Viva il Messico! Ep.#42 – Saluti allo Yucatan e ritorno a casa


Segue da Ep.#41 – L’utima “folle” notte messicana

Dormiamo fino a ora tarda e, per la prima volta, il “grintosi!” di Frank, puntuale esortazione mattutina lungo tutto il viaggio, non giunge alle nostre frastornate orecchie.
C’è aria di mesta smobilitazione.
Preparare gli zaini, ricolmi di indumenti che implorano un lavaggio o minacciano di auto-distruggersi, è un compito che rimandiamo. D’altronde, non c’è molto da preparare a parte officiare il rito dell’ultimo controllo, che nel cinquanta per cento dei casi è inutile poiché la dimenticanza sarà evidente soltanto quando è troppo tardi, cioè all’arrivo a destinazione.

La scelta per l’ultima colazione messicana è frutto sia dell’illusione di ritardare il distacco sia di chiudere con un degno finale: in riva al mare, così da riempirci gli occhi (e il cuore) dello splendido Mare dei Caraibi.

Colazione in riva al mare significa però assistere al raccapricciante spettacolo dei mega-alberghi costruiti sulla spiaggia. Mettiamo da parte ogni rivendicazione ecologica e, dopo una breve passeggiata, scegliamo un elegante bar-ristorante di una di queste mostruosità di cemento e megalomania. Vogliamo finire con il botto: gran lusso e mazzata ferale al portafogli. Nessuna tema, “No surrender! No retreat!” cantava Bruce Springsteen.

Prendiamo posto a un tavolo così minuziosamente imbandito da mettere in soggezione. Monta l’ansia che, per quanto ti comporti con la tutta la buona educazione impartita dai tuoi genitori, sicuramente ignori qualche “protocollo” e commetterai un macroscopico errore di etichetta.

Giunge il cameriere in una perfetta e amidata livrea, che contrasta con il nostro abbigliamento di turisti pronti per un lungo viaggio. Non siamo certo abbigliati con eleganza, ma ci confondiamo con la massa degli altri turisti grazie all’idiosincrasia yankee per la sobrietà e formalità di abbigliamento. D’altronde, pecunia non olet e lo stupro edilizio di questo incantevole tratto di costa caraibica ne è la prova.

L’italiano-spagnolato è decisamente fuori luogo, perciò adottiamo l’inglese come lingua per comunicare: ci rivolgiamo al cameriere e chiediamo di fare colazione.

Il cameriere ci squadra con uno sguardo interrogativo e con un sorriso di cortesia stampato sulle labbra ci fa notare che, data l’ora, forse intendiamo dire “lunch”.
In quel momento prendiamo consapevolezza che l’ora di colazione è trascorsa da un bel pezzo e che ormai è l’ora del pranzo.

Ci affrettiamo a confermare il “lunch” al cameriere e gli chiediamo di darci il tempo di scegliere le pietanze e di ritornare tra qualche minuto. Appena il cameriere si allontana, oltre a risatine isteriche a sottolineare la nostra sbadataggine (la prima “figurella di melma” è andata), consultiamo il menu in carta pregiata.

Ci rassegniamo a chiudere con il botto (del portafogli) e procediamo a scegliere le pietanze del nostro ultimo pasto decente in terra messicana. Ci aspettano i “lauti” pasti serviti in aereo, quindi recitiamo il requiem del portafogli e ci raccomandiamo a Montezuma e Liquados affinché non ci giochino uno dei loro scherzetti proprio prima di imbarcarci.

I sapori e gli odori della cucina yucateca o chiapateca sono ormai lontani, tuttavia consumiamo un pasto soddisfacente, godendoci la vista del mare e della spiaggia punteggiata di turisti, che è a pochi passi dal nostro tavolo.

Lo sfondo di questo teatrino a cielo aperto è un mare delle cui sfumature di azzurro, verde e turchese l’occhio non si appaga mai, dal quale traspare ancora con più evidenza il contrasto tra la bellezza naturale e l’arroganza del cemento.
I turisti sono variamente abbigliati, dai più succinti costumi da bagno alle camicie di bianco lino degli uomini, alle leggere vesti di fantasie variopinte delle donne.

Un gruppo di cinque individui attira la mia attenzione: sotto un arco di fiori (sostenuto da un’intelaiatura di metallo) sostano due figure, un uomo e una donna. Si guardano l’un l’altro, in silenzio, e – sebbene a una certa distanza – trasmettono emozione e felicità. Un paio di passi davanti alla coppia, un uomo rivolge delle parole, lo sguardo compiaciuto e altrettanto sorridente. Alle loro spalle un uomo e una donna assistono in silenzio con sguardo beato. Si sta celebrando un matrimonio! Sembra di essere sul set di un film americano.

A parte la scena romantica al limite di un pericoloso innalzamento della curva glicemica, questo matrimonio rende l’idea di quanto Cancun sia differente dallo Yucatan e anni luce distante dal Chiapas. Mio fratello è tornato in Messico una decina di anni dopo il nostro viaggio e purtroppo mi riferisce che questo processo di appiattimento agli standard di una presunta “cultura occidentale” si è esteso da Playa del Carmen (che già mostrava i segni di “turismo globalizzato” all’epoca) a tutta la costa fino a Tulum.

Non diamo la colpa solo agli “yankee”, ma ogni volta che pretendiamo un livello di servizi al pari dei nostri stiamo procurando danni alla diversità. Vale bene sacrificare qualche comodità e adattarsi per ottenere un arricchimento dal viaggio, oltre che goderci un meritato riposo e rilassamento.
Non ce l’ho contro le formule a cinque stelle, ma contro chi, viaggiatori e operatori, non è rispettoso del vero spirito del “viaggiare”, dei luoghi e dei costumi della terra che lo ospita e, ancora peggio, di chi tratta con diffidenza e sfrutta la popolazione autoctona.

Chiuso un inciso che a qualcuno sembrerà intriso di facile retorica, vado a terminare questa lunga galoppata sulla tastiera, un occhio allo stropicciato diario amanuense, un occhio agli ancora vividi ricordi.

Durnte il ritorno a casa, tra gli sballottamenti da un aeroporto all’altro, non vi sono eventi di particolare nota. Siamo stanchi e l’emozione di tornare a casa non è minimamente comparabile a quella di giungere in un luogo mai conosciuto.

Giunti a Milano, dobbiamo attendere qualche ora per l’ultimo aereo per Napoli.
Improvvisiamo sui sedili della sala d’attesa dell’imbarco la decisiva partita del nostro torneo di scopone scientifico, insospettabile collante del viaggio nei momenti “morti” così come nei trasferimenti più movimentati. Il torneo termina con la sconfitta della coppia Diego e Lucio; Francesco e io ci godiamo l’ultimo momento epico di questo viaggio.

L’ultima nota di colore è alla dogana a Capodichino, l’aeroporto di Napoli.

Quattro giovani con in spalla altrettanti grandi zaini e la stanchezza di quattro voli si avvicinano al controllo doganale, presidiato dalla Guardia di Finanza. Provengono dal Messico, vuoi che non portino un “ricordino” illegale, per esempio un pane di “fumo”?

Un invero improbabile ufficiale, che ricorda un incrocio tra Super Mario e Danny De Vito ci ferma e ci apostrofa:

“Guagliù, che tenite?”
Ragzzi che portate?

Segue un fulmineo scambio di sguardi tra i compadres che, pure riconoscendo l’idioma natio, non comprendono dove voglia andare a parare la domanda.
Ci incalza l’ufficiale con uno sorriso bonario e fintamente comprensivo:

“Jà, guagliù, che tenite?”
Dai su ragazzi, che portate?

Giunge la nostra risposta, lapidaria: “Niente”.

Il nostro tono nel pronunciare una singola parola denuncia grande meraviglia mista a una domanda a nostra volta:”E che dovevamo tenere?”.

I nostri zaini contengono cumuli di biancheria sporca e qualche “souvenir”.
Poggiamo gli zaini sul bancone in attesa di un’ispezione che potrebbe causarci qualche problema esclusivamente perché in contrasto con il Codice dell’Ambiente: dispersione di odori insalubri per la salute pubblica.

L’ufficiale allora ci guarda per qualche istante in silenzio e poi, con un ampio cenno del braccio indicante l’uscita, ci comunica:

“Vabbuo’ guagliù, ‘sta vota v’è jiute bbuono!”
Va bene, ragazzi, questa volta vi ha detto bene!

L’ufficiale della Guardia di Finanza, inconsapevolmente, ha colto una sacrosanta verità: ci è andata bene, anzi benissimo!

Un viaggio così non era nelle nostre più rosee aspettative, un viaggio così denso di luoghi meravigliosi, di scoperte inaspettate, di tanti incontri è stato meraviglioso, immensamente arricchente di emozioni, conoscenze ed esperienze. Inoltre, il viaggiare insieme ha sviluppato radici ancora più profonde della nostra amicizia, che non teme la siccità delle rare frequentazioni e telefonate per il normale corso differente delle nostre vite.
Mi rivolgo a Diego, Francesco e Lucio:
“Guagliù, ci è jiuta bbuono o’veramente. Vi voglio bene assaje”.

Prima di archiviare il viaggio in Messico, nel prossimo e ultimo appuntamento vi sarà l’elezione della “Reginetta della Classifica della Vongola.

Francesco ha lasciato la sua personale preferenza sul mio diario, io aggiungerò la mia. Vi inviterò a lasciare la vostra.

Epilogo
Messico in una nuvola

Dopo quarantadue “cartoline”, un viaggio nel viaggio, ho ripercorso tutto l’itinerario e ho cercato di trasmettere tutte queste emozioni e ampliato il mio bagaglio di conoscenze, seppure rischiando di risultare pedante nelle “divagazioni” storiche.

Non mi dilungo sullo spirito con il quale sono scaturite dalle mie dita ben quarantadue “cartoline” messicane nell’arco di tre anni (potete leggerlo nella prima datata febbraio 2016). Tuttavia è un numero che non avevo previsto minimamente, anzi non avevo previsto nessun numero. Ciò conferma che è stato un viaggio ricco, ricchissimo di emozioni.

Se mi concedo il dubbio di essere riuscito nell’ambizioso intento di avere trasferito ai lettori una buona parte di queste emozioni, ho una certezza granitica: è stato un viaggio che mi ha segnato, indimenticabile. Ne ho preso consapevolezza trascrivendolo e arricchendolo. Ne ho avuto la prova proprio nelle ultime tappe, di cui avevo solo qualche appunto di nomi e luoghi: ho scritto di getto e senza alcuna esitazione, i particolari affioravano via via che descrivevo gli eventi.

Potrebbe essere tutta una mia illusione, un mio personale punto di vista in un particolare momento della mia vita. Non fidatevi di me, ma di mia sorella, dei tanti amici e conoscenti che ho spinto a intraprendere questo viaggio, adattando il proprio itinerario al nostro, minacciando perfino di togliere il saluto agli amici che non si fossero recati nella Riserva della Biosfera di Sian Ka’an.
Sono tutti tornati con la stessa gioia ed entusiasmo che ho provato a trasmettere in queste “cartoline”.
Il mio saluto e ringraziamento si sintetizza in una parola :

“Grintosi!”

Grintosi!

E chi non partecipa all’elezione della “Reginetta della Classifica della Vongola” è un mollusco!

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13 pensieri su “Viva il Messico! Ep.#42 – Saluti allo Yucatan e ritorno a casa

    1. Grazie a te e a tutti quelli che mi hanno accompagnato. Lungo questo “viaggio” qualcuno ha preso strade diverse, proprio come in qualsiasi viaggio reale. Bello rivedere alla fine qualcuno che ha resistito fino all’ultimo. Questa è la condivisione che mi piace della Rete!

      "Mi piace"

  1. ho trovato il tono delle 42 cartoline del tutto adeguato alle tue – o forse alle vostre – sensazioni, emozioni provate durante il viaggio. Nessun tono eroico e ampolloso ma sintetico e pieno di calore.
    Come tutti i viaggi iniziano e finiscono ma poi si sedimentano i ricordi e le emozioni che si portano nel cuore.
    Allora vediamo la classifica delle vongole a suggello del tour.

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    1. Aggiornata in base al momento in cui la “vongola” è stata pronunciata, la Classifica è un “monster-post” da oltre 4.000 parole o giù di lì. È una sorta di indice non ortodosso e non esaustivo del viaggio, tuttavia incredibilmente efficace nel renderne lo spirito. Cliccando sull’episodio dal quale è estratto, più volte mi sono ritrovato immerso nella lettura dell’episodio precedente o seguente. È un esempio di quanto differente può essere la lettura sul web, non necessariamente sequenziale, tuttavia efficace. Ho invitato i lettori a nominare la “Reginetta”, ma dubito nella “digeribilità” di un testo – per quanto ironico – così lungo.

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  2. Che dire? Grazie. Ho viaggiato con voi,ho riso, (tanto), mi sono commossa,.. ho condiviso qualche rimpianto e parecchia indignazione, ci ho meditato su… Sei una splendida guida.
    Aspetto la classifica della vongola, e forse hai capito che non mi spaventa la lunghezza del testo…Buon tutto, e grazie sempre!

    Piace a 1 persona

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