Miami con DJ – Ep. 7: Miami Beach

Il nostro viaggio a Miami con due nanerottoli e un cane

Finalmente sulle strade di Miami in direzione dell’agognata meta: prima il bagno e poi il letto.

Anzi, nel mio caso: prima una sigaretta, poi il bagno e infine il letto.

Il nostro albergo Riviere South Beach Hotel è sulla Collins Avenue, che si snoda per tutta la lunghezza di Miami Beach da nord a sud, parallelamente alla più famosa Ocean Drive, che costeggia il mare.

Collins Avenue deve il suo nome a uno dei fondatori di Miami Beach, John S. Collins, che costruì e inaugurò il 12 giugno 1913 il primo ponte che la collega alla città di Miami sulla terraferma, il Collins Bridge. Con i suoi quattro chilometri ai tempi del suo completamento era il ponte di legno più lungo del mondo. Nel 1925 il ponte di legno fu sostituito da un viadotto, noto oggi come Venetian Causeway, munito di un ponte mobile per permettere la navigazione nella Biscayne Bay.

Queste pillole di storia recente lungo la lettura degli episodi di queste Miami con DJ Stories potrebbero farvi sorridere e porvi il quesito “cui prodest?”.

All’annuncio della nostra intenzione di recarci a Miami, mio cugino ribatté: “A Miami non c’è niente da vedere”, che di primo acchito sembrò suonare “Che ci vieni a fare a Miami?!?”, quasi non avesse piacere a ricevere al nostra visita. Era invece preoccupato affinché non ci creassimo delle aspettative sbagliate. D’altronde, il viaggio è impegnativo dal punto di vista economico e vi sono tantissimi altri luoghi meravigliosi e lontani disponendo dello stesso ammontare di vile pecunia. La preoccupazione di mio cugino era corretta e commendevole.

È una verità che confermo. Potrebbe suonare come spocchia tipica dei britannici nei confronti delle ex-colonie oltreoceano, ma lasciatemelo rivendicare, beninteso senza chitarra in mano e senza cantare: “Sono un italiano!”. La ricchezza di storia e arte del nostro Paese non ha rivali: ogni confronto con una terra nuova come gli Stati Uniti è impietoso.

Perciò, confermo e rinnovo l’avviso di mio cugino: a Miami non c’è nulla che valga la pena davvero da visitare.  Esistono altri luoghi nel mondo dove cercare arte e tesori storici, trascorrere giornate intere in musei e pinacoteche, infilarsi nel dedalo di viuzze rimaste identiche dal Medio Evo o giù di lì, visitare palazzi d’epoca e di regale retaggio.

L’automobile in cui viaggiamo imbocca un lungo ponte, il MacArthur Causeway, un viadotto a sei corsie, lungo 5,6 chilometri, che collega Miami Downtown e South Beach.

Il tempo non è dei migliori, i colori di Miami sono differenti da questo grigiastro-azzurro (foto di RedBavon)

Oltre a essere il secondo collegamento con la terraferma nella storia di Miami Beach (l’opera fu completata nel 1920), il MacArthur Causeway è l’unica strada attraverso cui raggiungere Watson Island, sede di due attrazioni onnipresenti negli itinerari turistici, e i ricchi quartieri della baia di Palm Island, Hibiscus Island e Star Island.

Watson Island è, infatti, la sede di due attrazioni turistiche:

  • Jungle Island è un giardino zoologico, riaperto di recente dopo che l’uragano Irma nel 2017 aveva creato ingenti danni. In un ambiente tropicale è possibile vedere animali da tutto il mondo, tra cui oltre trecento specie di uccelli.
  • Miami Children’s Museum offre numerosissime mostre interattive, programmi, lezioni e materiali didattici relativi alle arti, alla cultura, alla comunità e alla comunicazione, un centro risorse per genitori e insegnanti e un auditorium.

Con i due nani a rimorchio, queste due attrazioni possono essere una papabile destinazione in cui trascorrere una mezza giornata. Tuttavia, dopo essere stati ai parchi tematici di Orlando e per la ritrosia a vedere animali in cattività, entrambe le destinazioni hanno perso di interesse. Abbiamo preferito girare per la città, che è comunque ricca di spazi ludici per i marmocchi.

Lungo il viaggio sul ponte MacArthur si intuisce immediatamente l’opulenza di Palm Island, Hibiscus Island e Star Island, luoghi di residenza lussuosa di personaggi famosi tra cui Gloria Estefan, Don Johnson, Shaquille O’Neal, Nick Nolte e, perfino, Al Capone.

Con lo yacht, nessun problema di parcheggio (foto di RedBavon)

Non lascia indifferente la magnificenza delle case, i giardini lussureggianti e curati, gli ampi prati il cui compatto manto verde, interrotto a volte da una grande piscina, si tuffa nel turchese del mare caraibico. Il particolare che fa comprendere le reali dimensioni di tanto abisso con un comune cittadino è la puntuale presenza di un’imbarcazione di lusso parcheggiata di fronte a ognuna di queste case: fuori dall’acqua, sollevata su un pontile, o ormeggiata placidamente in ammollo è sempre presente una barca che, per dimensioni e lusso, potrei permettermi solo se oggi decidessi per una seria svolta alla mia carriera lavorativa e guardassi a un futuro da imprenditore di successo: lo spaccio di droga, diventare un boss della droga.

Come al solito sono nel posto giusto al momento sbagliato: negli anni Ottanta Miami era il centro di un considerevole traffico di droga. Non mi resta che rivedere quel magnifico film diretto da Brian De Palma e interpretato da Al Pacino, Scarface.

Alla fine del ponte MacArthur, porticciolo turistico con giusto tre-quattro barchette, prima di entrare a South Beach (foto di RedBavon)

Giungiamo alla fine del ponte a Miami Beach con gli occhi ancora pieni del panorama della Biscayne Bay, immaginando come potrà apparire ancora più sfavillante alla luce di quel sole tropicale che stenta a fare anche capolino attraverso una coltre grigiastra di nuvole. La pioggia, che ci ha accolto proprio sui cieli di Miami, continua incessante, anche se non con l’intensità che ha causato il ritardo di oltre mezzora del trasferimento dall’aereo a terra.

La pioggia cade fitta, ma non violenta come di solito accade negli improvvisi rovesci a queste latitudini in questa stagione.

Non faccio caso alla pioggia, mi continuo a guardare intorno, saturo dell’emozione di essere giunti in un luogo nuovo, mai visto. Ogni recettore del mio corpo è pronto ad assorbire il più possibile dall’esterno: avete presente la lucertola immobile sotto il sole, mentre ne assorbe beatamente il calore? Ecco, appena giunto in un luogo così lontano e differente dalle mie consuetudini, io divento una lucertola spaparanzata al sole.

Si affollano i pensieri su ciò che ci attende, così come i viaggiatori sulla banchina degli “Arrivi” dell’aeroporto o di una qualsiasi stazione ferroviaria.
È un’emozione di spaesamento, in senso letterale e figurato. Ad alcuni induce una sensazione d’inebriamento similare alla briosità semi-inconsapevole dell’alticcio-ma-non-troppo. Ad altri fa venire fuori il piglio organizzativo. Io appartengo ai primi, mia moglie ai secondi.

Tant’è che mentre ci avviciniamo alla nostra destinazione, mia moglie non perde l’occasione di ricordarmi che di lì a poco ci sarebbero stati utili quei due piccoli ombrelli, che nella combattuta preparazione dei bagagli avevo bandito come oggetti inutili, optando invece per l’immarcescibile impermeabile “K-Way” per tutta la famiglia. Mi ero fatto forte della mia esperienza del viaggio in Messico, non certo recentissima (una ventina di anni fa), tuttavia similare per condizioni climatiche: i temporali sono improvvisi con rovesci d’acqua abbondanti, ma di breve durata; l’ombrello serve a poco, se non per raggiungere un riparo senza bagnarsi troppo nel frattempo.

Non che avessi tutti i torti: a Orlando, sulla strada di ritorno dagli Universal Studios, abbiamo avuto la prova che non mi stavo tirando delle arie da “saputello”.

Per quanto la capacità di organizzare, ovvero di prevedere in anticipo, sia essenziale per numerosi aspetti del viaggio, dalla prenotazioni del mezzo di trasporto alla migliore tariffa possibile, dall’ottimizzazione dei tempi a una più complessiva serenità, ogni viaggio è un banco di prova della capacità di ognuno di adattarsi. È nei frangenti di necessaria improvvisazione che il viaggio diventa fonte di arricchimento e una parte di noi per sempre.

Ci immettiamo sulla Collins Avenue e la percorriamo da sud in direzione nord.

L’oceano non si vede da qui (è sulla parallela, Ocean Drive). Nonostante l’ampia striscia di asfalto e l’abbondanza di cemento, la vista è piacevole grazie agli edifici “Art déco” che punteggiano i suoi lati e alle numerose palme che danno il tocco esotico che ti aspetti dai tropici.

IIl Breakwater Hotel del 1936 di Anton Skislewicz sembra il ponte di una lussuosa nave da crociera (foto da web)

Guidare lungo la Collins Avenue, per tutta la sua lunghezza, è un modo per assorbire un po’ di quell’intangibile eppure presente “energia”, che trasmettono alcuni luoghi di una città: Collins Avenue, Ocean Drive, Lincoln Road, Lummus Park, South Pointe, ognuno di questi luoghi in differenti ore del giorno restituisce al viaggiatore una scheggia della vita pulsante di Miami Beach.

Risalta subito la vocazione “turistica” di Miami Beach: ai lati della strada e nelle vie laterali che la incrociano ortogonalmente sono presenti una moltitudine di ristoranti, bar e negozi di ogni tipo.
Si intuisce che la sera questa zona pulsa di vita mondana.

È ancora presto per accorgersi dell’anima fortemente latino-americana di Miami, che l’ha resa una realtà sociale e culturale molto differente dal resto delle città come New York o Chicago. Non sembra di essere negli Stati Uniti d’America.

Marlin Hotel sulla Collins Ave: design del 1939 di L. Murray Dixon che ricorda lr serie di fantascienza dell’epoca come Flash Gordon (foto da web)

Appena arrivati, qualcosa di questa differenza si intuisce all’altezza del cosiddetto distretto Art Déco, che non è un distretto amministrativo vero e proprio, ma un’area compresa tra Espanola Way, Collins Avenue, Washington Avenue e Flamingo Park, caratterizzata da un’alta densità di edifici in stile Art Déco Tropicale, fusione di differenti stili introdotti nell’architettura cittadina a partire dagli anni Venti del XX secolo.

Proseguendo verso nord, dopo l’incrocio della Collins Avenue con la 41st Street, ci si imbatte nello stile Neo-barocco che ha influenzato la stagione dei grandiosi e famosi alberghi della città tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Qui si viene assaliti da un’onda di debordante opulenza: due dei più famosi hotel di Miami Beach, il Fontainbleau Hilton e l’Eden Roc, resi celebri come luogo d’elezione di artisti come Liberace, Dean Martin e Jerry Lewis. Dall’altra parte della strada, che costeggia uno stretto braccio di mare che si insinua in un canale, parte naturale e parte opera dell’uomo, sono ormeggiati numerosi yacht di lusso.

L’automobile finalmente si ferma: sulla parte opposta della strada su un muro leggo la scritta, mezza nascosta da un tronco di palma:

Riviere
Hotel
1242 Collins Ave

L’autista fa un’inversione e parcheggia lungo il marciapiede opposto. Ci aiuta a scaricare i bagagli e ci salutiamo. Rapido rituale di accoglienza e verifica documenti alla “reception”, infine trascinandoci i bagagli e i marmocchi, tra l’intontimento e l’esaltazione, percorriamo uno stretto corridoio all’aperto, palme su un lato e tavolini con poltronicine sull’altro.

La stanza è al piano terra, l’ultima in fondo a un corto corridoio. La porta non sembra delle più solide. La stanza è ampia e accogliente, di pianta rettangolare, senza però un affaccio sul giardino piccolo e lussureggiante che abbiamo appena percorso; due grandi letti matrimoniali, un grande schermo LCD e consueta mobilia.

Il bagno chiaramente è privo di bidet e la cosa viene subito notata dai due pargoli, che chiedono spiegazioni.

Gli ho risparmiato lo sproloquio sul bidet come “strumento di lavoro da meretricio”: durante Seconda Guerra Mondiale gli yankee videro per la prima volta il bidet nei bordelli francesi e perciò collegano questo sanitario alle prostitute che lo usavano per lavarsi le parti intime in seguito ai rapporti sessuali. All’età di sette anni è decisamente prematuro venire a conoscenza di certe informazioni.

Mia moglie inizia a spacchettare i bagagli e a riscaldare la “macchina organizzativa”; i nani testano la resistenza del letto e le loro capacità di saltimbanchi; io mi do alla macchia nel lussureggiante giardino.

Mi stravacco su una poltroncina sotto una palma, distendo le gambe, poggio il pacchetto di sigarette sul tavolino, avvicino un posacenere al bordo e, finalmente, accendo la prima sigaretta per inquinare anche l’aria americana.

Afferro il telefono e chiamo mio cugino per annunciargli che siamo arrivati all’albergo.

A brevissimo, potrò di nuovo abbracciarlo. Non vedo l’ora.

I guess I think I feel alright
You come circling through the light
The skyline is bright tonight
What more perfect rendezvous?

To be continued

Onda sonora consigliata: Miami – Counting Crows

Indice degli episodi di Miami con DJ Stories

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33 pensieri su “Miami con DJ – Ep. 7: Miami Beach

    1. Fantastico! Il racconto per avere un senso deve avere almeno sue caratteristiche: l’impegno di chi scrive a coinvolgere il lettore; la generosità del lettore a farsi coinvolgere.
      Il tuo commento mi conferma, che per qualche strana alchimia di chi scrive, chi legge e le parole in mezzo, il racconto è venuto giu bene. Grazie!

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    1. Il bilancio – non economico – di questo viaggio è, senza esitazione alcuna, molto positivo sia personalmente sia per tutta la famiglia.
      È un viaggio che consiglierei?
      Sì, magari dopo avere visitato New York oppure se gli yankee non ti sono “simpatici” e tuttavia non vuoi rinunciare a visitare un “pezzo” del Nuovo Mondo. Non sembra di essere negli Stati Uniti.
      È anche una questione di vile pecunia: non sceglierei Miami per il mio primo viaggio per cui ho una disponibilità economica di un certo peso. A meno che sia uno sfegatato di parchi divertimento; in tale caso, l’accoppiata Miami-Orlando scala la classifica e stacca di diverse lunghezze il secondo classificato.
      Può essere un’ottima meta di ritorno dallo Yucatan (un’ora scarsa di volo da Cancun) o dai Caraibi.
      Considero un complimento l’essere riuscito a infastidirti anche con il fumo della mia sigaretta! 😂 Significa che il racconto ha assolto alla sua funzione: trasportare il lettore a Miami. Grazie!

      Piace a 1 persona

  1. Bel racconto compadre, capisco la difficoltà di parlare di una città americana: non c’è poi molto da dire, tanto sono piatte e presuntuose oltre che noiose. Ma tu ci sei riuscito a non farmi addormentare…
    muchas gracias…

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  2. The Butcher

    Chissà quante volte avrai sentito questo mio commento, ma io adoro il modo con cui racconti le tue avventure. Hai uno stile diretto che descrive bene la situazione senza esagerare troppo. Hai veramente un’ottimo stile ed per me è stato come se viaggiassi insieme a te sul taxi. I miei complimenti!

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    1. Repetita iuvant e fanno pure assai piacere!
      Il bello di raccontare a posteriori (sempre che la memoria aiuti) è di notare alcuni aspetti tragicomici del viaggio. È un buon esercizio di autoironia che, se rallegra anche il lettore, rende il ricordo del viaggio ancora più piacevole è confortante. Grazie a te.

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            1. Per quale astruso motivo ti viene in mente questa balzana cazzata? Scusa il turpiloquio, ma per sottolineare efficacemente e senza nessun tentennamento, il mio solido legame a te.
              Che mi sono perso? Che ho scritto? Sono pronto a ogni chiarimento o anche a cospargermi il capo di cenere.

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                1. Tesò, ma se tu cambi, mi vuoi avvisare? E’ pure vero che ultimamente non riesco più a leggere tutti con la consueta assiduità e forse mi sono perso il tuo annuncio.
                  Ora ho cliccato sul “Follow”. A una rapida occhiata direi “Bello!”.

                  Piace a 1 persona

  3. In effetti è dura stupire chi viene dal vecchio continente, soprattutto gli italiani. Bisogna spostarsi verso le vecchie strutture dei nativi ma non le trovi di certo negli States.
    Sugli ombrelli: Red Bavon 1 – moglie 0 😂
    ‘sti zozzoni di americani si sono fatti anche dai due pargoli. A 7 anni avrei detto ai miei: ma non gli prude il culo?
    Dicono che si fanno la doccia completa… ci credo proprio, soprattutto chi è fuori casa tutto il giorno e chi ha la fortuna di andare di corpo più volte nell’arco di una giornata!
    Mi sono perso qualche episodio ma sono tutti nelle email, un giorno recupererò.
    Nel frattempo uso un lettore di testo a velocità doppia, mente faccio altro tipo mangiare, passeggiare e alte cose che non necessitano di attenzione. Un buon metodo per i post lunghi di voi logorroici.
    Ma alla fine uscire anche il libro di questo viaggio? Prevedo un migliaio di pagine 😝

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    1. Tranquillo non viene fuori nessun libro e anche se fosse non sei obbligato a leggerlo.
      Sul recupero ho i miei dubbi, poiché tutti quelli che sono passati di qua e hanno dichiarato queste intenzioni, non l’hanno fatto o, se l’hanno fatto, non hanno lasciato traccia del loro passaggio, neanche per dire “ma va cag…mi hai fatto perdere del tempo”. Ma non mi offendo.
      La pubblicazione di questi episodi è parecchio affidata al caso, al tempo (a disposizione), alla “scimmia” che decide quando scrivere di questo o di quello. Hai tutto il tempo, ma sono sicuro che troverai molte altre cose più interessanti da leggere. E non mi offendo neanche per questo.
      Mi fai piacere quando sbuchi in questo spazio. Quando vuoi.

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      1. Noto che mi hai risposto QUASI in tempo reale 😂
        Comunque era “si sono fatti riconoscere”, riferito agli zozzoni d’oltreoceano.
        Subito dopo il mio commento è iniziato il mio periodo pieno di impegni. Ho notifiche dei tuoi post anche di svariati mesi fa. Abbi fede! Anche se continuano ad aumentare 😭

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        1. Lo avevo letto, ma in quel momento non potevo risponderti. Poi mi è passato di mente. Ritornando sul post ho visto che ti avevo lasciato ad “ammuffire”.
          Sì comunque avevo capito che ti riferivi agli americani.
          Ribadisco che in qualità di uno dei pochi sopravvissuti provenienti da Blogspot (almeno che lasciano qualche traccia) hai un posto d’onore per la tua perseveranza e affetto a questa webbettola. In Ema I believe. 😂

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