Guida la(i)conica di Napoli #7 – Sfruculia’

Una parola, una frase in napoletano, un motivo per visitare Napoli

La Guida la(i)conica di Napoli vuole invitare a visitare e conoscere Napoli, prendendo spunto da una parola o una frase della lingua partenopea.

La parola di questo settimo appuntamento è:
sfruculia’.

In questo episodio non indicherò dei luoghi specifici da visitare, ma è un invito a recarsi a Napoli per conoscerla, per vederla con i propri occhi, per farne esperienza in prima persona, senza il consueto filtro dei media, che nella migliore delle “interpretazioni” è stucchevolmente folkloristico e intriso di una concezione ridicolmente antropologica del napoletano creativo per necessità e votato all’illegalità.

Lo spunto per sfruculia’ viene dopo avere visto il film La Paranza dei Bambini, diretto dal regista Claudio Giovannesi e tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, che ne ha curato la sceneggiatura insieme a Maurizio Braucci, già sceneggiatore di altre pellicole come Gomorra (2008) e Tatanka (2011), tratte dai libri dello scrittore napoletano.

La paranza dei bambini (fotogramma dal film)

Ho apprezzato il film: non era un compito facile rendere il tema di una violenza, che impatta drammaticamente sul futuro di bambini e adolescenti a partire dalle loro aspettative e dai loro “modelli di successo”. Il film non fa sconti e, pure se assenti contenuti particolarmente crudi e spargimenti di sangue e frattaglie, arriva allo spettatore come una mazzata allo stomaco.

Il coro di critiche a Roberto Saviano è ormai un ritornello stonato: l’immagine della città di Napoli e dei suoi abitanti, dopo la visione del film, non è esattamente “vendibile turisticamente”; a fermarsi in superficie, conferma l’dea di chi pensa e parla di Napoli, come un paradiso abitato da diavoli, espressione resa nota dal titolo dell’omonimo libro di Benedetto Croce.

Tale detto ha avuto grande diffusione nel Seicento e Settecento, ma risale alla fine del Trecento. Napoli sembra colpita da una sorta di “maledizione storica” a partire da quanto si attribuisce all’Arlotto Mainardi, detto il Piovano, sul Regno di Napoli e dei suoi abitanti:

Dice il Piovano: – A mio giudicio voi non ve ne intendete. Iddio, ordinatore di tutto, ha dato questa dota a questo regno, di producere tanti beni, e ha ordinato allo elemento dell’aria che fallisca nelli uomini, perché, se quello regno avessi in perfezione li uomini di bonità e d’ingegno, non si doverrebbe chiamare paradiso terrestre, ma più presto cielo del Sole; e però quella aria produce gli uomini cattivi e pieni di tradimenti.

cit. Motti e facezie del piovano Arlotto

Non è esattamente una fonte autorevole e degna di sopravvivere attraverso i secoli poiché il Piovano è un presbitero fiorentino nato alla fine del Trecento e noto per il suo spirito burlesco, diventato proverbiale grazie a una letteratura popolare fiorita durante il Rinascimento. Eppure l’espressione “un paradiso abitato da diavoli“, sotto altre forme, sopravvive. Alimentata proprio da chi fa affari con i veri diavoli, cioè i camorristi e le organizzazioni criminali tutte, e da questa “immobilità” riflessa nel tessuto socio-economico trae profitto. Chi asseconda e consolida con il proprio consenso questo detto, sta dando un grosso aiuto ai criminali e ai loro sodali nell’imprenditoria e apparato burocratico.

Per quanto una borghesia preoccupata di perdere il proprio agio o ossessionata dall’aumentarlo sia spesso complice delle mafie, anche la cultura popolare elaborata nel corso dei secoli non ne è estranea, ma è allo stesso modo complice quando la ritiene una caratteristica antropologica di certe parti di società e la confina a determinati territori. L’effetto NIMBY si prova ad applicare anche alle mafie: con scarso successo, considerando quanto sia infiltrata in tutto il Paese.

Perciò piuttosto che le letture consolatorie sulla mia città preferisco quelle dure e argomentate.

Alla fine del film e anche durante la proiezione, a causa di certe risatine tra il pubblico in sala, sono stato assalito da un certo disagio per la consapevolezza che, sebbene non sia nelle intenzioni degli autori, l’immagine di Napoli conforta proprio quella parte di persone che Napoli non l’ha mai vista, non ci si avvicina per pregiudizio e giunge perfino ad auspicare un’eruzione del Vesuvio ancora più potente di quella del 79 d.C.. Invocare un evento naturale a fare “pulizia etnica” è infatti espressione della tipica codardia di chi esordisce con un “non sono razzista, ma…” e completa la frase con una dichiarazione razzista. Poi esiste anche chi professa di essere razzista, ma non è espressione di sincerità, onestà o coraggio, semplicemente è un pericoloso imbecille.

Imbecille agg. e s. m. e f. [dal lat. imbecillis (variante del più com. imbecillus) «debole» fisicamente o mentalmente]. – Chi, per difetto naturale o per l’età o per malattia, è menomato nelle facoltà mentali e psichiche. Più spesso, nel linguaggio fam., titolo ingiurioso, rivolto a chi, nelle parole e negli atti, si mostra poco assennato o si comporta scioccamente, senza garbo, da ignorante, in modo da irritare.

(cit. Vocabolario on line Treccani)

Di fronte all’atteggiamento di queste persone e a certe critiche al film, a Napoli e ai napoletani, c’è una parola nella lingua napoletana che ne racconta pienamente la mia reazione: sfruculia’.

Il significato del verbo sfruculia’ più vicino al suo valore etimologico è “sfregare”, “sbriciolare”, “sgretolare”. Deriva dal latino “fricare” (ovvero “strofinare”), dal quale provengono l’italiano “fregare” (nel senso originario di “strofinare”) e il napoletano “frécola”, cioè “briciola”, “scheggia”.

Dall’incontro di “frécola” con “fregare” sono derivati i verbi frecoliare e sfrecoliare, oggi rispettivamente fruculia’ e sfruculia’. Il primo ha assunto il significato volgare di “fregare”, che anche per l’influsso del francese antico “froier” ha acquistato il valore di “ingannare”, “imbrogliare”; il secondo, invece, ha esteso il suo significato in senso figurato, che ha prevalso su quello letterale, perciò sfruculia’ oggi può rendersi approssimativamente con l’italiano “stuzzicare”.

Si tratta, infatti, di approssimazione perché in italiano esprime l’idea di “molestare”, “provocare”, “irritare”, mentre sfruculia’ ha un valore più complesso e, come spesso accade con i termini napoletani, difficilmente ha un corrispondente esatto in italiano.

Sfruculia’ contiene l’idea di “importunare con una lieve allusione ironica o canzonatoria, con un accenno di burla senza alcuna intenzione d’irridere o di nuocere”. In italiano non esiste una parola che esprima con tale precisione questa sfumatura di significato.

La fraseologia è d’aiuto a comprendere come si è giunti al significato corrente.

Nun sfruculia’ o’ pasticciotto!

L’espressione “sfruculiare o’ pasticciotto” ha un significato di “irritare”, “dare fastidio”, “dare noia” e la si ritrova nel parlato comune sopratutto anteponendo la negazione come perentorio ammonimento: “Guaglio’! Nun sfruculia’ o’ pasticciotto!” oppure come espressione di avere raggiunto il limite  del fastidio sopportabile: “Nun ce avite ‘a sfruculia’ o’ pasticciotto”. Nella frase la citazione a un dolce (pasticciotto = pasticcino) è, nell’accezione comune, un’allusione alla zona genitale maschile.

Perciò, l’espressione “Nun sfruculia’ o’pasticciottopuò essere tradotto come una forma colorita di “smettila di darmi fastidio”, ma meno volgare dell’imperativo “non rompermi i coglioni”.

Nun sfruculia’ ‘a mazzerella ‘e San Giuseppe!

Più comune è un’altra espressione: “Nun sfruculia’ ‘a mazzerella ‘e San Giuseppe!” che conferma con più evidenza il passaggio dal significato originario dal latino “fricare” ovvero “sbriciolare” a quello figurato che prevale nell’uso corrente ovvero l’italiano, seppure con la già citata approssimazione, “stuzzicare”.

Immagine di dipinto di San Giuseppe con il bastone fiorito
San Giuseppe ritratto con il suo bastone fiorito

“Nun sfruculia’ ‘a mazzerella ‘e San Giuseppe!” trova origine in una storia sul bastone fiorito con cui viene sempre ritratto il Santo protettore di padri, carpentieri, lavoratori, moribondi, economi e procuratori legali. La storia è un mito eziologico.

Il protagonista è un famosissimo cantante napoletano del Settecento, Nicolò Grimaldi, noto come Nicolino o Nicolini, che diede un contributo determinante al successo dell’opera seria a Londra e all’aggermazione del compositore Georg Friedrich Händel.

Di ritorno a Napoli da Londra, Nicolino reca con sé una reliquia di straordinaria importanza: il bastone di San Giuseppe.

Prova di un'opera. Dipinto di Marco Ricci, 1709. A destra il cantante Nicolini. (fonte: Wikipedia)
Prova di un’opera. Dipinto di Marco Ricci, 1709. A destra il cantante Nicolini. (fonte: Wikipedia)

La reliquia d’inestimabile valore viene collocata in una stanza della casa del devoto (e credulone) cantante. La stanza adibita a cappella viene aperta al pubblico ogni anno in occasione delle giornate dell’ottavario di San Giuseppe, così che i napoletani possano ammirarla. I napoletani accorrono in massa a venerare la reliquia sacra. All’atto di baciarla nell’usuale segno di devozione, è verosimile che cerchino di portarne con sé anche una sola piccola scheggia (frécola) poiché alla reliquie sacre si conferiscono poteri miracolosi. Così facendo, un frammento di legno alla volta, le dimensioni del bastone originario si riducono significativamente: da bastone a bastoncino, cioè mazzarella.

Si racconta allora che il disappunto del Nicolino era grande e altrettanto lo era quello del suo Maestro di casa, Andea Musiaccio di origini veneziane, che, posto a custodia della reliquia, a questa massa di devoti si rivolgeva in segno di ammonimento con le seguenti parole: “Non sfrocolear la massarela de San Giosepe”.

Letteralmente si può tradurre: “non sbriciolare il bastone di San Giuseppe!”; ha assunto però il significato di “non importunare chi è in una posizione di forza e se ne sta tranquillo”, suggerito probabilmente sia dal significato figurato del bastone come antico simbolo di comando e segno di autorità, sia dall’analoga locuzione “Nun sfruculia’ ‘0 cane che dorme”.

A chi si fa bastare l’immagine stereotipata di Napoli

A chi fa la tara a tutti i napoletani basandosi con evidente pregiudizio sulla condizione di una parte di essi

A chi, durante la proiezione del film La Paranza dei Bambini, si è fatto una risatina di scherno e supponenza, quando il giovane protagonista propone alla sua ragazza di fuggire da quella realtà, dura per un adulto, figuriamoci per un adolescente, e andare a Gallipoli per ballare tutta la notte nelle più belle discoteche

dico:

Nun ce avite ‘a sfruculia’ o’ pasticciotto!

 

Leggi anche gli altri capitoli della Guida la(i)conica di Napoli

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18 pensieri su “Guida la(i)conica di Napoli #7 – Sfruculia’

        1. Storicamente Napoli è stata una città di accoglienza, spontanea o di necessità a causa di ripetute invasioni e distruzioni, non ultime quelle per cause naturali (eruzioni del Vesuvio e terremoti). È stato un crogiolo di culture europee, baluardo prima della Romanità contro i bizantini, i longobardi e la minaccia islamica dei Saraceni. Accogliente anche nei confronti di un popolo bistrattato nei millenni come gli Ebrei al tempo delle persecuzioni dei Marrani, che si stabilirono nell’area flegrea e che ha lasciato traccia nella cadenza del dialetto parlato oggi in quella zona.
          Una storia ricchissima che, a mio avviso, ha influenza anche l’evoluzione dei suoi abitanti e una coscienza collettiva. Nonostante le invasioni, l’inevitabile mescolanza di culture, il popolo napoletano ha conservato nel corso dei tempi una sua identità precipua, un senso di appartenenza unico, ma non si è mai chiusa in un moto che oggi definiremmo “sovranista”. Questa identità, percepita all’esterno come una minaccia, è stata la causa di scelte dirette a recintarla, contenerla e quindi isolarla a opera dei governi piemontesi dopo la cosiddetta “unificazione”, che io reputo una guerra di invasione dello Stato Piemontese, a uso e consumo delle potenze francese e inglese contro l’Impero Austro-Ungarico. Non sono tra gli esaltatori dei Borboni in contrapposizione dei Savoia, ma non è stato l’afflato patriottico a unificare il nostro Paese e le conseguenze nelle scelte adoperate per il Sud sono sotto gli occhi di tutti e largamente irrisolte.
          No so quanto oggi la cultura di inclusione del napoletano sia ancora intatta, sicuramente è largamente più aperta ad altre zone dell’Italia per le solite ragioni di tipo economico. Non c’è romanticismo non c’è folklore del pane-amore-e-fantasia che tenga di fronte ai soldi.

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          1. Napoli e il sud sono ASSOLUTAMENTE secondo me baluardo di inclusione. Penso con vergogno a quando qui a Torino negli anni 60 si mettevano cartelli dove si diceva che non si affittavano appartamenti ai meridionali e guardo con ammirazione al sud in generale che negli ultimi tempi sta dimostrando di essere il vero cuore dell’Italia. Per ultimo ti do ragione su quanto hai detto circa l’unificazione del nostro paese. Davvero i libri di storia andrebbero riscritti e singolare è la storia qui in Piemonte della fortezza di fenestrelle , vero e proprio lager ottocentesco dove i soldati filo borbonici venivano deportati .

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    1. Lo puoi usare a chi ti da’ fastidio: “nun me sfruculia’”, con tono categorico che preannuncia una reazione che stai trattenendo per buona creanza, ma avvisi che sei al limite. Il ruotare il dito alludendo al vorticare degli zebedei ha un valore più limitato. Per esempio se ti rivolgi al molestatore con una domanda retorica “tu me vuoi sfruculia’?” il vorticare di zebedei è un dato acclarato e dato per certo se continua nella sua azione di infastidimento, mentre lo sfruculia’ aggiunge la promessa che avrà conseguenze che è meglio evitare (per lui).

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    1. Credo che sia un po’ il mio “marchio di fabbrica”, criticabile quanto si vuole, ma è il “mio marchio”: andare dritto al punto e seguire una logica lineare non è nelle mie corde. Sono uno slalomista e, a volte, scendo a valle portandomi dietro anche paletti e porte. A volte arrivo sano e salvo. E non batto mai nessun record.

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