award in un colpo solo e un Sunshine Blog Award. In delirio di tag-potenza, ho ricevuto un Segno da SantagAntonio e da unto sono diventato untore: Il mio primo computer, la tag benedetta da SanTag nerdAntonio!

Poi un lungo periodo di silenzio. Oggi, la luce! SantagAntonio non ce l’ha più con me! mi ha conferito un Liebster Award!

Il Liebster Award nasce per aumentare la visibilità ai blog ai quali sono iscritti meno di duecento follo-uhé-uhé, tuttavia la regola non è cogente. Ho infatti superato di parecchio questo numero, ma dalle centomila pagine visitate nel 2017 registro in questi quasi tre anni successivi una riduzione drastica, ritornando a un numero di visite di quando avevo meno di duecento adorabili pazzi che seguivano le mie esternazioni. Le motivazioni sono la “sparizione” di una “vecchia guardia” di lettori, una minore frequenza di post e anche modifiche dei criteri di indicizzazione di Google “io so’ io, voi non siete un cazzo” (cit. Marchese del Grillo). Perciò, non so se questo Liebster Award è un Segno di-vino (ovvero di origine etilica), ma di certo giunge al momento giusto!

Sia lodato SantagAntonio.
Sempre sia lodato
Ammén

Veniamo quindi a onorare la “nominata” con risposte alle domande di tag-rito.

Prodotti artistici o prodotti industriali? Arte di consumo o Arte pura? Dicotomie impossibili: ti senti di prendere parte in questa diatriba o prendi quello che passa?

Vogliamo fare notte? Un “prodotto” per comune definizione è “industriale”; l’arte si esprime per “opere uniche”.Tuttavia, senza prenderla troppo alla lontana, tendo a considerare “artistico” ciò che mi commuove, che suscita l’agitazione, il “movimento insieme” suggerito dal latino commovēre. Potete infiocchettarmi quanto volete la storia dei quadri con un taglio o potete esporre al MOMA una tazza di ceramica o spargere dei sassolini sul pavimento del Solomon R. Guggenheim Museum e chiamarle “installazioni”, ma so riconoscere la “commozione”: ad Amsterdam alla vista di “semplici” girasoli. 

Il tema è un’arrampicata su una pianta di fico d’India in costume da bagno e infradito durante una giornata di vento, a raffiche. Durante gli anni Settanta, il rock fu tacciato di essere diventato troppo “commerciale”, Lester Bangs diventa uno dei più importanti critici musicali statunitensi perché sparge letame su tutto ciò che ha un successo di massa ed elegge “artisti” dei gruppi musicali misconosciuti. Un valore artistico viene così riconosciuto all’“antidivismo” e al “trash”. Un ventennio dopo, tra le mie frequentazioni ai tempi dell’Università, c’era un tipo che aveva una “conoscenza” enciclopedica della musica e si atteggiava alla Lester Bangs. Insopportabile.

Quando l’Arte è così manipolata per essere capita da pochi, perde del suo valore universale. Ciò non significa che il “pop” sia di conseguenza artistico.

Dovendo sintetizzare e inevitabilmente saltando dei passaggi intermedi, un prodotto industriale può comunicare emozioni.

Ti senti più un tipo nordico o mediterraneo?

Rispondo con un’intero menu di questo blog: https://redbavon.wordpress.com/tag/napoli/

Preferisci le cose che si sentono o le cose che si vedono?

“Sentire”, contrapposto a “vedere”, spinge a interpretarlo come sinonimo di “udire”. Ma potrebbe anche corrispondere a “toccare” oppure “provare un’emozione”. Vincono quattro a uno  “le cose che si sentono”.

Ti inondi nei social? Ti mantieni distante? Li rifiuti?

Provati tutti i più diffusi social network. Strepitosa la loro rapidità di diffusione e il potenziale di “contagio” dell’informazione. Rifiutarli significa rinunciare a conoscerli e a “prederne le misure”. Non sono indispensabili, ma si sono dimostrati ugualmente invasivi a più livelli, dalla vita privata all’informazione dei cosiddetti canali “ufficiali”, che li bolla come “inaffidabili”, ma poi li cita in continuazione come fonte. In pratica, si sono scavati la fossa con le proprie mani.

Vi ho perso interesse rapidamente.

I miei account sono oggi tutti dormienti e pubblico post di questo blog su FaceBook e Twitter grazie a un automatismo presente in WordPress, non perché generino “traffico” – blogosfera e social network sembrano impermeabili gli uni agli altri – ma perché qualche amico (vero, che frequento nella realtà) trova più facile seguirmi grazie ai link pubblicati sui social network.

Cosa non mi piace dei social network e cosa me ne ha fatto allontanare?

Il tipo di comunicazione, rapida, superficiale, tendente al rissoso e – peggio di ogni altra cosa – vigliacca, molto vigliacca. Si presta a riportare in auge vecchi adagi come “tiro la pietra e nascondo la mano”, “armiamoci e partite”. In pratica non è “comunicazione”, il tasto “share” è finto quanto una moneta da tre euro, ha inquinato la parola “amico” e “amicizia”. Citiamo anche la censura a membro di cane: quando scrivemmo un post sulla commedia sexy all’italiana con Cuoreruotante e Giancarlo, il post che Giancarlo pubblicò sulla sua bacheca di FaceBook fu bannato come “contenuto pornografico” e il suo account sospeso.

Hai un criterio di organizzazione del blog?

La linea editoriale di questa webbettola è “non c’è linea editoriale”. I contenuti nascono in maniera spontanea e si sviluppano a folate e raffiche. Un minimo di organizazione dei contenuti è abbozzata in una struttura a “rubrichette” che è nata a posteriori come “contenitore”. Avete presente i bauli nelle vecchie soffitte o cantine? Quando li apri, non sai mai cosa ci trovi. Se cerchi qualcosa in particolare, devi aprirli tutti.

Così tra le varie rubrichette, partorite via via da falangi, falangine e falangette abbiamo in ordine di apparizione sul menu:

  • VideO’gioco quant’è bello, spira tanto sentimento;
  • Storie sgangherate per bimbi insonni e papà stanchi;
  • Storyette storie (che durano il tempo) di una sigaretta;
  • El BaVón Rojo, un comedor in cui si raccontano storie improbabili quanto i suoi gestori, l’Oste e il suo sodale di statura diversamente alta;
  • The .XXX files dai contenuti con alto livello di sfogo, poco costume, bassissima società;
  • Bavabondo, i giri del RedBavon intorno al mondo;
  • Juke-Box, dedicata a libri, alla musica, ai film e, perché no, a tutto il cucuzzaro.

Programmi molto i tuoi post o “pubblichi” a istinto quando capita?

Non ho una programmazione dei post, anche in quelli a episodi. Se esiste un “ordine”, il risultato finale si avvicina a un frattale.

Come ti approcci alle tematiche femministe?

Altra domanda il cui tema è come camminare con indosso solo il costume da bagno e un paio di pinne in una foresta fitta di piante di cactus durante una giornata ventosa. Premesso che sono convinto che questo pianeta sarà salvato da una donna (che non è la piccola Greta), il femminismo come espressione spesso estremista non ha le mie simpatie (come tutti gli estremismi). L’uguaglianza e le pari opportunità tra uomo e donna sono concetti che devono essere insegnati ai bimbi e, sopratutto, con l’esempio degli adulti, in primis in famiglia. Processo lungo, ma garanzia di progresso permanente, dal quale non si torna indietro. La nostra società è intrisa di maschilismo e le “quote rosa”, che a me suonano come una “concessione”, rappresentano una dichiarazione di fallimento, piuttosto che di tensione a ridurre la discriminazione: il principio deve essere di competenza, non la divisione in fette di una torta.

Rapporto con la TV: la guardi? E se sì cosa guardi?

Sì, la guardo, sopratutto i film in seconda serata.

A livello musicale sei da oggetto (compri CD, vinili ecc.) o vivi bene anche i file?

Ho vissuto l’epoca dei “45 giri”, degli “LP” e delle musicassette. Preferisco il disco argentato, non tornerei mai al vinile. La musica mi accompagna sempre nel girone dei dannati del traffico metropolitano e perciò ascolto più di frequente la musica in formato digitale. Quando voglio proprio godere, utilizzo esclusivamente un disco argentato.

Ti consideri un eterno bambino o preferisci essere adulto?

Ho oltre cinquanta anni. Fuori tempo massimo per sentirsi bambino.

Sei ordinato o disordinato? Riesci a spiegare la tua posizione in proposito?

Disordinato, votato al Caos. Non c’è spiegazione, è innato: è un modo di concentrarsi e di “organizzarsi” differente da quello metodicamente ortodosso.

Giunto alla fine delle domande, il rito del Liebster prevede la nomina di altri blogger e la formulazione di altre domande da rivolgere agli “unti”.

Mi astengo dalle nomine e dalle domande perché ho già “unto”in varie occasioni i blogger con i quali ho una certa confidenza e frequentazione. La mia ennesima si tradurrebbe in persecuzione. Lo so, non sono degno del Liebster Award e sono un bruttissimo blogger.

19 pensieri su “Liebster Award 2020

  1. I verità ti dico, caro Red, che speravo di NON leggere l’ennesima inutile patetica “lista della spesa”. Bravissimo, mi hai praticamente letto nel pensiero anche stavolta. Del resto, come mi disse il benzinaio sig.Eni stamattina, noi due, nella scorsa vita, eravamo probabilmente anime gemelle. Scherzi a parte, va bene giocare una volta, anche due, ma poi diventa stucchevole. Le catene lasciamole alle biciclette. 😀😀👍 ciao.

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    1. Ahahahah! Queste catene sono un “gioco”, mi diverto ogni volta a darvi un tocco personale nell’intro e nelle domande e risposte. Retaggio della didascalica abitudine anglosassone, le “liste” riscuotono un grande successo nella Rete. C’è chi ne fa un uso tossico.

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      1. Ci sta. Mi piacevano , mi sono piaciute, al di là del fatto che ognuno può scrivere ciò che vuole. Il gioco è carino, ma non possiamo far finta di non vedere tutto il resto del contesto, ovvero il mega gregge che segue sempre i stessi pastori, mentre tanti altri siamo solo merde che dedicano ore al proprio “pezzo”, per poi essere letti da tre persone. Ma non voglio spostare l’attenzione che merita il tuo bel post su altri argomenti, quindi mi scuso con te e ti rinnovo i miei affettuosi saluti 😀👍

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        1. Scuse non accettate perché non necessarie. Condivido che certe “abitudini” indotte siano delle scorciatoie. Ma anche in questi casi vale fare una distinzione: chi le usa per gli scopi di rastrellamento clic e carenza di argomenti; chi le fa per partecipare a un gioco, cioè quello che è nella sua essenza. Raccolgo l’affetto con piacere e te lo rimando con una benedizione extra da SantagAntonio. I santini li ho finiti proprio ieri, pardon 😜

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  2. Ce l’ho fatta a leggerti e grazie per le risposte! Mi sembra sensata anche la tua introduzione, ma io prendo queste cose come un giochino social e come tale do loro l’importanza giusta: quel poco che basta per divertirsi!

    Hai ragionissima sull’impermeabilità tra social. Dai miei milleottocento follower di Twitter non becco nemmeno un click quando con WordPress in automatico pubblico i post. Nemmeno uno! Tra le cose “social” certamente la blogosfera è la mia preferita.

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    1. Di “gioco” si tratta ed era veramente tanto che non venivo tirato dentro. Mi sono divertito a trovarvi una “storia” da raccontare per dare un senso a una lista di domande piombare tra una ciancia sui videogiochi e un viaggio nella savana. Come i cavoli a merenda. In passato mi sono divertito a rilanciare domande sotto forma di versi di canzone e a intessere mistiche teorie di Santi e catene. Scritte oltre 1500 parole non me la sono sentita di continuare.
      Grazie per l’opportunità di incrociare le dita sulla tastiera seguendo solo il rumore del tip-tap-ritip-tap-tap. La savana e il joypad possono attendere.

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      1. Sapete, invece, che è un periodo in cui, nonostante l’impermeabilità tra blogosfera e social, sto vedendo che i blog, spesso, sono “usati”, da certe persone, quasi esattamente come i social?
        Followers, tag, blog di sole foto, blog di soli link a YouTube, e flussi di coscienza più “lunghi” di quelli di Facebook e Twitter ma ugualmente flussanti…
        Mancano solo i meme…
        [rileggendo mi accorgo che è ovvio che sono io che seguo gente sbagliata…]

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        1. Sì, eccome ce ne sono! Ma non ne capisco la motivazione che spinge costoro a mettere su baracca, blog e burattini. FaceBook è perfetto per questo scopo e vi si raccoglie più facilemte “laik”. Insomma se sono alla ricerca di “power-up” o “pozioni” di autostima il blog è uno sbattimento inutile e anche più macchinoso. Le vie della Rete – l’ho scritto – sono infinite e imperscrutabili.
          M’imbattei perfino in un plagio: su un blog postava i miei testi, senza citare la fonte; fece l’errore di copiare e incollare anche i link e il pingback fece la spia. Gli chiesi di citare il mio nick con un link al blog, nessuna risposta e non ha pubblicato nulla dopo. Si è dato alla fuga in qualche Paese senza estradizione, Dio solo lo sa 😉
          Fa specie che chi si sforza di creare contenuti originali veda che questi ibridi FacePress raccolgano tante stelle, milioni di milioni (meno, ma quella vecchia pubblicità di salami così recitava).
          Io, per non sbagliare, mi sono piazzato tra i tuoi follouhé-uhé 😉

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      1. All’inizio avevo capito che ti aveva così schifato che neanche riuscivi a scrivere la sensazione di rigetto, poi ho concluso che la parola fosse “defecare”. 😂😂😂
        PS: a proposito di defecatio ho letto il tuo post su Journey. A breve un mio commento che è opposto al tuo (e forse ci scappa anche un post)

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        1. Ahahah! Tollero poco solo le catene, a meno che non siano create direttamente da un blogger che seguo, con domande originali.

          Per il commento al post di Journey quando vuoi. Sono stato appositamente cattivo ma non metto in dubbio che ci sia qualcosa di bello che o non ho colto o che a me non dice nulla. Ne ho discusso un po’ col Conte Gracula in privato.

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    1. Si, non amo le “liste”. Per rispetto di chi mi ha coinvolto, non mi tiro indietro. Perciò, in tutte le “liste” ho cercato di dare un mio “tocco” personale. Come ho risposto in altri commenti, le considero un “gioco” e quindi mi ci voglio divertire. Non mi pare che in questo ci sia una contraddizione, come interpreto dal tuo commento.

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