Viva il Messico! Ep.#32 – Da San Cristobal a San Juan Chamula

Il sacro blocco-note vergato dalla divina mano del Grande Uxmal (al secolo, Fancesco, mio caro amico e compagno di questo viaggio)

Segue da Ep.#31 – Da Palenque a San Cristobal

Ciò che segue è la traduzione del diario amanuense di Frank, il cui testo è riportato su un piccolo blocco-note con una grafia simile ai glifi presenti sul sarcofago del Grande Pacal. È la prova della reincarnazione divina in Frank di una non ancora codificata divinità maya, il Grande Uxmal, che ha preso un evidente abbaglio, scambiando il corpo tarchiato e di colore scuro del napoletano Frank con quello di un sacerdote maya.
Grazie ai glifi di Frank mi sono guadagnato Xibalba, un omologo dei nostri Inferi. poiché questo lavoro di “traduzione” mi ha tirato fuori una considerevole serie di bestemmie e mi ha fatto rivalutare come meritoria l’opera di sterminio, distruzione e saccheggio degli Spagnoli nel XVI secolo ai danni delle civiltà meso-americane.
Le mie note sono in corsivo per distinguerle dal diario originario di Frank, che ho modificato in pochi punti solo per esigenze di maggiore chiarezza del contesto e fluidità di lettura.

I sacri glifi del Grande Uxmal trascritti di proprio divino pugno su un blocco-note e otto fogli “volanti” (la traduzione è stata un autentico “otto volante”)

12° día
È duro, davvero duro, convincere gli altri compagneros (Frank meriterebbe una cattedra accademica per lo studio dell’italiano-spagnolato) ad alzarsi la mattina a orari decenti (per il Messico, ovviamente).
Il collaudato ed efficiente programma del Jimmy-Tour prevede due gite (Jimmy è il fratello maggiore di Frank e i suoi consigli sono stati preziosissimi).
La prima gita è nei villaggi indios nei pressi di San Cristobal; la seconda è il canyon del Sumidero.

Per entrambe le gite occorre essere allo zocalo alle nove del mattino.
Solita contrattazione sull’orario della sveglia: spunto un dignitoso 7:45, sufficiente per prepararci, percorrere il breve tratto di strada per lo zocalo (circa tre minuti a piedi) e fare colazione.
E invece per prepararci impieghiamo una vita e lasciamo l’albergo – molto bene truccati – esattamente alle nove.

Il premuroso Frank ha tutte le ragioni del mondo a lamentarsi perché, dal primo fino all’ultimo giorno, i nostri tempi di reazione dopo la sveglia mattutina sono sempre stati simili a quelli di un bradipo azzoppato; in particolare, Diego, nonostante la costante esortazione di Frank al grido di “Grintosi!”, risponde con altrettanta costanza con il suo particolare “saluto del mattino” ovvero uno stringato e atono “vafanculo” a sancire l’inutilità di eventuali repliche. La scena si ripete ogni giorno, è ormai una sorta di codice che conferma e consolida la tenuta inossidabile della nostra formazione dei quattro compadres della Pietà e della Misericordia. Senza il “vafanculo” mattutino avrei pensato a un cattivo presagio per la giornata a venire oppure di esserci perduti per strada Diego.

Siamo in Messico e, nonostante il cronico ritardo, riusciamo a fare colazione a base di succo di frutta, caffè all’americana e sandwich de “pojo” (si scrive come in italiano, “pollo”, ma si pronuncia così) in un bar nello zocalo, nonostante un cameriere che, al nostro cortese sollecito di portarci la colazione che tardava a essere servita al tavolo, ci risponde seraficamente con un”tranquilo”. Ho immaginato la stessa scena in un bar al centro di Milano e i tempi frenetici di professionisti e uomini d’azienda: il cameriere sarebbe stato fucilato in Piazza Duomo.
Francesco continua.

Facciamo colazione e siamo comunque in tempo per la gita (sincronizzazione di precisione svizzera ai tempi messicani).
Sempre su suggerimento di Jimmy e dalla guida (l’inseparabile Rough Guide, nostra bibbia di viaggio), decidiamo di affidarci a una certa Mercedes, distinguibile tra i tanti passanti per lo zocalo da un grande ombrello colorato e per le sue stravanganze (in questa affermazione di “stravaganza” Frank è criptico, poiché a parte l’ombrello colorato e un abbigliamento ricercato, tuttavia nella tipicità di quei luoghi, Mercedes non andava in giro ballando, cantando o alzando la gonna per fare intravedere i mutandoni).

Mercedes è una donna sulla cinquantina, india meticcia (ma come dice lei stessa: “ce ne sono di più meticce”), non particolarmente bella, ma dal viso solare e dal corpo che è l’immagine stessa dell’elasticità e morbidezza (per queste sue metafore io amo quest’uomo: Mercedes, la donna dal nome di automobile tedesca e un corpo da pubblicità di materassi).

Sicuramente intelligente, colta e molto in gamba, Mercedes si fa subito apprezzare per il modo in cui riesce a spillare circa novanta pesos a ognuno della cinquantina di persone, che quotidianamente la seguono. Credo che, per la media di reddito di queste parti, Mercedes se la passi davvero bene.

Dicevo del particolare modo in cui raccoglie i soldi dai partecipanti al suo giro turistico: fatti salire su dei pulmini (tipo scuola-bus Wolkswagen) (avete presente i tipici furgoncini Wolkswagen dei figli dei fiori dei tempi di Woodstock? Ecco esattamente quelli), ci si ferma di tanto in tanto. A ogni sosta Mercedes, che prende posto nel portabagagli posteriore, scende da un pulmino e monta su un altro. Quando compare nel nostro, siamo tutti contenti perché convinti di ricevere delle informazioni sul tour, Invece no! Ci chiede solo di pagare e giù via su un altro pulmino.

Allibiti (Frank estremizza il concetto, ma in effetti, caricati e trasportati in furgoncino senza uno straccio di spiegazione, siamo alquanto spiazzati) arriviamo al villaggio di Chamula.

Bella la natura intorno, ma le montagne italiane non sono sinceramente inferiori.

San Juan Chamula – questo il nome completo della città – è a circa dieci chilometri da San Cristobal, entrambe situate su un altopiano di oltre duemila metri. Fuori dalla più grande città di San Cristobal, il paesaggio è quindi tipicamente montano.

Chiapas, San Juan Chamula – La Chiesa o – meglio – il Tempio [foto by RedBavon]
Carino lo zocalo, ampio e coloratissimo, in cui spicca la facciata bianca di una grande chiesa.
Seguiamo il grande ombrello di Mercedes fin dentro un’abitazione india.
Capiamo subito che stiamo facendo qualcosa di diverso dalla tradizionale gita in montagna con tanto di visita al paesino caratteristico.

Se dopo diecimila chilometri di cui un migliaio in corriera fosse spuntato un tirolese, lo avrei legato a un albero Chechen e lasciato lentamente scorticare vivo dalla sua resina corrosiva. Senza rimorso alcuno. I luoghi, l’atmosfera e l’esperienza sono davvero unici e il loro ricordo è vivido nella memoria a distanza di tanti anni.

Mercedes ci fa sedere per terra, tutti in posizione yoga tranne me che. impacciato come al solito, non riesco a stare in questa posizione. Concordo con Frank: la posizione seduta a gambe incrociate è per me stata comoda quanto l’inginocchiarsi sui ceci secchi.

Siamo stipati tutti in un locale che a stento ci contiene tutti, seduti su un tappeto di foglie secche, disposti intorno a una sorta di piccola cabagnas (trad. dall’italiano-spagnolato: cabaña, capanna; la forma plurale è buttata lì  a piacere) con un altare circondato da candele.
“La casa degli indios è così” ci spiega Mercedes, seduta al centro, “piccola, povera e semplice, ma dove ogni cosa ha un preciso significato.”.

Restiamo ad ascoltarla per circa un’ora e mezza. La sua è una via di mezzo tra una spiegazione della religiosità animista-pagana-cristiana degli indios del Chiapas e una vera e propria predica.
C’è qualche accenno alla storia e qualche riferimento alla politica.
In ogni caso mi sembra chiaro il suo obiettivo: convincere gli occidentali delle ragioni degli indios, cercare in qualche modo di “convertirli” (parole grosse, ma non me ne vengono di migliori) e, comunque, di invitare tutti i presenti alla tolleranza e alla comprensione di logiche e idee diverse.

La cosa indubbiamente mi affascina. Non è facile però da comprendere e le domande del tipo “dove sono? Che ci faccio qui?” credo siano passate nella mente di tutti i presenti.

Termina qui la descrizione di Frank, che – a parte la fulminazione mistico-escatologica dell’ultimo paragrafo – ha descritto all’impronta l’esperienza di Chamula e tuttora le sue parole ne conservano tutto il grande impatto emotivo.
Aggiungo alcune mie note alimentate dai fumi dei ricordi che il sacro testo del Grande Uxmal ci ha lasciato.
La figura di Mercedes ha più di qualche ombra nel mio ricordo: una prima impressione entusiasta per la parte del viaggio che in Chiapas segna senza dubbio una virata a una maggiore sincerità e genuinità dell’esperienza. In Yucatan l’impatto del turismo è distorcente. La seconda impressione contrasta con la precedente poiché il monologo di Mercedes, oltre a trasferire importanti elementi storici e culturali sull’identità indigena, è intrisa di “ideologia”, del tutto fuori luogo in una collettività fortemente rurale, alfabeticamente arretrata e in condizioni di evidente povertà. Mercedes, economicamente e culturalmente, è una spanna sopra la media e, nel suo tentativo di “evangelizzazione” del turista occidentale manca l’obiettivo di trasferire consapevolezza e impone il suo punto di vista. Mercedes giudica, sentenzia sugli occidentali e cade nella banale trappola della generalizzazione. Il risultato è che il turista non prova empatia per la popolazione indigena, bensì una sensazione di camminare sui gusci di uova indossando scarpe con tacco 12, a spillo.

Nel prossimo episodio completo l’esperienza della giornata con la visita alla chiesa e al mercato. A seguire l’epica partita di basket Chiapas-Italia.

E chi non viene con noi nella chiesa di Chamula per accendere cannelle, cannelotti e lumini, che gli zapatisti lo scambino per yankee e, soltanto dopo averlo maltrattato un po’, si accorgano del madornale errore che è solo un gringo. Non che gli vada molto meglio…

Vai all’Indice degli Episodi

Annunci

13 pensieri su “Viva il Messico! Ep.#32 – Da San Cristobal a San Juan Chamula

    1. E ti porterò fino alla fine di questo viaggio perché finalmente sono riuscito a buttare giù tutte le bozze delle prossime “cartoline”!
      Ti saluto il Kenya e ti prometto che, dopo il Messico, ti porterò in Africa, alla scoperta delle cascate Vittoria e dei parchi del Botswana.
      Bagagli leggeri, mi raccomando.

      Mi piace

  1. Il mese scorso sono andato ad un matrimonio, e la sposa è scesa davanti alla chiesa proprio da un furgoncino Volkswagen color bianco panna. E’ stata un’ottima scelta: sia perché si intonava perfettamente al colore del suo vestito, sia perché dopo Little Miss Sunshine quel tipo di veicolo suscita istintiva simpatia in chiunque lo veda.

    Piace a 1 persona

    1. All’epoca di questo viaggio il mitico Maggiolino e questo tipo di furgoncino Wolkswagen (modello T2) erano ancora molto diffusi. L’anno scorso la Volkswagen ha deciso di fermare la produzione anche nell’ultima fabbrica al mondo che realizzava ancora il celeberrimo Maggiolino, che è proprio in Messico, a Puebla. A luglio di quest’anno era previsto lo stop definitivo.
      Anche in Messico evidentemente vendite non erano più soddisfacenti, ma immagino che in zone non ricche come il Chiapas, continueranno a essere il mezzo di trasporto più diffuso per ancora molti anni.
      Delizioso il film Little Miss Sunshine.

      Mi piace

      1. Tra l’altro ha avuto il grande merito di rilanciare Alan Arkin: infatti dopo un inizio di carriera folgorante, che gli aveva fruttato perfino 2 nomination all’Oscar, quest’attore era caduto totalmente nel dimenticatoio, e ci volle Little Miss Sunshine perché Hollywood lo riscoprisse alla veneranda età di 73 anni. Da quel momento in poi, praticamente tutti i registi che avevano bisogno di un caratterista che lasciasse il segno chiamavano lui. E infatti c’è stato un periodo in cui era diventato come il prezzemolo, non potevi andare al cinema senza vedertelo spuntare davanti. E il bello è che questa sua tardiva sovraesposizione non era affatto fastidiosa, anzi era piacevole, perché la simpatia di quest’attore è una cosa davvero travolgente. L’ha dimostrata in particolare ne Il grande match: il film è debolissimo, ma il suo personaggio è il classico amico mattacchione che tutti noi vorremmo avere, e resta nel cuore molto più del protagonista a cui fa da spalla (interpretato da uno Stallone al minimo della forma, e lo dico da suo grandissimo fan).
        Adesso gli anni di Alan Arkin sono diventati 85, quindi probabilmente potremo godercelo per pochi anni ancora. Nel frattempo, spero che continui ad illuminare con la sua presenza tanti altri splendidi film. Grazie per la risposta! 🙂

        Piace a 1 persona

    1. Grazie Butch! Non sono un viaggiatore in solitaria (ho l’esigenza di condividerne l’esperienza anche in itinere) e la possibilità di condividerlo con i naviganti della Rete, aumenta questo piacere!
      Non sarà una “guida utile” per il viaggio, ma è una passeggiata insieme tra trasferimenti, pause, arrivi e partenze, e tutto quello che riusciamo a farci stare in mezzo.
      I posti nel furgoncino non sono assegnati, sali e siediti dove meglio vedi il panorama.

      Piace a 1 persona

    1. Ottima definizione “viaggio nella memoria” perché di questo si è trattato. E mi fa piacere che sia arrivato così.
      Anche perché questo “colloquio” a distanza tra Frank e me ci sarà ancora in altre “cartoline” a seguire.
      Invero ero un po’ preoccupato che le mie intrusioni potessero penalizzare la fluidità della lettura, facendolo diventare un movimento sincopato.
      Mi conforta il tuo apprezzamento: vuole dire che funziona. Grazie!

      Piace a 1 persona

  2. Amo S. Cristobal Las Casas. Ci ho passato delle giornate magnifiche e ci ho vissuto un compleanno indimenticabile: eravamo un gruppo di europei con un tizio messicano che si diceva docente dell’università di Oaxaca. Eravamo tutti ospitati in una casa de huespedes a due passi dallo zocalo. Così, essendo il mio compleanno, avevo comprato da bere un liquore locale, di cui non ricordo nemmeno il nome, così eravamo alticci già nel primo pomeriggio. Il suddetto professore, nell’euforia del momento, si propose come guida per farci visitare i pueblos maya del circondario, che non fossero il solito San Juan de Chamula strabusato. Lo seguimmo tutti euforici. Anche se io, avendo gettato un occhio all’orologio, provai qualche lampo di perplessità. Allora per fare 27 km in quei posti, occorrevano anche un paio di ore. Ebbene: il pueblo era a 27 km ed erano già le tre del pomeriggio, andata e ritorno ci avrebbe richiesto quasi quattro ore. Però andai oltre e seguii l’onda.
    Premetto che era il mio ventisettesimo compleanno. Così salimmo su uno di quei taxi collettivi(i famosi tuoi wolkswagen)ed arrivammo che già il sole spariva dietro alle colline di un paesaggio che ricordava più la Svizzera di pinete e pascoli, piuttosto che il Messico delle colline brulle ed aride. Qua le persone non si rivelarono poi così ospitali.Evidentemente il comandante Marcos era già in gestazione. Comunque facemmo un giro per il pueblo. Andammo in una cantina a bere qualcosa, declinando l’invito da parte di un grintoso che voleva accompagnarci con un affilato machete per le colline. Infine ritornammo allo zocalo per prendere un altro taxi e tornare.
    Qui fu la tragedia: una mezza dozzina di vecchi che avevano l’aria di essere le autorità del villaggio, si piazzarono sul pulmino, impedendoci di salire a bordo. Gli altri pulmini ci ignorarono ostentatamente. Le persone in giro ci guardavano sempre più biecamente. Intuendo che la situazione si stava incanalando su un binario pessimo, decidemmo di uscire fischiettando dal villaggio, camminando come niente fosse.
    Per farla breve: percorremmo quasi tutti i ventisette km a piedi, trascinandoci appresso una ragazza tedesca claudicante. Nessuno, lungo il percorso, si fermò a darci un passaggio. Dunque facemmo il percorso che la sera calava ed a un certo punto non si vedeva più nemmeno la strada. Si udiva solo il latrare dei cani di qualche casa smarrita tra i boschi. A qualche chilometro dalla città, finalmente un pulmino, forse mosso a compassione, si fermò a girarci su, con nostro grande sollievo.
    Alla fine compii 27 anni nel giorno in cui feci 27 km a piedi al buio e desiderai di squartare “la guida”in 27 pezzi, per ripagarla dell’azzardo a cui ci aveva arrischiati.

    Piace a 1 persona

    1. Sacripante compadre! Ecco hai descritto meglio, con la tua esperienza, quella sensazione di essere “gringos” in quella terra.
      Mercedes, nel suo sermone, ci avvisò e sono certo che se qualcuno avesse violato le regole sono certo che se la sarebbe fatta a piedi fino a San Cristobal come hai raccontato.
      Tra i turisti in cui ci siamo imbattuti ce n’erano diversi che evidentemente non avevano consapevolezza dei rischi potenziali e ne racconterò in un paio di occasioni in cui, io stesso, in un caso, e l’autista della corriera, nell’altro, abbiamo comunicato di avere maggiore prudenza. Oltre al rischio di fare “brutti incontri” come in qualsiasi Paese del mondo, qui si tratta di un più generale senso di “essere graditi a certe condizioni”, di essere “gringos”.
      Non è l’essere preda di malfattori, come quando ci ritrovammo a vagare per delle strade buie di Playa e qualche brutto ceffo si avvicinò proponendoci sostanze stupefacenti e sesso a pagamento, è una sensazione meno specifica, più blanda e al contempo più ampia. Non so se riesco a spiegarmi: essere “gringos” per noi europei è un concetto difficile da elaborare per noi italiani (e penso anche per gli altri europei). La colleghiamo erroneamente agli “yankee”, noi europei ci arroghiamo il diritto di essere sempre ben accetti dovunque andiamo perché “portatori di civiltà”, omettendo il mea culpa dei danni che abbiamo fatto e continuiamo a fare sopratutto in Africa.
      Qui è successo qualcosa che gli indiani d’America non sono riusciti a fare: la rivendicazione delle proprie origini e dell’identità culturale delle etnie indigene che confluiscono in un moto di indipendenza unitario con un reale supporto e riscontro sul territorio.
      Anche io amo San Cristobal: sarà che questa sensazione di essere “gringos” qui è diluita tra la fiumana di turisti, tutti molto giovani (in età da università, per intenderci). Si respirava un’aria di euforia del viaggio, di nuovi incontri, di quel’”apertura mentale” di quando sei giovane e hai davanti il futuro (anche se non hai la più pallida idea di come lo vorrai). Il contrasto con la gente del luogo lo potevi vedere sopratutto a sera tarda camminando per lo zocalo: famiglie intere stazionavano li esponendo alcune povere cose da vendere.
      San Cristobal è la città che mi è rimasta più nel cuore.

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.