Viva il Messico! Ep.#34 – La partita di pallacanestro, Chiapas-Italia

Segue da Ep.#33 – Gringos a San Juan Chamula

Durante la passeggiata per il mercato in paese, finalmente rompiamo il ghiaccio con il gruppo di romani, incontrato la sera prima nella posada a San Cristobal.
Abbiamo notato già la loro presenza – anche perché Laura non passa inosservata – nella folla di turisti che si va concentrando intorno al grande ombrello colorato di Mercedes nello zocalo di San Cristobal. Smistati in furgoncini differenti, non vi è stato modo di scambiare nemmeno un saluto; giunti a San Juan Chamula e condotti da Mercedes nella cabaña indigena come armenti all’ovile, durante il suo sermone è inopportuno iniziare una chiacchierata conoscitiva, sia per l’interesse dimostrato dagli astanti sia per il piglio di Mercedes da professoressa nota in tutto l’istituto per severità e scarsissimo senso dell’umorismo.

Al momento delle presentazioni con il gruppo di romani si replica lo stesso siparietto che va in scena ogni volta che scambiamo quattro chiacchiere con degli italiani o degli stranieri e che il buon Frank ancora oggi mi contesta come vilipendio e alto tradimento della mia napoletanità.
Tale siparietto merita la quattordicesima voce della “Classifica della Vongola ovvero la classifica delle “frasi celebri” che rendono epico questo viaggio. Per “vongola” in napoletano si intende una “baggianata”, uno “strafalcione”, sì insomma un’immane cazzata.

“Io sono di Napoli, ma vivo a Roma.”.

Questa la frase di rito che pronunciavo al momento delle presentazioni in occasione di incontri con altri italiani o stranieri.
Al momento della tipica domanda tra viaggiatori, “Da dove venite?” o “Where do you come from?”, Diego, Francesco e Lucio rispondevano in coro e con fierezza “Da Napoli!”. Gli faceva eco il mio puntualizzare che “io sono di Napoli, ma vivo a Roma.”. Puntualmente Frank, uomo mite e paziente da fare invidia a Giobbe, andava in bestia. La reprimenda era certa come il tuono tenea dietro al baleno.
La mia motivazione – mai accettata da Frank – è che Napoli nel mondo non è così conosciuta come Roma caput Mundi, perciò non si trattava di rinnegare le mie origini, ma di aumentare le probabilità di continuare una chiacchierata e le probabilità di “acchiappo”.

In verità, l'”acchiappo” non era nel nostro DNA né nelle nostre intenzioni di questo viaggio in terra messicana.
È ormai trascorso un anno da quando – dall’oggi al domani – sono stato lasciato dalla mia morosa, un rapporto sentimentale durato cinque anni, interrotto così bruscamente che ancora accuso strascichi. Verso in uno stato tra l’ascetismo e la diffidenza dal genere femminile tutto. Inoltre, l’intesa creatasi durante il viaggio tra noi quattro è così perfetta che una quinta persona sarebbe stata quasi un'”invadenza”.
Infine, il primo tentativo di “acchiappo” proprio all’inizio del viaggio, sull’aereo tra Houston e Cancun, è stato così rovinoso da candidarsi seriamente al primo premio della “Classifica della Vongola” con la domanda “Muy religiosa?” rivolta a bruciapelo da Diego a una ragazza di Puerto Rico. Questo esordio ha mostrato tragicomicamente tutti i nostri limiti in materia di “acchiappo”. Per tutti i dettagli rimando a Ep.#6 – Como México no hay dos!.

In conclusione, consideriamo l'”acchiappo” come la carta “Imprevisti” al gioco del Monopoli.

Con il gruppo di romani si crea una buona intesa tanto che la sera stessa andiamo a cena tutti insieme.
Dissolvenza a nero, panoramica larga con movimento di camera lento su gruppo di turisti ciondolanti ai bordi di un campetto di pallacanestro.

Chiapas, San Juan Chamula: un’improbabile partita a pallacanestro tra Chiapas e Italia.

Non chiedetemi come ci siamo finiti perché ho un totale vuoto tra il mercato di Chamula e il campetto di pallacanestro.

Terminata la visita al paese, con tutta probabilità siamo stati caricati sui furgoncini e, sulla via del ritorno, abbiamo fatto una sosta per eventuali bisogni fisiologici presso un complesso di case appena fuori del paese. Ho un ricordo di un luogo isolato, immerso nella quiete, fuori dal “formicaio” turistico dello zocalo e del mercato.
Il campetto da pallacanestro è in un ottimo stato, quindi sicuramente c’è qualcuno che ci gioca.
Guardandoci intorno, la domanda, più che lecita, è sempre la stessa: perché un popolo di diversamente alti gioca a pallacanestro?

Con tutto il rispetto per i messicani, non è esattamente un popolo di spilungoni: in Yucatan, alla modesta statura si aggiunga che gli indigeni non hanno praticamente collo; in Chiapas non sono così marcatamente tarchiati, ma di certo non svettano. L’altezza media in Messico rilevata nel 2017 è 165 centimetri per gli uomini e 151 centimetri per le donne. Frank, il più basso di noi quattro, con i suoi 167 centimetri è più alto di un messicano medio.

I canestri sono ad altezza regolamentare. Il campo è regolamentare. Un giocatore di media altezza ci sta in una squadra, ma tutti e cinque alti come Frodo sembra veramente la squadra della Contea, eterno fanalino di coda del Campionato della Terra di Mezzo!
Chimminchia gioca in questo campo?

Il nostro irriverente dubbio viene di lì a poco fugato: appaiono dal nulla alcuni ragazzi indigeni, tutti di bassa statura. Rituali di presentazione e il guanto di sfida è presto lanciato.
Potete immaginare che il guanto è stato subito raccolto con la convinzione di una facile e rapida mazzolata ai danni della compagine indigena. Tale sicumera è evidente sui volti e dai commenti tra noi italiani.
Stessa situazione che si creerebbe se un gruppo di statunitensi, anche affetti da zoppia e con le protesi ad anche e arti inferiori, piagati da artrite reumatoide, sfidasse un gruppo di italiani a baseball. Con la differenza che noi italiani “puzzoni” (trad. dal romanesco: non ci stiamo a perdere), conoscendo le nostre limitate capacità in tale sport, non accetteremmo mai la sfida, certi che anche una simile malconcia formazione statunitense ci farebbe un mazzo così.

Poiché io sono la nemesi dello sport e al canestro ho lanciato qualche palla in rare occasioni e, sopratutto, quando non visto, mi auto-convoco come “coach” e mi sistemo comodamente sulla gradinata a bordo campo.

Gli italiani creano una squadra rapidamente, Francesco, Lucio e Diego ne fanno parte.

La partita inizia sotto i migliori auspici per l’Italia. Trovano subito la posizione in campo e il gioco di squadra: assestano una serie di canestri e si portano in vantaggio con una differenza tale da concedere una relativa tranquillità di portare a casa il risultato finale.

Il tifo dagli spalti parla tutto italiano. I messicani praticamente giocano in trasferta a casa loro!

Accade l’inaspettato o, meglio, se avessimo agito con meno arroganza e capito in che luogo fossimo, ce lo si poteva aspettare.
San Juan Chamula è situata a un’altezza di oltre duemila metri. I messicani sono abituati, i nostri vanno rapidamente in carenza di ossigeno, i movimenti si fanno più faticosi e lenti, arrancano; i piccoli messicani corrono a tutto campo come dei furetti impazziti. In breve, il risultato è capovolto. L’Italia è spompata, nemmeno avesse corso novanta minuti e i giocatori accusassero i crampi tipici alla fine dell’ultimo dei tempi supplementari; il Chiapas è a pieno regime, sembra che ha appena terminato la fase di riscaldamento muscolare.

Il richiamo dei nostri accompagnatori ai furgoncini ci salva da un risultato calcistico di un’ipotetica partita tra nazionale del Brasile (il Chiapas) e F.C. Oratorio Santo Istituto di Padre Pio (l’Italia).
Con le proverbiali pive nel sacco, montiamo sui furgoncini in direzione di San Cristobal dove – per grazia di Dio – non abbiamo avvistato campetti di pallacanestro.

Giunti a San Cristobal ci salutiamo con il gruppo di romani e ci diamo appuntamento allo zocalo per la sera stessa per la rimpatriata gastronomica.
Prima di andare alla Posada Santo Domingo a farci una doccia e renderci presentabili per la cena, facciamo un salto “esplorativo” nel mercato situato proprio davanti la chiesa di Santo Domingo.

Frank è il componente del gruppo che, durante il viaggio, ha acquistato di più, sopratutto per i propri nipoti, ha raccattato di tutto, da piccoli souvenir a ingombranti sombreri; qualcosa ha smarrito nei vari spostamenti – la sua distrazione è proverbiale quanto la sua pazienza – e di qualcosa è stato “alleggerito” nei vari alberghi. Il personale degli alberghi non è sempre zelante e a ognuno di noi qualche t-shirt manca all’appello. Nulla per noi di indispensabile, magari avrà fatto felice qualche ragazzino.

Mio fratello ha raccattato qualche divinità maya intagliata nel legno acquistata a Chichén Itzà; a Merida abbiamo acquistato il regalo di gran lunga più importante, il regalo per il nostro papà (sempre difficile scegliere un regalo per lui): una bellissima amaca in autentica iuta (ai turisti spesso spacciano le amache in un misto sintetico). Per tutti i dettagli leggi Ep.#21 – A zonzo per Mérida.
A San Cristobal mio fratello, gemmologo mancato, da sempre attirato da minerali, pietre dure e – se potesse permettersele – gemme, trova la cuccagna: tra i banchi del mercato, rigurgitanti di abiti e accessori tradizionali, oggetti artigianali di vario utilizzo e decorativi, vi sono molti venditori che offrono pietre dure, in particolare ambra e turchesi.

Delle nostre scorribande a questo mercado de artesanías e a al mercato locale, non turistico, situato a un quarto d’ora di cammino dal primo, vi racconterà Francesco nelle pagine vergate dalla mano dello scriba azteco che si è impossessato di lui.
Francesco, sai quanto ti voglio bene, ma se vedrai recapitata nella cassetta postale una salata fattura di uno studio oculistico con sede in Roma, intestata al mio codice fiscale, paga e zitto.

La rimpatriata a cena si dimostra molto gradevole, scambi delle esperienze di viaggio, frizzi, lazzi e il fatto che “vivo a Roma” mi procura il numero telefonico della bionda e altissima (più alta di me) Laura con la quale trovo un’ottima intesa. L’intenzione è di rivederci tutti insieme per una cena e il rituale scambio di fotografie.
Mi sono trasferito a Roma per lavoro soltanto da poco più di un mese e l’occasione di fare nuove conoscenze è sicuramente benvenuta. Se state pensando all'”acchiappo”, toglietevelo dalla testa perché – come già descritto – non ero nelle condizioni mentali e sentimentali di provare a stabilire un nuovo legame.
Il mio stato d’animo in questo periodo trova un’accurata rappresentazione nella canzone “Bitter Sweet Symphony” di The Verve e nella sua videoclip.

Domani, altra gita fuori porta: il canyon del Sumidero.

E chi non viene con noi al canyon del Sumidero, possa essere convocato (per sbaglio) nella nazionale di basket statunitense e messo a figuradimmerda per tutta la vita.

Vai all’Indice degli Episodi

11 pensieri su “Viva il Messico! Ep.#34 – La partita di pallacanestro, Chiapas-Italia

    1. Dal lenzuolo umido che avvolge tutto e tutti nello Yucatan, all’aria frizzante dei duemila metri del Chiapas in effetti ne abbiamo tratto giovamento: finalmente si respirava!
      E lo sapevo che partiva il trip su Laura, che ti possino….😂😂😂
      Dai, prepara lo zaino è un cappello che si va al Sumidero!

      Piace a 1 persona

  1. Anch’io ho avuto un’esperienza simile alla tua, ma giocando a calcio a Palenque. Al camping Mayabel: sapendo che ero italiano, anche lì i piccoli maya hanno sfidato me e altri italiani. Anch’io ho preso sottogamba il fattore climatico. Così ritrovandomi, dopo due scatti, andante come solo una triglia tirata a riva ancor viva.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.