Viva il Messico! Ep.#41 – L’ultima “folle” notte messicana


Dopo cena, un cicchetto al bar dell’Hard Rock Cafe

Segue da Ep.#40 – Cancun

Pochi minuti di cammino dalla fermata dell’autobus per le strade delle zona hotelera di Cancun e abbiamo più occasioni di alleggerirci dei peso rimanenti, cogliendo le “ultime” opportunità di regalo: nel caso del prodigo Frank, per i propri cari; per Diego, Lucio e me, per noi stessi.
Mio fratello e io acquistiamo due t-shirt che non hanno nulla a che fare con il Messico.
I miei ultimi souvenir “messicani” sono infatti:

  • una t-shirt di colore rosso scuro con la scritta “Quicksilver” di colore turchese (acquistabile in qualsiasi altra parte del mondo)
  • una t-shirt grigia sulla quale sono stampati la mascotte, un delfino, e il logo della mia “squadra del cuore” di football americano: Miami Dolphins (un perfetto souvenir tutt’al più della Florida).

Ho ancora queste due magliette e – incredibile a dirsi – ancora le indosso con tantissima soddisfazione. Non hanno ceduto minimamente né nella stampa né nel tessuto; semmai sbagliassi un lavaggio, penso che scoppierei in lacrime. Ormai sono la mia “coperta di Linus” durante l’estate, insieme al poncho durante l’inverno.

Durante il mio recente viaggio a Miami, ho indossato la t-shirt dei Miami Dolphins, anche se la squadra è ormai un pallido ricordo di quella che degli anni Novanta lottava per il Super Bowl contro i Washington Redskins. Non mi aspettavo di suscitare alcuna reazione, ero semplicemente contento di indossare la t-shirt nel suo luogo di origine. Mentre camminavo per una strada, un omone di colore ha richiamato la mia attenzione con un “Good morning sir”, lo ha ripetuto due volte. Il primo “Good morning sir” non pensavo fosse rivolto a me, poi lo ha ripetuto con maggiore enfasi ed è arrivato a segno. Mi sono voltato verso di lui, ho ricambiato il saluto: due assoluti sconosciuti, un rapido scambio di sguardi e l’incontro di due sorrisi. Tutta “colpa” di quella “maglietta con il delfino”.

Diego, Francesco e Lucio in posa plastica sullo sfondo della gigantesca chitarra elettrica che pubblicizza in modo sobrio la presenza dell’Hard Rock Cafe

Raggiungiamo un luogo che giudichiamo il centro della movida notturna: nel tipico stile megalomane statunitense un’ enorme e altissima chitarra elettrica svetta al centro dell’entrata di un centro commerciale e suggerisce che nei paraggi c’è un Hard Rock Cafe. Sul lato opposto, si scorge una costruzione nello stesso stile megalomane: è un enorme discoteca.

In un’atmosfera molto poco messicana e tipicamente “yankee”, la scelta del luogo dove cenare è in ballottaggio tra tre catene di ristorazione tematiche statunitensi:  Hard Rock Cafe, Planet Hollywood e Rainforest Cafe.

L’entrata del Rainforest Cafe: Claudio accenna un passo alla Fred Astaire. Il tutto senza ancora avere assunto una sola goccia di alcol o altre sostanze psicotrope

I piani di battaglia per l’ultima “folle” notte messicana (o meglio “yankee”) sono stabiliti all’unanimità:

  • cena al Rainforest Cafe, catena non ancora giunta in Italia e sopratutto una novità per noi napoletani abituati a Zi’ Teresa, Ciro a Mergellina, Giuseppone a mare e ai banchi ambulanti di “o’pere e o’musso” (banchi ormai scomparsi che offrivano, in condizioni igieniche discutibili, generosi piatti di trippa, di piede e muso di maiale, cosparsi da una spruzzata di sale e innaffiati di sugosi limoni di Sorrento)
  • quattro salti nella vicina mega-discoteca, per l’epoca fuori dagli standard italici

Non contento di avere ormai lasciato il deserto dietro di sé nella corsa al podio più alto della Classifica della Vongola, Francesco si assicura con autorevolezza anche la diciannovesima voce.

L’Onliplanet

Autore: Francesco. Luogo Cancun

Da non confondere con la “vongola”, sempre di Francesco, all’undicesima posizione della Classifica ovvero “Only Planet”: il riferimento è al famoso marchio di guide turistiche (all’epoca molto meno noto).

L’Onliplanet – articolo incluso – è il risultato di un’associazione di marchi della ristorazione che negli anni Novanta riscuotono successo per la novità del tema al quale si ispirano menu e arredamenti: Hard Rock Cafe si ispira alla musica “rock” e vi si respira un’aria “on the road”; Planet Hollywood si ispira al cinema e alle celebrità di Hollywood.

Le “associzioni” di Francesco dovrebbero essere oggetto di studi accademici, ma non di corsi di medicina e neurologia, piuttosto di teatro comico e umoristico.

Hard Rock Cafe, Rainforest Cafe, Planet Hollywood vengono miscelati nella mente di Francesco come in un cocktail dal cui sorso riesci a distiguere vagamente i differenti ingredienti originari. Il risultato è il medesimo di quando di cocktail ne bevi troppi: così la catena di ristoranzione a tema cinematografico Planet Hollywood viere ribattezzata L’Onliplanet.

I quattro caballeros al Rainforest Cafe. Sullo sfondo un elefante africano parte del “sobrio” arredamento del locale. Da sinistra: Diego, Claudio, Lucio, Frank.

Il Rainforest Cafe è caratterizzato da un “sobrio” arredamento che simula una rigogliosa foresta tropicale con tanto di animali più o meno tipici, il cibo è senza infamia e senza lode, lo consumiamo sull’onda della “novità” e di una sopraggiunta saturazione delle nostre papille gustative alle spezie che dominano la cucina messicana.
Per il rituale giro di tequila, scegliamo invece l’Hard Rock Cafe e al bancone del fornitissimo bar assumiamo la nostra dose di tradizionale alcolico messicano. A giudicare dall’espressione dei nostri visi nella foto, direi che era sicuramente una dose abbondante.

Allegra bisboccia all’Hard Rock Cafe di Cancun

Giunta l’ora tarda in cui la discoteca apre i battenti, le nostre aspettative – già piuttosto alte – vengono superate di gran lunga: un delirio di gente, un “dancing-pot” proveniente da ogni parte del mondo e con una considerevole presenza messicana (con tutta probabilità rampolli di famiglie ricche che vengono qui in vacanza).

Senza dubbio una parentesi divertente per una notte ed è subito evidente che è un luogo per la bisboccia, per l'”acchiappo” e infine per fare quattro salti.
Vi è una zona in penombra arredata con divani la cui funzione è chiaramente quella di “primo approccio” (leggi:”pomicio pre-trombata”). Al centro, un’ampia zona punteggiata da tavolini riservati. Infine una pista da ballo sopraelevata come un palco che ricorda quello di un teatro. Non è la sola area in cui si balla: la gente balla dappertutto.
Mio fratello e io decidiamo di dissetarci e, nella più scontata delle “consumazioni” da discoteca, scegliamo un “rum & cola”. Ci viene offerto in un lungo e stretto bicchiere di forma cilindrica, colmo fino all’orlo, presentato come un “signor cocktail” invece che il solito annacquamento di coca-cola con traccia di alcolico. Ne beviamo un lungo sorso prima di interromperci all’unisono, ci guardiamo per un attimo negli occhi ed esclamiamo: “Cazzo! Il ghiaccio!”.
Il bicchiere è traboccante di ghiaccio, hielo, il nemico “numero uno”, il più subdolo degli alleati di Montezuma, autore dello sterminio della nostra flora batterica intestinale e sponsor occulto dell’azienda che produce “Diarstop”, il farmaco anti-diarroico, inseparabile compagno di viaggio quanto la nostra sacra-bibbia, la Rough Guide Mexico.
Ormai è troppo tardi: o la va o Montezuma ci spacca proprio durante il viaggio di ritorno.

Ci ributtiamo nella mischia e facciamo ciò che possiamo per mantenere alto l’onore ballerino italico. Ahimé è qui che si straccia il velo di Gerusalemme sulle mie reali doti di ballerino.
Da un tavolino di giovani virgulti messicani, traboccante di bottiglie di alcolici vari completamente vuoti (avranno speso una vera fortuna), un tipo belloccio con camicia bianca, sbottonata quasi fino all’ombelico, si fa strada sulla pista rialzata e al ritmo di una famosa canzone di Ricky Martin che fa “Un, dos, tres un pasito pa’lante, Maria” inizia a ballare come posseduto da Ricky Martin stesso. Rimango attonito e il liquido biliare generato dall’invidia esonda come se avesse ceduto di schianto una diga.
La verità impatta su di me come un treno ad alta velocità, senza un accenno di frenata, contro le barriere poste alla fine di un binario-morto: altro che Ricky Martin! A malapena sono la brutta copia dell’Orso Baloo, con l’aggravante che l’originale ispira simpatia mentre io compassione.

La discoteca, come prevedibile, rigurgita di quella che i miei genitori avrebbero definito “tanta bella gioventù”, tradotto nel gergo più giovane e volgare: c’è un’abbondanza di “gnocca” e un altrettanto abbondante concorrenza di “fighi”.

In breve comprendiamo che la nostra ultima folle notte messicana fallirà miseramente il terzo fondamentale elemento della trinità dell’edonismo ovvero: bacco, tabacco e Venere.

Ci godiamo la serata senza nemmeno l’assillo di doverci svegliare presto poiché le necessarie formalità di imbarco all’aeroporto sono previste per il tardo pomeriggio.

E chi non torna con noi in Italia, ha tutte le ragioni del mondo per non farlo!…però, dopo tutto questo sbattermi alla tastiera per 40 cartoline, abbandonarmi nel momento più triste è davvero da ingrati (per non dire altro).

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5 pensieri su “Viva il Messico! Ep.#41 – L’ultima “folle” notte messicana

    1. No estés triste La fine di ogni bel viaggio è intrisa di malinconia. Il tempo di organizzarsi e ripartire per un altro! Perciò a breve riporterò qui il diario di viaggio in Botswana con lo stesso trattamento di revisione e arricchimento. Non andare via, ritorna in questa webbettola! 😉

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    1. Quasi, manca solo il viaggio di ritorno a Napoli. Dispiace anche a me, ho rivissuto quei momenti con più consapevolezza e approfondendo alcuni aspetti che giocoforza durante il viaggio mi ero perso. Ma come dicevo a Mariluf, non disfare i bagagli perché si riparte a breve con un altro viaggio: ti porto in Africa, Victoria Falls in Zimbabwe e il safari in Botswana!

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