Miami con DJ – Ep. 4

Il nostro viaggio a Miami con due nanerottoli e un cane

Il volo per Miami si rivela più tranquillo del percorso per raggiungere l’aeroporto e infinitamente più rilassato del quotidiano viaggio di poco meno di venti chilometri da casa all’ufficio e altrettanti in direzione inversa.

Tutto tranquillo a parte un momento di panico quando Jacopo, il nano seduto vicino alla madre, comunica con visibile disappunto che il suo paio di cuffiette non funziona.

Per la gravità della situazione avrei potuto citare il famoso incipit manzoniano – Ei fu siccome immobile – ma il nano, nel dimostrare il suo disappunto, si agita nonostante le cinture ancora allacciate. Tutto si può dire tranne che resti immobile.

Un’avaria del genere ha la stessa gravità se fosse stata annunciata un’avaria ai flap, che, nella migliore delle ipotesi, si traduce in una gran botta all’atterraggio intorno ai trecento chilometri orari, confidando nella perizia del pilota, nei freni del carrello, nell’inversione di spinta dei motori, in una pista sufficientemente lunga e – per i credenti – elevando una buona dose di avemmaria e pater noster. Agli atei consiglierei di fare altrettanto: dovesse essere tutta vera la faccenda del Paradiso e dell’Inferno. Non si sa mai.

Non esagero nel definirlo un evento che fa schizzare il DEFCON familiare a livello “5”. Una cuffietta non funzionante significa non potere assumere l’assortimento cacofonico di suoni e musichette generate dal piccolo schermo “touch” inserito nella parte posteriore di ogni sedile, fonte principale d’intrattenimento per le lunghe undici ore di volo.

Appena terminata la fase del decollo e il conseguente effetto collettivo del “stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte”, il nanerottolo è entrato in modalità “Jack Russell Terrier”, segugio dalla nota determinazione con la selvaggina e le lucertole nonché di ottima compagnia.

Queste caratteristiche sono comuni a tutti i nanerottoli di uomo, a parte l’ultima che a tratti tende a sconfinare nella molestia e, nei primi anni di vita del marmocchio, a tradursi nella sistematica negazione del sonno o altra forma di riposo.

Come un segugio, il nanerottolo ha scovato subito la cuccagna video-ludica che si cela nel piccolo schermo.

Come quel segugio di piccola taglia ma dalla grande tenacia, ha iniziato a picchiettare sullo schermo, dribblando elegantemente un’interfaccia che in quanto a usabilità dovrebbe prendere lezioni dall’azienda di Cupertino; vibra stoccate di dito sullo schermo con la stessa naturalezza di uno schermitore, sebbene la reattività dello schermo sia quella di un bradipo affetto da un qualche deficit di elaborazione.

La procellosa e trepida gioia d’un gran disegno di gestire in autonomia un’intera libreria di videogiochi si frantuma come un guscio d’uovo colpito da un martello quando si accorge che le cuffiette non emettono alcun suono.

DEFCON 5! Il nano vuole cambiare posto, la madre si offre volontaria per cedergli il suo, a me non passa nemmeno di striscio per l’anticamera del cervello di sorbirmi undici ore di volo indovinando la trama di un film dal labiale degli attori. Prima che vi gettiate nelle prevedibili lodi e sperticati elogi alla genitrice, sappiate che il suo obiettivo – dichiarato prima d’imbarcarsi – è di dormire per tutta la durata del viaggio.

Così facendo, però, scompaginiamo il modulo  “1 – ½ – ½ – 1” e il rischio che il nano si involi senza controllo sulla fascia diventa elevato. Pertanto, implacabile come Claudio Gentile con Zico in Italia-Brasile del 1982, inizio una marcatura stretta al personale di volo chiedendo una cuffietta sostitutiva a chiunque passi nei miei pressi e indossi una divisa della compagnia aerea.

Italia-Brasile, Mondiali di Spagna ’82 – Zico si volta verso l’arbitro e mostra uno squarcio nella maglia, che sembra provocato da un morso di un pescecane. Non era stato un pescecane, ma uno dei migliori difensori della Nazionale di tutti i tempi: Claudio Gentile.

La cuffietta giunge finalmente al nanerottolo. Cala il silenzio.

Con nostra meraviglia e incredulità, a partire da questo momento, i due nanerottoli mantengono un profilo più silenzioso dell’Ottobre Rosso durante la sua fuga nelle profondità dell’Oceano Atlantico, braccato da tutta la flotta sovietica e americana.

A parte qualche scambio reciproco di “dritte” in tema video-ludico e occasionali folate di sberleffo, i marmocchi dimostrano di essere capaci di un’autogestione da fare impallidire quelle studentesche ai miei bei tempi andati del liceo. C’è comunque tutto il tempo per peggiorare.

L’intervento di noi genitori si limita, infatti, alla pausa dei poco soddisfacenti pasti a bordo, che entrambi bollano con un “blé” (abbrev. gemellesca di “bleah”). Come dargli torto?

Nessuno ha grandi aspettative sul cibo in aereo.

I bambini sono capaci di ingurgitare alimenti dal colore radioattivo ed essere attratti da formaggini e merendine che solo un adulto proveniente da Marte può pensare che contengano “formaggio” e siano una “sana merenda” (pronunciare con la “e” chiusa come da annuncio pubblicitario).

L’associazione dei cibi e la miscela dei sapori è per giunta schizofrenica e si spiega solo con il fatto che stanno facendo ancora esperienze di gusto.

A tutto c’è un limite, anche per i bambini. Il pasto a bordo di un aereo va oltre questo limite.

Aspettandomi il minimo sindacale per un cibo precotto, sono rimasto non privo di stupore dopo avere rimosso, con sacrale gesto, il coperchio trasparente della vaschetta: poltiglia informe rosso-marrone, in alcuni punti ammassata con consistenza di pasta, decorata con tocchi di arancione di reminiscenza di carota colorata con evidenziatore fluorescente. “Lasagna”, secondo il menu di bordo.

In scatolina semitrasparente di plastica, fettina di pollo o altro animale commestibile dichiarato come “pollo” su un letto di ramoscelli verdi ammosciati (fagiolini), palline arancioni (carote) e altre possibili verdure non identificabili in quanto il tutto inodore, insapore, di forme geometriche non riscontrabili in natura. Unica caratteristica inconfondibile: lessate più di un inglese sotto il sole a mezzogiorno su una spiaggia delle Maldive.

Ma nulla supera in meraviglia e incredulità con il caffè!

Come è possibile che il caffè a bordo di un aereo sia sempre una ciofeca?!?

Se si riesce a fare volare un aereo, come è possibile che in tanti anni di storia di aviazione civile, non si sia ancora riusciti a trovare una soluzione, fosse anche sintetico-chimica, per un caffè decente?!

Lo so, amo le sfide e questa del caffè sull’aereo la perdo puntualmente. Mai quanto il mitico Francesco su un volo Milano-New York (destinazione: Messico), il quale sfidò la sorte chiedendo espressamente un succo di pomodoro, rivelatosi talmente indecente da non avere il coraggio di restituirlo alla sorridente hostess e, soprattutto, di avere il coraggio di berne comunque una metà come martirio e autoflagellazione. Questo è vero senso di responsabilità, il vero coraggio delle proprie azioni (per tutta l’esilarante storia leggi: Viva il Messico! Ep. #2 – Succo di pummarola, forte).

Nel momento in cui sorseggio l’ultima traccia di bevanda al vago sapore di caffè, raggiungo una delle mie rare quanto granitiche certezze nella vita: ho raggiunto lo zenit della sofferenza auto-inferta.

To be continued

Episodio precedente: Miami con DJ – Ep. 3

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23 pensieri su “Miami con DJ – Ep. 4

  1. La cosa migliore che ti possa capitare in aereo è che ti servano del riso. Non importa che sia di contorno a pasticci di verdure o spolverato di finto zafferano, il riso è impossibile farlo male, anche per le compagnie aeree. Se c’è quello puoi essere sicuro di non andare in calo di zuccheri prima dell’atterraggio.

    La seconda cosa migliore invece è partire presto e avere la colazione. Tra il burro di scaramucca e la marmellata sintetica c’è sempre almeno una di quelle merendine radioattive di cui parli. Il tuo cervello regredisce all’infanzia e te la fa inghiottire senza problemi.

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    1. Sacrosanto quello che hai scritto. Il riso, per tante ragioni, è una scelta ideale per dei pasti che devono essere serviti in aereo. Peraltro esistono tantissime ricette per renderlo una portata gustosa. Eppure, nei miei viaggi aerei, non è mi è mai stato proposto nel menu.
      Un ricordo però particolarmente positivo di un pasto in aereo è il viaggio tra New York e Houston in cui ci diedero dei cookie fa-vo-lo-si. Mai più mangiati. Che differenza può fare nel ricordo di ognuno un pasto gustoso! Le compagnie aeree dovrebbero capirlo che è una leva di marketing, contribuisce alla soddisfazione del cliente per il servizio nella sua totalità e può fare la differenza anche nel lungo termine.
      L’episodio dei cookie l’ho raccontato qui, se ti va di leggerlo, accomodati;)
      Viva il Messico! Ep. #5 – “C” is for “cookie”!

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    1. Non amo fotografare i cibi, anzi non sopporto questo proliferare di trasmissioni di cucina con questi chef che si credono “unti dal Signore” solo per il fatto che si presume sappiano fare bene il loro lavoro. Cosa che mi stupisce perché mediamente in ogni famiglia italiana, la mamma o la nonna (oggi anche i maschietti per fortuna) cucinano da Dio e non c’è nulla di meglio della cucina di casa propria.
      Inoltre, la foto a quella “lasagna” avrebbe avuto la decenza di una foto di un paziente durante un’operazione a cuore aperto.
      Tutto ordinato, tutto lindo e pinto (pure troppo di-pinto), ma – come in tutti i film horror – aveva un che di inquietante.

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  2. Ma perché proporre una lasagna in un pasto da aereo? Sbagliare una lasagna è un crimine imperdonabile, meglio proporre un piatto dalle aspettative più basse. Che so, dei banali spaghetti (che verranno sbagliati comunque, negli USA, se ci mettono il ketchup) o una fettina banale del cavolo che ti pare, salvo vegetarianesimo. Ma una lasagna… e poi, magari, sbagliami pure un tiramisù, per chiudere in boria 😛

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    1. Sono misteri delle compagnie aeree. La “lasagna” per quanto ci si metta il cuoco, servita in quelle condizioni, non ha speranze di venirne fuori decentemente. Mi dirai che pure io avrei potuto evitare, ma era finita anche l’alternativa , che se non ricordo male era pure peggio: “cannelloni”.
      Gli spaghetti per carità! Pensa quanto potrebbero essere “scotti ”. Magari dei noodles ce li vedrei meglio.

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    1. Certe esperienze sono indelebili. Ho un’ottima memoria per i viaggi, meno quella a breve della routine. Del viaggio in Messico ne ho scritto 30 post e ancora ne ho da raccontare. Manca solo il tempo, la memoria ancora regge. Per ora.

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  3. Ahahah grazie per la condivisione di questo viaggio che mi fa sbellicare ad ogni episodio!
    Per riuscire a fare più cose contemporaneamente, uso un text reading a velocità accelerata e per questo mi trovo a ridere come un deficiente mentre faccio altro 😂
    I bambini sono una sagoma, me ne accorgo sempre di più grazie a mio nipote di 2 anni e a fine ottobre me ne è arrivato un altro. In attesa di avere una personale prole, mi godo questi due comici inconsapevoli. E per “me li godo” intendo che la notte dormo e non so ancora cosa sia la merda di un poppante!

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    1. I bimbi sono una scoperta continua per gli adulti. Una “scoperta” di se stessi quando ci si accorge che stai facendo le stesse identiche cose dei tuoi genitori (e che magari hai giurato che non avresti fatto mai); una scoperta della loro randomica logica (eppure ce l’hanno), una scoperta quando ti accorgi che stai convivendo con due alieni di quelli che andavano di moda nelle invasioni della Terra negli anni Settanta (assorbono tutto in silenzio e, piano piano, si appropriano di parte di te).
      Questo viaggio è stata un’altra scoperta: quanto siano capaci di adattarsi. Dei provetti viaggiatori.

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