Miami con DJ – Ep. 5: It’s always June in Miami Beach

Il nostro viaggio a Miami con due nanerottoli e un cane

And you may find yourself in another part of the world

Miami è una delle località più famose degli Stati Uniti d’America e al mondo. È  stato scritto di tutto, ne abbiamo visto tanto sul piccolo e grande schermo, l’immaginario collettivo è saturo di immagini e suoni di una città in cui la fusione tra la cultura americana e quella latina è al suo massimo. In un momento storico in cui si aspira a costruire un muro al confine con il Messico, camminare per Miami è l’esperienza che bolla questa, come altre idee similari, con un termine inglese preciso: “bullshit”, una stronzata.

La prima immagine per la gran parte delle metropoli americane rimanda alla foresta di acciaio e vetro dei grattacieli, che denota una certa ossessione per l’immenso e, più romanticamente, una tensione a proiettarsi verso l’alto, oltre i limiti umani.

Opera di una fusione di popoli emigrati dal Vecchio Continente e, in seguito, da tanti altri luoghi del pianeta, che forse ricerca la propria identità in queste architetture, audaci come Icaro, che si lanciano in alto fino a grattare la pancia al Cielo (li chiamano, infatti, “skyscraper”).

Per Miami non è così. L’immagine è sole, mare e, invece di pizza e mandolino, spiagge bianche punteggiate di palme e una vita rilassata.

In verità questa è l’immagine di Miami Beach, ovvero la municipalità separata da Miami che comprende una serie di isole naturali e artificiali nella baia di Byscane, collegate alla terraferma da un sistema di ponti.

Miami Beach è unica e sorprendente soprattutto per l’immagine insolita per gli Stati Uniti. Sono stati usati tutti i superlativi possibili fino anche alla ridondanza stucchevole. Alcune descrizioni sono poco lusinghiere, la maggior parte sono lodi entusiaste. Qualunque sia l’opinione, i fatti storici rivelano una prosperità crescente e una concentrazione di investimenti senza precedenti. Fino a quaranta anni fa Miami Beach era una palude di mangrovie, oggi è l’immagine di vita prospera.

Per promuovere Miami Beach a metà degli anni Venti su un cartellone pubblicitario nella famosa Times Square a New York si poteva leggere:

It’s always June in Miami Beach.
Miami Beach, Where Summer Spends the Winter.

A partire dalla fine degli anni Settanta e continuando negli anni Ottanta, Miami divenne il luogo di ritiro degli anziani di reddito medio basso. In questo periodo apparvero i “cocaine cowboys”, ovvero trafficanti di droga protagonisti del famoso film del 1983 Scarface e della serie televisiva Miami Vice e nella recente Narcos. Il tasso di criminalità di quegli anni è elevatissimo, ma alla fine degli anni Ottanta inizia la rinascita della città grazie all’affluenza di agenzie di moda e personaggi famosi del mondo dello spettacolo.

L’arrivo a Miami è perciò denso di attesa. La meraviglia è lì sul punto di volere esplodere. Sarà tutto come me lo sono immaginato? Sarà tutto come ho visto nei tanti film e serie televisive girate e ambientate a Miami?

A queste attese, se ne aggiunge una personale, ma non di minore intensità: incontrerò mio cugino Renato, trasferitosi qui quattordici anni fa e incrociato velocemente  un paio di volte durante le festività natalizie trascorse da mia mamma a Napoli.

L’arrivo è devastante per due motivi principali: fuso orario e la poltrona dell’aereo che dopo undici ore di viaggio inizia a dimostrare tutti i limiti della classe “economica”.

L’impatto con Miami, per quanto la stagione lo potesse fare prevedere, non è di quelli sperati: una volta atterrato, l’aereo ha atteso sulla pista per una buona mezz’ora a causa di uno dei tipici e violenti temporali tropicali. “It’s always June in Miami Beach”? Non resta che augurarmi che la pubblicità non sia come al solito ingannevole.

Preparo i due nanerottoli alle forche caudine dell’Ufficio Immigrazione: un po’ di sano terrorismo psicologico aiutato dal personale addetto che va dall’intimidatoria mole massiccia alla più rassicurante obesità. Una lunga fila serpentiforme si snoda lentamente lungo una barriera di passaggi presidiati da personale in uniforme, mentre altri, mescolati alla folla di viaggiatori, dirigono il “traffico” con una gestualità risoluta e indicazioni a voce in cui la lingua anglosassone viene masticata come un “chewing-gum”.

Le prime formalità si svolgono in modalità “self-service” grazie all’ausilio di un terminale con cui abbiamo qualche difficoltà a causa della statura diversamente alta dei nostri due marmocchi: la telecamera non riesce a inquadrarne il viso. Perciò, ci inventiamo un numero da circo cinese, da fare impallidire anche il Cirque du Soleil, per sollevare il nano di quel tanto che la telecamera del terminale ne rilevi i tratti del bel visino, senza che appaia anche il mio faccione barbuto.

Smistati come “famiglia” sebbene il mio visto fosse separato dagli altri tre (per la serie: pensi di essere un mago di Internet fino a quando non devi fare l’ESTA), giungiamo alla forca caudina carichi della certezza che non hai nulla da temere, eppure costoro dell’”Immigration” potrebbero riuscire a tirare fuori il proverbiale scheletro nell’armadio. Essendo partiti da Roma, ho la certezza che mia mamma non ha infilato nel bagaglio – a mia insaputa – qualche cibaria della tradizione napoletana che farebbe la felicità di mio cugino, ma sicuramente rientra nell’elenco dei “cibi non consentiti”. Mi assale però un atroce dilemma: Oddio! Non ho dichiarato che a sei anni ho fregato a mio cugino il soldatino del capo dei pellerossa! 

Passiamo la forca caudina, non senza un piccolo brivido e sospiro di sollievo. L’ufficiale di polizia si rivolge al piccolo Jacopo domandogli: “What’s your name?”. Lo sguardo del nanerottolo rimbalza tra la madre e me come una pallina di ping-pong in uno scambio nella finale mondiale di tennistavolo tra il campione cinese e quello giapponese. Uno sguardo spaesato e carico di preoccupazione che si può tradurre:

“Io ho sette anni, parlo male l’italiano, figuriamoci l’inglese. Che ca%#lo gli rispondo? Siamo fottuti, vero?”.

Dopo la pronta traduzione, il nanerottolo risponde un asciutto e atonale “sì” che giunge a segno all’uomo in divisa che, per tratti somatici, denuncia un’origine latina.

Nel silenzio di Jacopo ho percepito qualcosa che suonerebbe così:

Ma che ca%#lo di domande! Papà l’aveva detto che siete strani, ma addirittura che non riuscite a riconoscere un bambino dalla foto del passaporto e associarla al nome che c’è scritto sopra…non ho parole.”.

Poiché siamo riusciti a contenere i nostri bagagli in zaini e un paio di trolley caricati in cabina, evitiamo il “thriller” dell’arrivo dei bagagli sul nastro. Puntiamo diretti all’uscita in una formazione a falange ancora più serrata della partenza: i nani, comprensibilmente preoccupati di perdersi in terra straniera tra gente di cui non comprendono nemmeno una parola, si tengono aggrappati ai nostri bagagli su ruote o alla nostra mano come le cozze allo scoglio.

Guadagnata l’uscita in un punto a caso tra le decine possibili, i nostri corpi vengono avvolti da un lenzuolo umido di aria calda e rumori di auto in transito. Siamo al riparo, al di sotto di una strada  o altra struttura sopraelevata, e riusciamo a intravedere che ha smesso di piovere.

Dopo oltre venti ore di viaggio, voglio fumare. Non una sigaretta per astinenza o per abitudine, ma una sigaretta da godersi, come la chiamo io, una sigaretta di “relax e soddisfazione”. I fumatori capiscono cosa intendo. Tiro fuori dalla tasca un pacchetto sgualcito. All’inizio di questo viaggio ho fatto una promessa a me stesso: ridurre per poi smettere di fumare. Non ho nemmeno acquistato le canoniche “stecche” al “duty-free”. Il desiderio di accendere una sigaretta è forte. Ne afferro una con due dita, sto per estrarla dal pacchetto quando mi accorgo che lungo tutta la banchina è affisso il divieto di fumo.

Onda sonora consigliata: Evening in June – Van Morrison

To be continued

Indice degli episodi di Miami con DJ Stories

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30 pensieri su “Miami con DJ – Ep. 5: It’s always June in Miami Beach

    1. Non sono un fumatore “accanito”, anzi i fumatori mi prendono in giro perché non aspiro il fumo. Troppo vecchio per sentirmi dire che “fumo per darmi un tono”, accetto che sono un fesso visto che ho iniziato a fumare a 40 anni. Dopo 10 anni è il caso di smettere, può bastare come “esperienza” visto anche i danni che provoca. Trovandovi gusto quasi in tutte le 6-7 sigarette che fumo di media al giorno, paradossalmente è più difficile smettere di botto come succede ai fumatori “accaniti”. Sembra strano ma passare da due pacchetti al giorno a zero, può succedere (conosco alcune persone che l’hanno fatto), ma passare da 6 a zero è più difficile. Si trovano un mucchio di finti motivi per accendersene una. Allora la mia tattica personale è stata una riduzione aiutata dall’esterno ovvero da un’ambiente notoriamente “ostile” ai fumatori. Ne ho avuto la prova a Orlando, ma lo racconterò sicuramente più avanti.
      L’esperimento ha funzionato: in 15 giorni due pacchetti di sigarette e mezzo ovvero una media di 3 sigarette al giorno. Ho ridotto del 50% il consumo.
      La prova che un’ambiente ostile al fumo può aiutare è il mio ritorno in Italia. Ho ridotto, ma solo a livello di media matematica. Non fumo più la sera e praticamente azzerato durante i fine settimana, Devo ancora lavorare sul resto degli altri giorni per arrivare al fatidico “zero” di partenza.
      Perché ho sparato questo pistolotto?
      Per quanto sia del tutto inutile (il fumo è una questione parecchio personale), la mia esperienza di fumatore “da strapazzo” è l’ennesima prova – per quanto sia stato già provato scientificamente – che il fumo porta dipendenza sia a livello fisico, ma sopratutto psicologico. Nel mio caso, in cui non avverto l’astinenza da nicotina (non ho mai acquistato due pacchetti insieme per il timore di restarne senza e, quando finiscono, no problem), la maggiore difficoltà è separarsi dalla ritualità, da una certa gestualità rituale che – lo ammetto senza remore – in alcuni frangenti mi gratifica.
      Spero di non averti annoiato con questo mio pistolotto anti-fumo 😉

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      1. Figuriamoci! Però non sono sicuro che sia proprio anti-fumo…! :–D

        Comunque penso tu abbia ragione, è una questione psicologica molto spesso ben più che una dipendenza fisica. Sono gesti a cui ti abitui e poi è difficile farne a meno. Spero che tu riesca a liberartene presto, come sembra sia tua intenzione! :–)

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        1. Ok per i primi due, ma utilizzare un sedano per smettere di fumare è estremismo anche per un vegano 😂
          Io mi definisco “fesso” ad avere iniziato per giunta in tarda età perciò fai bene a stare lontano dal fumo. Sto riducendo, ma è una dura lotta. Da evitare come la peste.

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            1. Io un paio di ginocchiere le indosserei, non si sa mai…forse è il caso di esporre il cartello di avviso: “Attenzione! Lettura scivolosa”. Perché io ci tengo alla sicurezza dei miei (quattro in croce) lettori. (Anche perché se mi arriva l’ispezione mi rifila una multa per inosservanza della normativa sulla sicurezza)

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  1. finalmante arrivati dall zio Sam, anzi dal cousin Renato.
    Viaggio lungo e faticoso visto che la prima puntata risale a qualche mese fa.
    I nani? Sono saggi. meglio la roccia di papà e mammà che perdersi nella palude delle Everglades.
    Procede il viaggio ma mi tocca di fare un refresh 😀 delle puntate precedenti

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    1. Larga la foglia, stretta la via…e qualcosa del genere esisterà anche per i viaggi lunghi e faticosi. Questo nostro lungo il giusto (15 giorni), molto meno faticoso di quanto immaginassi. Ho davvero “staccato” e assorbito tante cose nuove. Ora mi piacerebbe restituire il favore: provo a metterle una di seguito all’altra e le racconto a chi ha la pazienza e la curiosità di ascoltarle. Per me è un bel ripasso che mi fa bene alla mente e al cuore e alla futura memoria quando avrò dimenticato i dettagli più piccoli.
      Ps: forse è il caso di creare una pagina per un indice poiché l’andazzo è quello di biblica memoria.

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      1. giusta osservazione la tua: mettere nero su bianco i ricordi di quindici giorni trascorsi bene.
        Ricordi che col tempo sbiadiscono e si limitano a pochi passaggi, quelli meno marginali.
        Al di là di tutto è interessante leggere le tue considerazioni veramente coinvolgenti sul viaggio, sulle persone e in particolare sui nani.
        O.T. non volevo dirlo apertamente 😀 ma un bel indice cadrebbe a fagiolo.

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  2. Ora sono curioso di vedere se sarà sempre giugno per davvero, a Miami – io non vedo l’attrattiva: vivendo a Cagliari, calda come l’Inferno (anche se d’inverno può far freddo, la mattina o la notte) e umida come Atlantide, l’attrattiva dell’eterna estate non mi cattura.
    L’Islanda sembra più vivibile, ai miei occhi (poi non sono stato né lì né a Miami, ma è un’altra storia 😛 )

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    1. In effetti fa caldo è nelle ore centrali della giornata il sole picchia come un fabbro. Ma eravamo ad agosto, uno dei periodi peggiori a parte settembre in cui la Florida viene investita dagli uragani. A esclusione di questi due mesi, temperatura media intorno ai 24 gradi. Mio cugino mi ha riferito che può capitare qualche giorno di “freddo” intorno ai 13 gradi come un fatto episodico e di breve durata.
      Islanda? No, grazie.
      Fosse per me vorrei morire con indosso una waikiki, un paio di mutande fiorate e di infradito ai piedi.

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    1. Se avessi visto l’espressione di Jacopo, ti sarebbe venuto naturale “tradurla” così. Il nano ha dei limiti lessicali e nel rendere con le parole precise le proprie emozioni e pensieri, ma l’espressione paraverbale e degli occhi arriva dritta e senza filtri. Non puoi sbagliare o immaginare di avere frainteso. Che bella questa trasparenza dei bimbi!

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