Miami con DJ – Ep. 6: Lyft Me Up

Il nostro viaggio a Miami con due nanerottoli e un cane

Ripongo il pacchetto sgualcito di sigarette nella tasca non senza qualche maledizione. Se è vero che smettere di fumare è essenzialmente questione di volontà del fumatore, se è imposta da qualcun altro fa scattare il desiderio ancora più intensamente.

Rivolgo quindi la mia attenzione a una sorta di chiosco che appare essere il luogo deputato all’attesa o alla prenotazione di un taxi, anche se di taxi non se ne vede nemmeno uno nei paraggi. Prima di avventurarmi nella mia prima domanda in lingua inglese a chicchessia, noto un lungo elenco affisso alla parete posteriore di tale chiosco: bingo! È l’elenco di tutte le possibilità di spostamento via taxi e “shuttle bus”, completo di prezzi.

Sarà la stanchezza, sarà l’impossibilità di fare quattro tiri dopo circa venti ore di viaggio, sarà il rifiuto di incrociare dati nell’ennesima “tabella pivot” fatta però a memoria, vado in bambola dopo pochi istanti e mi ritrovo a deambulare senza meta sulla banchina bersagliato dalle incalzanti quanto legittime richieste della mia consorte, che  è ormai il ritratto di “Madonna addolorata (per la stanchezza) con due bambini”.

Taxi non se vedono, in compenso è evidente un intenso traffico di automobili con il solo conducente a bordo e che procedono a passo d’uomo: il guidatore guarda insistentemente in direzione della banchina alla ricerca di qualcuno che probabilmente lo attende. Questi sguardi apparentemente spaesati e all’eterna ricerca di qualcuno sono quelli dei conducenti di Lyft e Uber. Questo giochino dell’”Indovina chi (ti carica a bordo)“ sarà una costante per tutto il viaggio, non senza alcune clamorose toppe sia dall’una sia dall’altra parte.

È il momento di sperimentare i servizi di Lyft e Uber, consigliati da mio cugino come mezzo più idoneo di trasporto, una volta escluso il noleggio di un’automobile per via della mia repulsione al volante durante le vacanze e della difficoltà nonché costo elevato di parcheggio a Miami Beach.

Non mi pento nemmeno un istante di questa scelta: i trasporti pubblici sono per lo più gratuiti, a Miami Beach ci si sposta piuttosto bene anche a piedi, dovendo raggiungere Miami il costo di una corsa con Lyft o Uber è intorno ai dodici dollari per una durata tra i quindici e i venti minuti. Lyft è leggermente meno costoso di Uber e quindi abbiamo utilizzato per lo più il primo.

Il servizio è estremamente comodo: prenoti tutto dall’app installata sul telefono, paghi senza tirare fuori banconote e grazie al collegamento con un account PayPal non viene ridotto l’ammontare disponibile sulla carta di credito; la geo-localizzazione indica in automatico dove sei e occorre solo digitare l’indirizzo della destinazione; vengono proposti più conducenti già in zona, selezionabili in base alla tipologia di auto, al prezzo della corsa e al tempo di attesa; una volta scelto il conducente, puoi controllare l’avvicinarsi del veicolo sulla mappa che si aggiorna in tempo reale.

Nessuna “sorpresa” al momento del pagamento e i tempi di attesa subito disponibili sono vantaggi indiscutibili, aggiungo che i conducenti sono sempre molto gentili e l’interno delle automobili sempre pulito. Ci siamo imbattuti in conducenti per lo più di origine sudamericana (quasi tutti venezuelani), piuttosto inclini a chiacchierare amabilmente: non parlano l’inglese e io non parlo lo spagnolo, quindi ne è venuta fuori una conversazione in un italiano-spagnolato, che dà la birra all’esperanto e farebbe venire i sorci verdi ai linguisti. Per la serie “il mondo è piccolo”, un conducente venezuelano mi ha riferito di avere un parente in Italia e per la precisione a Frosinone, dove ho vissuto per sedici anni. Roba da non credere: in Italia se dici “Frosinone” qualcuno ti chiede pure dove è.

Solo in due occasioni ci siamo imbattuti in altrettanti algidi conducenti: l’unico “yankee” tra i tanti sudamericani e una donna; il primo aveva stampato in faccia un grugnito, non ha spiccicato parola e ha masticato a stento un “bye” quando è terminata la corsa; la donna aveva la tipica espressione di chi “ha tante cose da fare”, altro che mettersi a scorrazzare turisti nullafacenti per le strade della città!

In famiglia sono l’homo tecnologicus, ma in questo frangente è evidente che sia in affanno anche con l’app di Lyft sebbene sia un’emerita fesseria da utilizzare. Tra i fumatori l’effetto di “rincoglionimento” a causa di assenza di nicotina non è stato ancora provato scientificamente, ma potrei essere io il primo caso.

Mia moglie, sbuffando e blaterando al mio indirizzo, vince la sua proverbiale ritrosia tecnologica, si cimenta con l’app di Uber per la prima volta e – Udite! Udite! – riesce a prenotare la corsa per l’agognata destinazione:

Riviere South Beach Hotel, 1424 Collins Avenue, Miami Beach.

Dopo un paio di falsi avvistamenti e un attraversamento di strada interrotto a metà, il nostro conducente parcheggia sul lato opposto della larga doppia corsia che fiancheggia la banchina. Mentre mi trascino stancamente la carcassa insieme a un paio di trolley e altrettanti zaini, mi viene incontro e mi chiede:

“Manuela?”

Anche se mi radessi la barba, come donna faccio ribrezzo, ma con nonchalance e pronto ad agitare fieramente anche il vessillo LGBT pure di salire in quel veicolo, rispondo dopo una breve esitazione: “Yes!”.

Il tipo vede il codazzo di madre con i due nanerottoli alle mie spalle, riconosce nel mio sguardo la disperazione di un uomo pronto a tutto per la sua famiglia, gentilmente mi prende dalle mani  i due trolley e li carica nell’ampio bagagliaio di un’automobile di foggia a me sconosciuta e marca americana. Fa accomodare i bimbi e la loro madre, nel mentre prendo posto sul sedile anteriore. Mette in moto e finalmente siamo sulle strade della Califor…di Miami.

Ho proprio bisogno di questa vacanza.

And you may find yourself in another part of the world

And you may ask yourself, well…how did I get here?

Onda sonora consigliata: Lift Me Up – Moby

To be continued

Indice degli episodi di Miami con DJ Stories

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19 pensieri su “Miami con DJ – Ep. 6: Lyft Me Up

    1. Meno male che di nomi strani ne girano e probabilmente Manuela deve essere un nome rarissimo quindi ci poteva pure stare che un cristo di un metro e ottantatré dalla barba incolta e i capelli scompigliati potesse rispondere al nome di Manuela.
      Tanto per darti un’idea di quanto questo nome debba essere raro che è norma dare il tuo nome quando vai a prendere qualcosa da mangiare o da bere. Quando è pronto chiamano il tuo nome che è scritto sul bicchiere della bevanda. Manuela era scritto nei modi più atroci, il migliore è stato: “Manwla” (e non c’è lo zampino del correttore del telefono). Il suono della pronuncia di questa storpiatura in effetti vi si avvicina. Con il nome Claudio ho rinunciato subito: mi sono auto-battezzato una ventina di volte.

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        1. Al suono di Manwla ci fai l’orecchio. C’è ben di peggio quando masticano le parole della loro lingua e ti serve un’informazione. A Miami è molto èiù facile comunicare visto che è un crogiuolo di popolazioni e lingue, per lo più latino-americane. Sono per la maggiore parte disponibili ad ascoltarti e a venire incontro alle tue difficoltà di comunicazione.
          La pronuncia di “Claudio” ha un livello di difficoltà elevatissimo: “au” è la parte facile (diventa una “o”), ma il seguente “d-io” è letale per l’articolazione di un fonema riconscibile.Sul mio cognome poi posso scrivere un tomo su come riuscire a storpiare una parola di due sillabe, inclusi gli italiani.

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          1. In quanto a cognomi storpiati io ne so qualcosa, il mio è straniero e pur non essendo particolarmente difficile viene storpiato per partito preso. Interessante entrare in contatto con paesi e città multiculturali come Miami

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  1. che bella sorpresa per il 2019! Una nuova puntata dell’avvincente romanzo vissuto in quel della Florida.
    L’omo tecnologico sbaragliato dalla femmina non tecnologica. Che figura! Ma per raggiungere la meta ti trasformi anche in Manuela… donna barbuta, donna piaciuta 😀

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    1. Ahahah il vantaggio di scrivere sull’onda dei ricordi è quello di accorgersi dei lati comici di alcuni episodi altrimenti banali. Comunque ribadisco che come donna farei ribrezzo e raccapriccio anche con una depilazione accurata…

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    1. Se vuoi e’ l’emozione di essere giunti in un luogo nuovo, mai visto. Si affollano i pensieri su ciò che ci attende così come i viaggiatori sulla banchina degli “Arrivi” dell’aeroporto o una qualsiasi della stazione.
      È un’emozione di spaesamento (letteralmente) che ad alcuni fa perdere e ad altri fa venire fuori il piglio organizzativo. Tu e io apparteniamo alla prima delle due categorie.
      Comunque la papà di Uber e Lyft sono state un buon aiuto per tutto il viaggio, sopratutto mi sono liberato di una serie di ansie tipiche. Il progresso tecnologico in questo caso è servito e ti avrebbe aiutato a risparmiare buona parte di quelle 6 ore a L.A.

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      1. Pensa che, dopo quelle sei ore d’attesa, quando finalmente sono riuscito a prendere un bus che mi ha portato ad un altro terminal di autobus. Ed ho preso il pulman per andare a destinazione, dopo nemmeno cento km, s’è guastato, lasciando tutti i passeggeri all’ombra di un bell’albero nell’arido paesaggio californiano, in attesa della diligenza di soccorso…Emozioni provate soltanto qualche anno dopo in Costarica e nel Nicaragua in piena guerra civile. Ma lì ero nella civile e progredita L.A. , ovvero dove se non ci hai la macchina, è meglio che te ne stai a casa…

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    1. Tra tante fesserie e inutilità, queste due app sono davvero un esempio di come la tecnologia può cambiare anche il modo di viaggiare e attenuare – se non eliminare – alcune “tensioni” e preoccupazioni del viaggiatore: prezzo e tempi subito sono immediati e trasparenti.

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