Viva il Messico! Ep.#30 – Loving the Mayan alien

Segue da Ep.#29 – Alla ricerca di Pacal Il Grande

Era da parecchio tempo che non mi dedicavo alle mie cartoline del viaggio in Messico, l’imminenza delle ferie estive, occasione dei miei viaggi più lunghi ed emozionanti, ha ridestato l’esigenza di mettere le mani in tastiera e riprenderlo da dove l’avevo interrotto: le ruinas di Palenque, inseparabili da uno dei personaggi storici più importanti della civiltà Maya, Pacal Il Grande.

Prima di partire alla volta di San Cristóbal de Las Casas, voglio però soffermarmi ancora su Pacal.perché dalla scoperta della sua tomba se ne sono dette delle belle.

Riassunto delle puntate precedenti
(se avete una memoria da elefante e vi ricordate i miei precedenti sproloqui, potete saltare al paragrafo successivo)

Terminata la visita alle ruinas, la nostra guida si offre – dietro pagamento di una propina – di accompagnarci in una passeggiata nella foresta tropicale che circonda il sito archeologico. La proposta di un approfondimento botanico fuori programma viene accolta  dai noi quattro “esploratori” con lo spirito più vicino alla “vacanza in carovana” di Fantozzi che alle avventure di Indiana Jones.

Il solito “occhio di lince” di mio fratello colpisce ancora: laddove i nostri occhi vedono solo una macchia di sfumature verdi, Lucio individua ragni, insetti e – come le definisce Francesco – bestie di ogni tipo e forma. Mio fratello ha un dispositivo di vista come il Predator nell’omonimo film. Altrettanto letali quanto l’alieno sono le sue scarpe da ginnastica dopo una giornata di cammino e i suoi pistolotti a tema botanico e minerario. Oltre alle fusaglie messicane, in Chiapas la sua passione per gemme e minerali troverà sfogo nei mercati che offrono ambra, turchesi e altre pietre dure, ma questa è un’altra storia che vi racconterò quando giungeremo a San Cristobal.

Nelle immediate vicinanze delle ruinas vi è il museo “Alberto Ruz Lhuillier”: all’interno vi è il famoso coperchio del sarcofago di Pacal, anche se si tratta di una riproduzione. Nel museo vi sono infatti molte riproduzioni poiché gli originali sono a Ciudad de Mexico al Museo Nacional de Antropologia a “soli” novecento chilometri di distanza.

Nel percorso tra le ruinas e il museo, ci accorgiamo di un piccolo ruscello di acqua limpida che attraversa la foresta: si incassa tra due sponde fitte di bassa vegetazione, che declinano dolcemente verso l’alveo.
Alcuni ragazzi fanno tuffi e si rinfrescano nelle invitanti acque, sicuro sollievo dall’afa asfissiante, che piomba puntualmente trascorse le prime ore del mattino.
L’idea di farsi un tuffo è balzata a tutti e quattro all’unisono. Tuttavia procediamo in direzione del museo, complice anche un legittimo dubbio sulla balneabilità di quelle acque tropicali: quali e quanti micro-organismi e parassiti celano i flutti e quali potrebbero essere gli effetti dannosi per la nostra tempra, già messa a dura prova?

A spingere i nostri passi verso il museo non è l’esigenza di approfondire la nostra conoscenza sui Maya e arricchire la nostra cultura, ma la scorta di “Diarstop” (il farmaco antidiarroico è ormai un “salva-viaggio”) che si sta assottigliando e, senza farmacie nei paraggi, è una più che valida motivazione a preferire di morire riarsi e acculturati, invece che sommersi da un mare di merda.

La pietra di copertura del sarcofago di Pacal è un’opera di valore inestimabile dell’arte Maya: i glifi che la decorano hanno aiutato gli studiosi a individuare date, eventi e relazioni familiari in un arco temporale di oltre mille anni. L’immagine al centro in cui si ritrae la rinascita di Pacal come dio è una delle icone classiche dell’arte Maya ed è stata essenziale per comprendere l’interpretazione degli antichi Maya della morte e della rinascita.

La vista della pietra sepolcrale, sebbene sia una riproduzione, lascia letteralmente di sasso: scolpita da una lastra di pietra unica, di forma rettangolare, è larga 2,2 metri, lunga 3,6 metri, ha uno spessore variabile tra 24,5 e 29 centimetri, pesa sette tonnellate. Riccamente decorata sulla parte superiore e sui lati, questa massiccia pietra non sarebbe mai potuta passare attraverso lo stretto cunicolo che conduce alla camera sepolcrale all’interno del Tempio delle Iscrizioni. L’unica spiegazione possibile è che, una volta costruita la camera sepolcrale e deposto il corpo di Pacal nel sarcofago, la costruzione piramidale è stata costruita tutta intorno e sopra.

In occasione della nostra visita, non era possibile salire sul Tempio delle Iscrizioni né tantomeno accedere all’interno della camera sepolcrale a causa di imprecisati lavori di manutenzione. Dal 2004 la camera sepolcrale è stata chiusa ai visitatori, infine nell’ottobre del 2010, a causa del suo stato di conservazione, la lastra e le spoglie di Pacal sono state ricollocate nella posizione originale e la camera mortuaria chiusa definitivamente al pubblico (fonte: The Tomb of Lord Pakal isbeen close for ever di Dr. Jose Jaramill)

Che Pacal riposi in pace.
E invece no!

Tutta la verità sugli Space Invaders a Giza e a Palenque

Lovin’ the Mayan Alien

La pietra sepolcrale di Pacal è nota anche per una delle interpretazioni, invero assai bislacche, tuttavia con un enorme seguito, che ha dato origine a trasmissioni televisive, film, siti web, letteratura pseudo-scientifica e un numero impressionante di romanzi. Questa interpretazione è peraltro comune a un altra civiltà antichissima, la cui eredità è anch’essa di piramidi e glifi: gli Egizi.

Sebbene tra Palenque (Messico) e Giza (Egitto) vi sia una ragguardevole distanza di oltre dodicimila chilometri, che oggi con un aereo è percorribile in un giorno e quattro ore – figuriamoci ai tempi più antichi! – c’è chi sostiene che queste civiltà sono state influenzate da civiltà provenienti da un luogo imprecisato dello Spazio e atterrate sulla Terra per altrettanti imprecisati motivi (guasto alla centralina elettronica dell’astronave?).

Una delle prove è l’iscrizione sul sarcofago di Pacal!

Palenque, la lastra di petra di copertura del sarcofago di Pacal(foto da web)

Vista di lato, con Pakal in posizione verticale e rivolta a sinistra, appare una figura di un individuo che opera su un macchinario complesso o che monta su un marchingegno dalla linea filante di un veicolo che – da appassionato di Star Wars – potrei associare a uno “speeder bike”.

No, sullo speeder bike non è Pacal in tuta da sci

Ammetto che la somiglianza è curiosa e all’inizio spiazzante, ma il salto a sostenere la cosiddetta teoria “Maya Astronaut” denuncerebbe che il mio emisfero sinistro del cervello è irrimediabilmente compromesso.

La teoria “Maya Astronaut” afferma che la figura descritta, non necessariamente coincidente con Pacal, ritrae un astronauta maya che pilota un’astronave e i glifi tutti intorno rappresentano lo Spazio siderale.

Si tratta dell’interpretazione di Erich von Däniken nel suo libro, pubblicato nel 1968, Erinnerungen an die Zukunft (edizione inglese, Chariots of the Gods?; edizione italiana, Gli extraterrestri torneranno). L’autore, che nella sua ricca bibliografia non risparmia nessuna civiltà antica, ribadisce il legame extra-terrestre con la civiltà Maya riportandone le evidenze fotografiche di templi e sculture nel suo libro del 2011 Was ist falsch im Maya-Land? Versteckte Technologien in Tempeln und Skulpturen (edizione inglese, Astronaut Gods of the Maya: Extraterrestrial Technologies in the Temples and Sculptures).

Tutte le evidenze che E.T. se n’è tornato sconsolato e depresso sul suo lontano pianeta natale: “Niente, i terrestri sono come l’uovo: più cuoce e più duro diventa! Non imparano nulla, tempo sprecato. Passate la pratica ai colleghi Predator, grazie.”

In realtà, la ricca raffigurazione in rilievo della pietra sepolcrale mostra Wacah chan, l’Albero del Mondo, l’Albero sacro ai Maya, come sacri sono tanti altri alberi in varie culture antiche nel mondo: Yggdrasil nella mitologia norrena, Crann Bethad nella cultura celta, il Sacro Sicomoro presso gli Egizi, nella cultura indiana Huluppu nell’Epopea di Gilgamesh e Ashwattha, sotto le cui fronde il Buddha Gautama ottenne l’illuminazione. Infine, ricordiamo che tutti i nostri guai sono iniziati dalla sconsiderata raccolta di una mela da un albero altrettanto sacro.

Sul sarcofago vi è la raffigurazione del Wach chan, un albero appartenente alla famiglia dei ceiba, il cui tronco rappresenta l’asse cosmico che collega il Regno degli Dei (piano celeste), a quello degli uomini (piano terrestre), fino a quello dei Morti (Xibalba, gli Inferi). Vi è ritratta l’ascesa di Pacal a dio: dopo la morte, la discesa a Xibalba e infine la sua rinascita ed elezione a divinità attraverso la risalita lungo l’Albero del Mondo fino al Regno degli Dei.

Questa dell’astronauta maya non è una teoria isolata, ma rientra in un più ampio sistema di teorie pseudo-archeologiche che ruotano attorno all’idea che le civiltà più antiche siano state aiutate nel loro sviluppo da una civiltà extra-terrestre.

Numerosi sono i sostenitori di tali idee e tra gli autori di libri di successo commerciale sono l’italiano Peter Kolosimo, i francesi Louis Pauwels e Jacques Bergier, il citato autore svizzero Erich von Däniken. Altri come Graham Hancock e Colin Wilson sostengono che nell’Antichità esistevano civiltà umane tecnologicamente molto avanzate, come Atlantide (Fingerprints of the Gods, G.Hancock, 1995) e sostengono l’evidenza della loro influenza nella civiltà egizia (From Atlantis to the Sphinx, C.Wilson, 1996).

Si potrebbe tranquillamente archiviare questo come altri casi come pseudo-archeologia e passare oltre, tuttavia queste credenze derivate dalla civiltà Maya sono alla base di uno dei movimenti più ampi e discussi dagli anni Settanta a oggi, la New Age.

Il “mayanism” (che tradurrei con un “mayanesimo”) ha avuto grande successo nel movimento della New Age, che nel 2012 ha tratto nuovo vigore dalla profezia maya della fine del mondo coincidente con la fine del tredicesimo ciclo del calendario maya: il 21 dicembre 2012 si sarebbe dovuto verificare un evento di proporzioni planetarie che avrebbe cambiato il corso della storia.

Il “mayanism” non ha una dottrina centrale, è piuttosto un sistema di credenze; tuttavia, la premessa fondante è che gli antichi Maya comprendessero aspetti dell’esperienza e coscienza umana sconosciuti, in parte o totalmente, alla moderna cultura occidentale. Vi rientrano i temi della cosmologia, escatologia, ecologia e perfino della conoscenza perduta di tecnologie avanzate, che potrebbero essere utilizzate per migliorare significativamente la condizione umana.

Le credenze del “mayanism” sono caratterizzate da una combinazione di esoterismo e sincretismo, piuttosto che essere il risultato di una ricerca sul campo controllata dal punto di vista formale o di una ricerca accademica dettagliata basata su un’ampia gamma di fonti primarie. Sono credenze, anzi, in esplicito contrasto, se non disprezzo, della dottrina accademica, preferendovi la conoscenza acquisita attraverso la rivelazione e la profezia.

Se ho trovato questo sistema di credenze come ipotesi affascinanti e di piacevole lettura nei fumetti della prima serie di Martin Mystère, ho ricevuto l’effetto opposto alla lettura di uno dei manifesti della New Age, La Profezia di Celestino di James Redfield, che è il mio unico caso di libro che, nonostante ripetuti tentativi, non sono mai riuscito a terminare.

Pacal non era un maya  “normale”, la sua straordinaria levatura è testimoniata da evidenze – queste autentiche! – che hanno vinto la prova dei millenni trascorsi e tuttavia destano ancora meraviglia allo sguardo smaliziato dei viaggiatori contemporanei. Pacal, in questo senso, può essere considerato un “alieno” tra i Maya. Ma di certo non aveva bisogno di una “speeder bike” o di un’astronave.

E pure Tarzan lo fa, in Chiapas

Circa un’ora è il tempo necessario per visitare il piccolo e interessante museo, assecondando i ritmi messicani, ai quali noi quattro ci siamo adeguati senza alcun fastidio. Il fatto di essere napoletani può essere fonte della trita ironia da parte dei soliti cultori dell’efficienza nordica, alla quale rispondo con il consueto Saluto al Mattino del buon Diego: “fanculo”.

Sfido chiunque a trottare ai ritmi di efficienza nordica sotto la cappa asfissiante di umidità.

Ritorniamo in direzione del ruscello e seguendo alcune persone giungiamo nei pressi di una piccola cascata che si getta in una pozza abbastanza grande da ospitare un nutrito gruppo di bagnanti. L’acqua defluisce dalla questa piccola piscina naturale incanalandosi nel ruscello in cui ci eravamo prima imbattuti.

Alla vista dei bagnanti e spinti dall’afa ormai asfissiante della tarda mattinata, rompiamo ogni indugio e ci dirigiamo verso il punto del ruscello in cui avevamo visto i ragazzi tuffarsi.

Dai rami degli alti alberi pendono mollemente  delle robuste liane. Il nostro sgangherato gruppo-vacanze marsupiato ha un sussulto di orgoglio: non riusciremo mai a raggiungere il livello di “figaggine” di Indiana Jones, ma Tarzan è lì, a portata di mano.

Dopo un bagno ristoratore e un repertorio di tuffi nella migliore tradizione del tamarro napoletano (per i dettagli rimando all’Ep.#26 – Palenque, l’arrivo), ritorniamo nello splendido albergo di Chan-Kah. Tra qualche ora montiamo sulla corriera alla volta di San Cristóbal de Las Casas, nel cuore del Chiapas, che inaspettatamente si rivelerà un’esperienza differente, densa di incontri e ancora più arricchente.

E chi non viene con noi a San Cristóbal, gli si possa piantare l’automobile in panne in piena notte all’incrocio di Agua Azul (Francesco vi spiegherà il motivo per cui non è cosa salubre in una delle prossime puntate).

Onda sonora consigliata: Loving The Alien di David Bowie

 

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7 pensieri su “Viva il Messico! Ep.#30 – Loving the Mayan alien

  1. Miele, questo tuo racconto, compadre! Ne gusto goccia a goccia, rivedendomi le pozze d’acqua smeraldina e cristallina in cui bagnai anch’io le mia accaldate membra…Ma anche le letture di Peter Kolosimo e gli altri, che hanno steso un alone di mistero per tanti anni. In tutta sincerità: era affascinante ma non ci ho mai creduto per davvero. Anche perchè noi non possiamo saper nulla: il tempo può aver cancella ti la pur minima traccia. Ma è anche vero che le conoscenze sono queste e i mezzi in nostro possesso rendono il tutto pura fantasia….

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    1. Anche per me rituffarmi nel viaggio in Messico è (sempre) una rinfrescata in chiare e fresche acque di ricordi ed esperienze di cui non proverò mai stanchezza o amarezza del passato. Anche bel riassunto sono riuscito ad aggiungervi qualche particolare e sfumatura in più e la dice lunga su quanto mi abbia dato, anche inconsapevolemente. Tra l’altro a Palenque si interrompe il mio diario amanuense e San Cristóbal sarà raccontata da appunti di Francesco nella sua grafia più vicina ai glifi Maya che alla lingua madre. Sarà un lavoro impegnativo la traduzione che sono certo mi farà tornare a galla particolari e episodi. Ho iniziato a metterci le mani per riordinare gli appunti sparsi e a breve conto di tirarci fuori la mia versione in cartolina. A presto, compadre!

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    1. Direi che, a prescindere dalla divinità o meno, se si sono sbattuti per costruirgli una piramide come sepolcro qualcosa di buono avrà combinato il buon Pacal. Per “pari opportunità” segnalo che hanno scoperto una camera mortuaria nel tempio accanto a quello delle Iscrizioni con i resti della cosiddetta Regina Rossa (e un’altra malcapitata con tutta probabilità sacrificata).

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