[Tag] Il Natale del passato, del presente e del futuro

Natale si avvicina ed è creanza ricevere “auguri” sparati a raffica come una di quelle macchinette spara-palle da baseball che si vedono nei film americani

Nel gioco del baseball, alla palla in arrivo ci si prepara per ribatterla, evitando lo “strike” ovvero di lisciarla clamorosamente, di mandarla oltre le linee laterali del campo (“foul”) o, peggio, rispedirla direttamente nelle mani di uno dei ricevitori senza che rimbalzi a terra (“fly out”). Un “home run” è quello che ci vuole!

Così sulla Rete la stessa creanza assume svariate forme, tra cui la catena di tag a tema natalizio nella quale mi ha chiamato a partecipare il mio pari di nobile lignaggio, il caro Conte Gracula, a sua volta coinvolto da Ema e da Riccardo, al quale si deve l’inizio di tutto. In quanto bavone – come disse una mia vecchia conoscenza – “Noblesse oblesse”, vado a ricambiare l’augurio natalizio, osservandone la liturgia rituale ovvero:

  • raccontare il Natale vissuto da bambino, il Natale di oggi e quello che sarà il Natale futuro;
  • eventualmente continuare la catena nominando un massimo di sette blogger oppure lasciare che i lettori vi partecipino spontaneamente;
  • linkare il blog che ci ha unto e segnalare nel post di origine della catena il link del nostro contributo.

Anticipo che, al rituale momento del passaggio del “tag”, non farò i nomi di nessun blogger, poiché nelle ultime “catene” le mie unzioni sono cadute nel vuoto, mentre la catena è stata raccolta spontaneamente da alcuni tra i lettori. Questo tipo di partecipazione è di gran lunga benvenuta: vuole dire che la lettura delle mie rutilanti facezie, qualcosa ha smosso. Ne sarei laetus triumphantis.

Bando ai preamboli, adeste fideles venite, venite, si va a iniziare.

Il fantasma del Natale passato

Il Natale da bambino è: attesa. Proprio come il battitore nel gioco del baseball.

Prima di potere colpire la palla nel modo migliore e con la massima forza possibile, il battitore deve concentrarsi per coordinare i movimenti alla perfezione: le fasi dell’attesa e del passo (“stride”), sono ugualmente importanti quanto la sventolata della mazza (“swing”) e la fase finale dopo avere ribattuto la palla (“follow-through”).

Il peso del corpo è equamente distribuito sugli avampiedi, le ginocchia leggermente piegate, la testa è rivolta verso il lanciatore evitando di mettere in tensione i muscoli del collo. Così l’attesa del Natale contribuisce enormemente a portare a casa-base quanto di buono è collegato a questo evento.

Da bambino, l’attesa si manifestava con le lettere a Babbo Natale, scritte o soltanto immaginate non importava. Noi bimbi, incerti anche su cosa metterci addosso il giorno dopo per andare a scuola, avevamo tuttavia una sicurezza granitica: per qualche magia, Babbo Natale conosceva perfettamente i nostri desideri . I nostri desideri arrivavano a Babbo Natale prima e meglio che fosse inventata la Posta Elettronica Certificata.

Nella mia famiglia l’attesa culminava nel momento in cui i nostri genitori ci portavano nel negozio di giocattoli meglio assortito, che  – per inciso – nonostante abitassimo in un capoluogo di provincia, Frosinone, era anche l’unico degnamente assortito.

In questo luogo in cui “un tram che si chiama desiderio” poteva anche prendere la forma di un modellino di tram, i nostri occhi iniziavano a emettere una luce propria. Il nostro viso si illuminava d’immenso quando lo sguardo incontrava l’oggetto dei nostri più smodati desideri, magari covati per un anno intero.

Il primo Natale di cui ho ricordo è quello in cui scelsi nel negozio “Il Pulcino d’Oro” uno scatolone alto quasi quanto me che conteneva un plastico corredato da una quantità smisurata di mezzi militari e soldatini in scala HO. Papà e mamma, senza battere ciglio, mi dissero che Babbo Natale me lo avrebbe portato la notte della Vigilia. Non mi chiesi né mi sono mai chiesto il negoziante quale ruolo avesse e in quali rapporti fosse con Babbo Natale. Visto che si occupava di giocattoli, probabilmente si conoscevano. Chi può dirlo.

Da quel momento in poi, l’attesa si tramutava nel conto alla rovescia dei giorni mancanti alla mattina del 25 dicembre.  Seguiva la fase dello “stride”.

Con lo “stride”, ovvero lo spostamento del piede verso il lanciatore accompagnato da una leggera torsione del busto, il battitore interrompe l’inerzia e si posiziona nel modo migliore per poi sferrare il colpo con la mazza. Noi bimbi programmavamo l’agguato a Babbo Natale.

Ogni anno, mio fratello e io sapevamo che durante la notte della vigilia a un’ora in cui già dormivamo della grossa, Babbo Natale giungeva a casa nostra, parcheggiava slitta e renne – non avevano ancora inventato le “strisce blu” – e, piuttosto che lasciare i regali sotto l’Albero, si divertiva a nasconderli per casa. Come riuscisse a farlo per tutte le case di tutti i bambini del mondo nel giro di una sola notte, era un calcolo che non ci sfiorava nemmeno l’anticamera del cervello. Molto prima di “X-Files, I want to believe”, noi ci credevamo.

L’agguato era preparato nei minimi dettagli, anche perché consisteva nell’acquattarci dietro il divano della sala da pranzo o dietro la porta del corridoio che separava la zona giorno dalla zona notte. Ci sarebbe bastato sgattaiolare fuori dal nostro nascondiglio, non appena fosse apparsa la non esile figura di Babbo Natale oppure una volta avvertiti dei rumori sospetti. Ci sarebbe bastato anche solo intravedere la sua inconfondibile sagoma per un attimo.

La sera della Vigilia, mamma e papà non ci invitavano ad andare a dormire a un’ora consona per due bimbi, ci lasciavano liberi di decidere e, puntualmente, ogni anno la mattina del 25, ci risvegliavamo nei nostri letti. Babbo Natale era a godersi il meritato riposo a casa sua al Polo Nord e noi a sciamare per casa cercando i regali come segugi da tartufo senza averne il talento del fiuto.

La palla lascia la mano del lanciatore e si avvicina ad altissima velocità in direzione del battitore, i fianchi del battitore iniziano a ruotare, il piede posteriore ruota sull’avampiede, spalle, braccia e testa restano immobili, la mazza viene portata di lato, il braccio sinistro si distende, il gomito destro si avvicina al corpo; la palla è vicinissima, i fianchi allora ruotano violentemente, i polsi  danno l’ulteriore spinta alla mazza che colpisce la sfera. Un suono secco, la palla viene scaraventata in alto, gli occhi dei giocatori e di tutto il pubblico sugli spalti seguono la traiettoria, i corridori schizzano verso le basi, i ricevitori della squadra avversaria sono ormai al limite del “diamante”. Home run! Home run! La palla è finita oltre il campo. Quando troviamo i pacchi-regalo, noi bambini esplodiamo di gioia come il pubblico che ha appena assistito a un “home run”!

Il fantasma del Natale presente

Il Natale di oggi è molto simile al Natale del passato, ma a parti invertite: mio fratello e io oggi sono i miei due nanerottoli di sette anni.

L’attesa è identica con alcune ritualità più “moderne” come un Calendario dell’Avvento assai spartano: un cartello decorato con un motivo natalizio e una finestrella attraverso la quale un numero indica quanti giorni mancano al Natale.

Ogni giorno, i due nanerottoli di natali romani e mezzo-sangue napoletano si comportano come svizzeri: puntualmente, uno di loro aziona la rotella posta di lato al cartello così da segnare un giorno di meno all’arrivo del Natale. Il miracolo del Natale è anche questo: riescono a fare una cosa da soli senza che debba ripeterglielo almeno sette volte (incluso di indossare le mutande).

I due marmocchi hanno anche scritto la “letterina” a Babbo Natale: in formato A4 su più fogli, ricchi di disegni e un ragguardevole elenco di regali il cui importo corrisponde al reddito medio pro-capite annuale di un povero disgraziato di un Paese africano scelto a caso. Hanno comunque “autorizzato” Babbo Natale a portarne anche solo una parte. Hanno un cuore grande in quel piccolo corpicino…e anche delle braccine corte peggio dell’avaro di Molière.

Non sanno ancora che riceveranno una lettera di Babbo Natale, che potete leggere qui.

Il “loro” Natale è anche il mio. Grazie a loro riesco a recuperare lo Spirito del Natale che, da adulto, mi molla un buffetto per poi svanire nel tran-tran quotidiano che vede accelerare i ritmi come se il 31 dicembre di ogni anno fosse l’ultimo.

In questo periodo, i bambini insegnano di nuovo agli adulti qualcosa che hanno dimenticato, consapevolmente o meno.

Il fantasma del Natale futuro

Questa è una bella sfida. Già non riesco a immaginarmi tra un anno, figuriamoci in un futuro indeterminato.

Come il battitore nel gioco del baseball, mi preparo senza mai staccare gli occhi di dosso al lanciatore, ai segnali in codice che manda ai compagni sulle basi; cerco la migliore posizione immaginando il lancio che sceglierà di eseguire. Non escludo il ricorso a un “sacrifice fly” ovvero la volata in sacrificio, pure di fare di fare arrivare a casa un corridore della mia squadra. I due marmocchi hanno ancora gambe corte, la partita è ancora lunga per loro e un punto in più mi permette di essere ottimista sul risultato finale.

Natale è “tradizione”, nulla deve cambiare. Ma a Natale sembra essere un pregio. Ritrovarsi in famiglia, soprattutto se lontani, ha valore per il solo fatto di essere un’opportunità per ritrovarsi insieme.

A me piace il Natale, anche se ogni anno che passa è sempre più difficile rimanere impregnati del suo Spirito, se non addirittura riuscire ad annusarne l’odore.
Sballottati ai poli opposti della retorica del volemosebbene natalizio o dell’altrettanto natalizio anticonformistonichilismo, cerco di resistere e mi aggrapperò ai miei due nanerottoli per sgraffignare un po’ di quella polverina magica che i bimbi sanno raccogliere e soffiare sugli adulti. Resisterò fino alla fine del nono inning.

Natale tutti in famiglia (foto scattata a Napoli e raccontata in (bav)Auguri di Natale
Annunci

18 pensieri su “[Tag] Il Natale del passato, del presente e del futuro

  1. Riccardo Giannini

    Curioso questo parallelismo tra il baseball e Natale :).
    Pensavo a questo aspetto dell’attesa leggendo un post proprio da Emanuele: a me di vedere Babbo Natale non interessava, ciò che contava era il regalo. Io solitamente scrivevo la letterina, immagino che poi fosse mia sorella a indirizzare il regalo. Ma ogni anno mi hanno sempre regalato ciò che avevo messo nella letterina (comunque mettevo sempre un paio di alternative).
    Devo dire che la tua conclusione è meritevole, anche se con me – seguace del motto “La virtù è nel mezzo – vinci facile 🙂

    Piace a 2 people

    1. L’accostamento del Natale al gioco del baseball mi è venuto giù dalle dita mentre scrivevo. L’incipit con l’esempio della macchinetta spara-palle da baseball era giusto un esempio per indicare la raffica di “auguri”. Sarebbe finito qui.
      Quando ho realizzato che l’attesa è un fattore importante nella mia esperienza, il tema del baseball si è inserito nei miei pensieri. Conosco questo gioco perché avevo due cari amici (due gemelli) che vi giocavano e mi appassionai anche grazi a un gioco da tavolo che simulava il baseball semplicemente con un cartellone (il campo) e dei contrassegni rotondi di carta come giocatori.
      Mi sono divertito da matti il Natale in cui acquistai la Wii e con mio fratello quasi ci slogammo una spalla a furia di sfide a quella versione striminzita eppure efficacissima contenuta nei minigiochi di Wii Sports.
      Insomma, il baseball era latente da qualche parte ed è spuntato fuori quando meno me lo aspettavo, ma – ritengo – al momento giusto.
      L’attesa è un fattore essenziale: a casa mia ottenere un “oggetto del nostro desiderio” era un lavoro di negoziazione estenuante, mai alla prima richiesta, un iter piuttosto sofferto di cui sono felicissimo perché mi ha insegnato cosa vuole dire “impegno/sacrificio”, se vale la pena veramente un dato oggetto e il corretto valore delle cose. Magari avrei preferito un po’ meno di negoziazione nella media, ma il risultato per me è stato comunque ottimo in quanto a formazione.
      Il regalo era la sventolata della mazza nel baseball, un momento liberatorio, la conclusione di una serie di azioni rivolte a ottenerlo (senza averne la certezza); a seguire la gratifica di poterci finalmente mettere le mani su. Home Run! 🙂
      “La virtù sta nel mezzo” è una frase ormai caduta in disuso e sopratutto interpretata con un’accezione negativa (e a mio parere profondamente errata): rimanda al bieco compromesso, all'”inciucio”, al non essere capaci di prendere una decisione propria e di non averne il coraggio di sostenerla. Nulla di più sbagliato. E’ la ricerca di un punto comune tra due posizione opposte agli estremi, che è la norma oggi e si riassume nel “sei con me o contro di me”. Questo ostentato manicheismo moderno è devastante.

      Mi piace

  2. Spero tu venga nominato più spesso se il risultato sono questi post “brevi” 😁
    Grazie per la citazione ma siccome era una tag dello scorso anno, morta e sepolta, che ho resuscitato perché da nominato non sono riuscito a rispondere in tempo, mi aspettavo qualche maledizione in più nei miei confronti 😆
    Comunque bellissima introduzione, legata al baseball, di cui so quel poco grazie a pochi film americani e a tanti cartoni della mia infanzia.
    Anche per me c’era “telepatia”, spesso modificavo la richiesta, dopo aver scritto la lettera ma siccome le mie richieste dell’ultimo erano impossibile, difficilmente venivo accontentato.
    La tua parte si a Frosinone mi giunge nuova ma forse ricordo male io, dovrebbe essere legata alle tue esteti a Sabaudia di cui mi avevi accennato in estate.
    Ma che bravi i nanerottoli, una rarità in questa era di bimbi viziati (e già noi degli anni 80 lo eravamo parecchio)!
    Non vedo l’ora di rivivere certi momenti coi miei nipoti e magari un giorno anche con dei figli.
    Per noi diversamente giovani è sempre più dura ricreare quella magia ma in un modo o nell’altro, un minimo ci riusciamo, con un notevole sforzo. Meglio provarci che diventare dei Grinch o degli Ebenezer Scrooge! 😁

    Piace a 1 persona

    1. Nessuna maledizione, ricorda che le “catene” sono benedette da SanTag Antonio, cui sono devoto. 😉
      A Frosinone ho vissuto tutta la mia infanzia e adolescenza, prima di ritornare a Napoli l’ultimo anno di liceo. Ne conservo perciò bellissimi ricordi. Il tuo collegamento con le mie estati a Sabaudia è corretto, data la vicinanza (circa un’ora di automobile)
      Ben detto! Altro che Grinch! Lo Spirito del Natale vive se noi lo nutriamo e ce ne nutriamo. I bambini – te ne renderai conto con nipoti ed eventuali figli – ne sono impregnati per la loro naturale assenza di sovra-strutture e capacità di stupire.

      Piace a 1 persona

    1. Quanto reputi importante l’attesa, puoi leggerlo nella mia risposta a Riccardo. E’ un aspetto formativo non solo del Natale. A Natale è più evidente, ne è parte naturale più di altri eventi durante l’anno. Se vuoi, è un’opportunità per farne esperienza, come un rituale di attesa non fine a se stesso o ai regali (che sono uno strumento), ma utile per la nostra formazione sia da bimbi sia da adulti.

      Piace a 1 persona

    1. Da bimbi tutto è possibile evidentemente. Non ci poniamo quesiti escatologici, ma assorbiamo come spugne ogni aspetto del vissuto, reale o presunto che sia. Pure non conoscendo il “teletrasporto” come termine (dovrò attendere diversi anni in occasione della mia prima visione di Star Trek), non mettevo in dubbio le capacità di Babbo Natale e della Befana di raggiungere in una sola notte tutti i luoghi del pianeta. Nemmeno sull’Enterprise sarebbero riusciti in tanto! Già mi immagino il buon Scotty bestemmiare in klingoniano!
      Da bimbi non ci interessa “dimostrare il contrario”, di essere latori della Verità Assoluta, crediamo in ciò che gli adulti ci dicono e ciò che riusciamo ad assorbire dalla nostra esperienza. Quando cresciamo, impariamo a dire bugie anche a noi stessi.

      Piace a 1 persona

  3. “In questo periodo, i bambini insegnano di nuovo agli adulti qualcosa che hanno dimenticato, consapevolmente o meno”. Dici bene (tanto per cambiare…). E’ un pensiero che feci anche io qualche anno fa. Nel contesto della mia famiglia, in assenza di “ricambio generazionale”, è morto il Natale, c’è poco da fare. Infatti, per la prima volta nella mia lunga carriera di terrone diventato polentone, scenderò il 22 e risalirò il 27. Perdendosi la “magia”, si perde anche il senso di restare fin troppo in una casa (e in una città) che non sono più le mie…

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.