Chi ha paura dei videogiochi? #6 – Simulatori di omicidi

Fox & Friends Hypes Flawed Link Between Mass Shootings And Video Games [fonte: Mediamatters for America]
Segue da Chi ha paura dei videogiochi? #5 – Phantasmagoria

Dagli inizi degli anni Novanta una serie di atti di violenza a opera di minori scuote la società americana, già fortemente provata da un tasso di criminalità tra i più elevati da trenta anni ai giorni nostri. L’attenzione dei media e dell’opinione pubblica si concentra sulla relazione tra gli atti criminali e l’utilizzo dei videogiochi con contenuti violenti da parte degli autori dei crimini. Alcune ricerche dimostrano che i videogiochi sono correlati a tale comportamento anti-sociale e causano sia un aumento dell’aggressività sia una riduzione dell’empatia sociale.

Dave Grossman, ex tenente colonnello dei “Rangers” e professore di psicologia a West Point, scrive due libri sulla violenza nei media: “On Killing” (I ed. 1996, II ed. 2009) e “Stop Teaching Our Kids to Kill” (I ed. 1999, II ed. 2014).

On Killing. Il costo psicologico di imparare ad uccidere – Dave Grossman (Edizioni Libreria Militare, 2016)

In “On Killing” (in Italia edito da Libreria Militare Editrice, 2016), Grossman analizza l’innata repulsione a uccidere i propri simili e le tecniche utilizzate nell’esercito statunitense durante la II Guerra Mondiale, in Corea e in Vietnam per fare superare ai soldati i limiti etici, istintivi e fisiologici. Il prezzo psicologico e morale a carico dei soldati è devastante. Ma c’è di peggio: l’utilizzo delle stesse tecniche di condizionamento da parte di tv, film e videogiochi sta replicando gli stessi effetti sull’intera società.

Su Archive.org è disponibile la prima edizione in inglese con licenza Public Domain.

In “Stop Teaching Our Kids to Kill” (non ancora pubblicato in Italia), in collaborazione con Gloria DeGaetano, fondatrice e amministratrice delegata di Parent Coaching Institute, Grossman illustra prove – per dichiarazione dell’autore – incontrovertibili, basate su autorevoli studi e ricerche scientifiche, giungendo alla conclusione che i media e, in particolare, i videogiochi non solo stanno condizionando i bambini rendendo l’atto di uccidere accettabile, ma addirittura li educano ai meccanismi dell’uccidere.

Così gli “sparatutto con visuale in prima persona” (“First Person Shooter”, abbrev. FPS) sono definiti “murder simulators, simulatori di omicidi. Così gli editori di tali videogiochi violenti sono considerati “murder trainers”.

Doom 2 (1994): prove tecniche di mattanza

Pertanto gli editori di questi videogiochi sono responsabili nell’addestrare i bambini all’uso delle armi e della loro desensibilizzazione emotiva, stimolandone l’aggressività e abituandoli a uccidere centinaia, se non migliaia di avversari come accade tipicamente durante una sessione di gioco a un FPS.

Nella premessa della prima edizione, a firma dei due autori, la responsabilità a carico dei produttori di tali contenuti violenti: una responsabilità dimostrata da una ricca produzione scientifica, che non potrebbe rendere più chiaro quanto sia consistente e letale il legame tra questo tipo di rappresentazione grafica e il continuo aumento della violenza tra i più giovani. Posti di fronte a tali evidenze, i produttori e i distributori di tali contenuti violenti devono capire – e cambiare di conseguenza –  quanto sia pericolosa la loro condotta e quanto negativi siano gli effetti sulle nuove generazioni.

[…] Teaching Our Kids to Kill calls to the table the makers of this violence to address the myriad scientific research on the subject–research that couldn’t make it clearer how solid and deadly the link is between this kind of graphic imagery and the escalating incidences of youth violence–and understand and change what they are doing and the dangerous effects their products are having on our children. […]

Lt. Col. Dave Grossman
Gloria DeGaetano

(fonte: Penguin Random House, scheda del libro

Su Archive.org è disponibile l’edizione aggiornata del 2014 in inglese con licenza Public Domain Mark 1.0.

Tuttavia, è opportuno chiarire che, a livello biochimico e neurofisiologico, l’aggressività non è rintracciabile: non esiste un ormone o una zona del cervello o ghiandola o altro direttamente riconducibile all’aggressività. Prove empiriche di laboratorio non possono perciò provare l’incotrovertibilità di un legame causa-effetto a un livello così diretto.  Per un approfondimento sul tema, potete leggere Genocida di Pixel.

Altre ricerche negano quindi il collegamento tra videogiochi violenti e comportamenti anti-sociali. Altri studi ancora teorizzano gli effetti positivi dei videogiochi in certi contesti e sostengono che l’industria dei videogiochi è servita come capro espiatorio per problemi più complessi e generalizzati che riguardano la società o alcune comunità al suo interno.

Sull’utilizzo terapeutico dei videogiochi, potete leggere Serious games. Terapie con i videogiochi.

Negli Stati Uniti d’America durante gli anni Novanta, in realtà, si registra un tasso di criminalità in contrazione (a partire dal 1993) e il numero di stragi è il più basso considerati i periodi dal 1984 al 1994, dal 1994 al 2004 e dal 2004 al 2014.

La paura degli effetti negativi dei videogiochi è pertanto un tipico fenomeno di panico morale.

Nel 1994 viene infatti promulgato il Federal Assault Weapons Ban, ovvero la legge sulla Protezione dell’Uso di Armi da fuoco e Sicurezza pubblica, parte di provvedimenti normativi a più ampio respiro quali il Violent Crime Control and Law Enforcement Act, una legge federale che vieta la fabbricazione, la distribuzione o il possesso da parte di civili di armi semiautomatiche definite come “armi d’assalto” e di caricatori di grande capacità ovvero con capacità di oltre dieci munizioni. Tale divieto ha validità per dieci anni ed è scaduto il 13 settembre 2004.

Louis Klarevas della University of Massachusetts a Boston, nel suo libro “Rampage Nation” (Prometheus Books, 2016),  ha raccolto i dati degli ultimi cinquanta anni sugli episodi di strage definiti “gun massacre” ovvero episodi in cui sei o più persone sono state ferite o uccise.

Rampage Nation. Securing America from Mass Shootings -Louis Klarevas (2016)

Ebbene, durante i dieci anni in cui il Federal Assault Weapons Ban è stato in vigore, gli episodi di strage sono diminuiti del 37% rispetto al decennio precedente e aumentati quasi del doppio (+183%) nei dieci anni successivi; le persone rimaste uccise in tali stragi durante il periodo di divieto sono diminuite del 43% rispetto al periodo precedente e balzate al 239% in più nel decennio successivo.

Klarevas sostiene che il possesso di caricatori di alta capacità (oltre le dieci munizioni) incide considerevolmente sull’aumento di episodi di stragi e di morti. Un divieto di fabbricazione, distribuzione e possesso da parte dei civili anche solo limitato a tale categotia di caricatori contribuirebbe a una drastica riduzione (fonte: It’s time to bring back the assault weapons ban, gun violence experts say di Christopher Ingraham, The Washigton Post, 15 febbraio 2018).

L’ennesimo episodio di panico morale e di ondata mediatica anti-videogiochi si verifica nel 1999 con una lunga coda negli anni Duemila a causa di una serie di cause legali intentate contro alcuni editori di videogiochi.

Sul banco degli imputati sale un videogioco che, a causa di alti contenuti di violenza, della presenza di sangue e immagini che rimandano a Satana, è oggetto di ripetute e aspre critiche fin dalla sua pubblicazione nel dicembre 1993.

Il videogioco è Doom della texana id Software.

Nel prossimo capitolo di Chi ha paura dei Videogiochi? il satanico Doom e la strage della scuola superiore di Columbine. 
Appuntamento a breve su queste pagine,sempre che non abbiate paura.

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21 pensieri su “Chi ha paura dei videogiochi? #6 – Simulatori di omicidi

  1. Spettacolare! Così mi piacciono le “indagini”: frizzanti e documentate ^_^
    La cosa curiosa è che i videogiochi “spara-tutto” sono stati demonizzati quando nessuno ha mai detto una parola sulla narrativa “spara-tutto”. Dal 1969 l’èra delle spie di classe che pensano più a limonare belle fanciulle che a sparare è stata affiancata dall’esatto opposto: una narrativa maschia in cui l’eroe protagonista (duro maschio senza rischio) deve sterminare almeno un centinaio di nemici a romanzo. E non sto parlando di libri sparsi: sto parlando di un fenomeno editoriale che si conta in centinaia di volumi a personaggio! Mack Bolan (Il “padre” di Rambo, Callaghan, il Punitore e altri eroi sterminatori) prima sparava e poi non faceva domande: i suoi nemici meritavano di morire per il solo fatto di essere finiti davanti al suo mirino. Ognuno delle sue centinaia di romanzi porta specifiche di armi ed esalta la sparatoria: nessuno ha mai sollevato una sola critica. Ma certo, quella è roba innocua, comprata solamente da milioni di lettori…
    Visto che i romanzi action “spara-tutto” hanno profondamente influenzato e modificato l’immaginario collettivo e narrativo, non è un fenomeno da poco, considerando poi che parliamo di un Paese che basa la propria economia sulla produzione e sull’uso di armi. In un’intervista di questa estate Shane Black, sul set di “The Predator”, ci ha fatto sapere che tutti i suoi personaggi sparano – donne comprese – e nel film in effetti vengono esplosi milioni di proiettili, sparando a tutto e a tutti con sangue a fiotti e massacri abbondanti. Ma la Fox ha tassativamente, categoricamente e violentemente vietato ai personaggi di fumare: solamente Thomas Jane ha avuto il permesso di farlo, anche se poco… Perché l’America pensa alla salute 😀

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    1. Come direbbero a Roma: “Ambe’ certo!”. Questo excursus si sta rivelando sempre più interessante e con ricadute non solo sul tema frivolo dei videogiochi. Dovrebbe fare riflettere quanto l’opinione pubblica venga influenzata dai media, tv e giornali, che dovrebbero “fare informazione” e invece alimentano il panico morale. Poi ci si lamenta delle “fake news”, si dà la responsabilità ai social (che ne hanno di altre e semmai sono lo strumento e non la causa), mentre è proprio la superficialità, l’incompetenza e il “calcolo” per un ritorno economico di questi media che genera un tale inconcludente rumore di fondo.
      I danni ci sono: la percezione e di rimando l’opinione pubblica sono totalmente errate nella valutazione di un determinato tema, slegate dalla realtà. Le statistiche che riporto sono imbarazzanti.
      Posso considerare che la percezione della società e la sua reazione abbiano tempi più lunghi rispetto a un fenomeno: nel ‘93 gli americani non potevano percepire il tasso di criminalità all’inizio della sua riduzione, ma alla fine degli anni Novanta la tendenza era ormai consolidata. Il numero di gun massacre pure è il più basso tra i tre decenni eppure è proprio qui che si concretizza la storia che sento ripetermi ogni volta da tanti adulti e genitori: i videogiochi sono violenti.
      Posso capire i miei di genitori, ma non i miei coetanei ne’ tantomeno i più giovani. Informatevi, cercate di capire con la vostra testa, non sentitevi con la coscienza a posto grazie a un’etichetta con un numero stampato su una copertina. Sono i vostri figli, non esiste nulla di più importante. Se non lo fate in questo caso, allora quando e per cosa?
      La mia è una lotta contro i mulini a vento, ne sono consapevole. Troppo consolidata l’opinione di più comoda “sopportazione” se non di censura grazie agli effetti di questa storia che sto raccontando.

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      1. Vogliamo citare l’Italia, che è ogni anno sempre più sicura e calano i crimini ma stando ai politici in perenne campagna elettorale siamo nel Regno del Crimine?
        Io poi sono di Roma, e quesat povera Capitale viene citata soprattutto a sproposito: oggi è piena di rifiuti, domani è piena di buche, dopodomani è tutto a posto… Parliamo di una città la cui estensione è credo la più vasta d’Italia (se non d’Europa), è ovvio che troverai sempre un secchione della spazzatura pieno da fotografare, se ti serve per lo strillo di quel giorno.
        Così questo “panico morale” (come perfettamente lo definisci) può essere facilmente guidato interpretando malignamente i dati e contando sul fatto che mediamente il pubblco crede solo alle stupidaggini, mai alle informazioni comprovate 😛

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        1. In Italia, per citare Johnny Stecchino l’unico vero problema è : “il traffico” (pronunciato con accento siciliano).
          La lotta alle mafie (ne avessimo solo una…) dovrebbe essere una costante notizia, mentre sono l’immigrazione, i battibecchi con l’Europa e alcuni atroci casi di cronaca a tenere alta l'”attenzione” mediatica. In tutti i casi, il panico morale è ricorrente. Non esistono “poteri occulti” o “regie”, ma gruppi di interesse che cavalcano il panico morale, Come qualsiasi persona che va in panico, tende a restare immobile e non prendere decisioni (a volte letali), così la società è cristallizzata in un percepito di insicurezza, indecisione e immobilità, incline a esplosioni di questa frustrazione e disagio.
          E’ così più facile ottenere il consenso per proposte altrimenti irricevibili, come è accaduto negli stessi USA quando si è barattata la libertà personale (valore davvero sacro in USA) per briciole di paventata sicurezza in più.
          La responsabilità però non è di “chi ci prova” (persegue dei propri interessi, legittimi o meno che siano), ma di chi passivamente “abbocca”.

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          1. Verissimo, il caso USA è terrificante: è come dare fuoco alla propria casa per paura dei piromani…
            Il bello è che le stesse persone che rompono tutto il giorno le balle con il fatto che i film devono essere bravi, buoni, pacifici ed avere almeno cento etnie diverse al loro interno, perché siamo tutti fratelli, appena il TG sbatte il mostro in prima pagina gridano a squarciagola “ammazzatteli, ‘sti negri!” Ma… e il multiculturalismo? E la violenza nei videogiochi? Cos’è più violento, un insieme di pixel o una persona a te vicina che strabuzza gli occhi, gli si gonfiano le vene sul collo e con il volto deturpato grida che bisogna sterminarli tutti, “‘sti negri”? Io preferisco i pixel, sono più umani 😛

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    1. Ammettiamo pure che questa-gente (ti rubo l’espressione;)) ignori le indicazioni dell’età consigliata, anche perché all’epoca era una novità: l’ESRB era appena nata e nel caso di Doom venne distribuito via web come shareware quindi le indicazioni non erano proprio evidenti come l’etichetta stampata su una confezione. Ammettiamo pure questa ignoranza, ma è l’assunto di base che è devastante nella sua infondatezza.
      Ammettiamo che esista questo legame tra utilizzo di videogiochi e riduzione dell’empatia e assuefazione alla violenza perché le stragi scolastiche sono così diffuse in USA – statistiche inconfutabili – mentre nel resto del mondo no?
      Sarà che in USA è così facile anche per un undicenne procurarsi armi da assalto e munizioni annesse? Sarà che i genitori sono così assenti da non accorgersi nemmeno della mancanza dell’arsenale familiare. Dove li tengono i fucili d’assalto? Nel ripostiglio, insieme alle scope, la ramazza e l’aspirapolvere?
      Ma se è buona abitudine – condivisa da chiunque – di prestare attenzione a “tenere lontano dalla portata dei bambini” la candeggina, il detersivo per la lavastoviglie e i farmaci, come è possibile che non vi sia la stessa attenzione per un fucile d’assalto.
      Ti assicuro se leggi le armi ritrovate in possesso di questi assassini di massa rimani senza parole a leggere la quantità e le caratteristiche delle armi. Nemmeno io che ho sparato al poligono durante la leva militare, rischiando di finire nei granatieri a causa di una mira da cecchino a mia insaputa, ho mai avuto tra le mani delle armi simili a quelle utilizzate in queste stragi.
      Basterebbe questo ragionamento assai banale, nessuna complicazione di discorsi sociologico-comportamentali, ma banalmente domandandosi “Comemmmminchia sono finite quelle armi in mano a dei ragazzini?” per non tirare fuori la fesseria colossale del “murderer simulators”.
      Alla fine, devo però ammettere che la maggiore parte delle persone adulte con cui mi è capitato di discorrere del tema videogiochi giungono – chi con più convinzione, chi meno – alla conclusione che i videogiochi sono “pericolosi”.
      Forse ha ragione questa-gente…evidentemente la mia passione è il Pericolo. [musica alla James Bond a sfumare] 😉

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  2. Quindi, stando alle statistiche, avere meno armi da fuoco in giro implica che meno persone muoiano a causa delle pallottole, eppure se qualcuno ammazza X persone a pistolettate in una scuola, la colpa è della preside che non aveva un fucile carico in studio (ho sentito anche cose come queste, all’indomani di una strage negli USA).

    Non posso negare che certi videogiochi (ma anche certi film) soprattutto da ragazzino, aumentassero la mia aggressività a breve termine, ma ciò che davvero mi faceva vedere rosso erano bulli di età variabile tra i sei e i sessant’anni, in vari cicli scolastici. Eppure, vedendo un mio compagno di classe farsi molto male in una rissa, in seconda elementare, avevo capito che le azioni avevano conseguenze anche gravi e non mi sono mai lasciato trascinare in zuffe, alla faccia di qualsiasi violenta opera dell’ingegno umano.

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    1. La risposta a un omicidio a scuola è che si armino anche i professori. Sembra assurdo per noi italiani (alemeno fino a poco tempo fa lo pensavo per il 100% della popolazione, oggi meno), non fa una piega per parecchi americani, che interpretano il Primo Emendamento della Costituzione in modo davvero ampio ed estremo.
      Semplicemente un caricatore con meno colpi ti costringe a perdere tempo e dare la possibilità alle potenziali vittime di mettersi n salvo. Semplicemente un fucile d’assalto ha un rateo di fuoco che non è quello della carabina da caccia o per tiro sportivo. Anche in questo caso, i morti potrebbero essere drasticamente ridotti.
      In merito all’aggressività, non concordo nella definizione: a mio parere, scambi l’adrenalina con l’aggressività. I giocatori durante una sfida non vengono definiti “aggressivi”, ma “competitivi”, “grintosi”, scegli tu una definizione, in ogni caso non ha mai un’accezione negativa.
      Pensa a incontrare un bullo e avere una pistola nello zaino perché è “per legittima difesa”? Scommetto che aumenterebbero le morti perchè anche le persone più miti, in certe condizioni di disperazione, possono vedere rosso e reagire come nessuno se lo aspetta (neanche loro stessi).
      Io, pure agendo “per legittima difesa”, per i bulli che ho incontratto avrei una taglia sulla testa come Billy The Kid 😉 E mi ritengo una persona mite e sono contro la guerra e le armi.

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  3. Ma bisogna sempre averlo, il buon senso. Ed è merce sempre più rara. E pensare che c’era il pensiero….Citazione, con non so quanta tristezza…. Ma io spero sempre. Sono un’irriducibile, peggio di Asterix. Grazie, Red.

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  4. Hola, io con i miei tempi segno e recupero. Sono un po’ indietro con le letture dei Blog porta pazienza. In genere questi discorsi mi fa abbastanza arrabbiare anche perché se tutto questo ciarpane di assurdità fosse vero io sarei una delle persone peggiori della terra. Tra i videogiochi “violenti”, la musica e i libri che ho in casa potrebbero davvero pensare di me che sono el diablo in persona. Detto ciò io sono preoccupato, anzi di più, spaventato per la questione delle armi. Non vorrei su un blog mettermi a parlare di politica ma se penso a certe derivazioni dell’ultimo governo un po’ ho i brividi.
    L’ultima divertente facezia che ho letto a proposito di come la violenza plagi la nostra mente è legata a Lovecraft. In pratica tutti quelli che leggono l’autore sono misogeni, xenofobi e tante altre cose… da matti!

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    1. Figurati fratello, da qui le mie facezie non si muovono, a meno che WP decida di chiudere bottega e server.
      Il cumulo di contraddizioni – evito di chiamarle minchiate, ooops l’ho fatto 😉 – è evidente e tutto torna nel momento che le analizziamo conoscendo cosa sia il fenomeno del “panico morale”. E’ un meccanismo complesso, come tutti i fenomeni sociali e certo neanche io sono adeguato. Tuttavia, sto provando a capire di più, leggendo da più fonti e cercando di non farmi troppo coinvolgere come “videogiocatore”. Temo di riuscirci a tratti, perché anche a me sale il sangue alla testa quando mi confronto con certe affermazioni evidentemente strumentali o superficiali di chi invece non conosce il medium, anzi ammette tranquillamente di non avere mai toccato un videogioco nemmeno con un bastone.
      Di recente l’intervento di Calenda, ex-ministro, sui videogiochi ha riscaldato gli animi. Ha dichiarato che i videogiochi in casa sua non entrano perché sono un rischio per i bambini in quanto li distolgono dalla lettura e altre attività evidentemente reputate più “sane”. Si è tirato addosso una flame di epiche proporzioni da parte del popolo videoludico e le sue risposte – che ho letto – vanno dalla spocchia all’ottusità. Visto che ha pubblicato un libro l’11 ottobre scorso, ritengo stia cavalcando l’onda per farsi pubblicità gratis.
      Mi ricorda molto quanto sto descrivendo in questi miei post, anche se si parla di trent’anni fa.
      Ritornano anche in questo episodio recentissimo tutti gli attributi che individuano il fenomeno del panico morale e l’ennesimo esempio di individuazione del “nemico simbolico”, polarizzazione delle opinioni, nessuna risoluzione al conflitto, sparirà veloce come è apparso.
      E la cosa più assurda è che ha ammesso che la sua conoscenza dei “giochi elettronici” (così li ha chiamati) risale a Space Invaders.
      E’ come se criticassi la Mercedes e fossi fermo al modello T della Ford.
      Se questo è il livello, vengono anche a me i brividi se si dovesse discutere delle armi. Anche qui le statistiche americane portano a un’evidenza e chi la nega o ha problemi di vista o lavora per l’industria delle armi.
      Il discorso si applica pari pari a musica e certa letteratura.
      Perciò, continuo a cianciarlo dall’inizio di questo polpettone di post, il tema è più importante e più ampio del suo spunto ‘originaria e sicuramente”frivolo” dei videogiochi.

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  5. ho fatto incetta di giochi come doom e cloni vari (anzi, magari me ne potrai suggerire altri gratuiti da scaricare che ancora non conosco nei prossimi articoli, che attendo fremente) e finora non ho ammazzato nessuno… certo, avessi un’arma, non potrei resistere alla tentazione di farlo. comincerei chiaramente da quei politici bastardi venduti e corrotti amichetti delle lobby delle armi che fanno leggi per incrementarne l’uso. perché è ovvio che facilitare l’uso delle stesse non renda il mondo un posto più sicuro, è esattamente il contrario. d’altronde, se davvero volessero rendere il mondo un posto più sicuro dovrebbero mettere non leggi sulla legittima difesa in casa propria bensì offrire magari la possibilità di ammazzare su due piedi un mafioso che ti minaccia, perché tutti quanti sappiamo che se un mafioso lo fa, poi, se non fai come dice, può anche arrivare ad ammazzarti sul serio… ma col cavolo che metteranno mai una legge simile. perché anche loro sono un po’ mafiosetti e corrotti, chiaramente. e non vogliono mica farla sul serio la lotta alla mafia… nossignore, loro vogliono solo fare i loro sporchi affari. 😉

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    1. Ecco hai toccato un punto essenziale: il possesso di un’arma. Il punto è proprio questo: non bisogna possederne per evitare, che in situazioni estreme, se ne possa fare uso con conseguenze gravi, non soltanto verso l’aggressore, ma verso se stessi. Sparare a un essere vivente non è cosa facile. Le conseguenze lasciano un segno indelebile.
      A chi si professa pronto a farlo, anche solo per “legittima difesa”, chiederei se hanno mai visto l’effetto che fa una pallottola in un corpo.
      Durante la leva militare, ho sparato e posso assicurare che era impressionante l’effetto di una pallottola che atterrava in acqua quando abbiamo sparato al poligono sulla riva del mare: quando i colpi colpivano la superficie dell’acqua, si alzavano colonne altissime. L’impatto è tremendo. Una persona “normale” rimarrebbe sotto choc alla vista del macello – in senso letterale – che il suo colpo avrebbe su un uomo.
      Gli episodi riportati in questa serie di articoli accaduti in USA e che hanno avuto protagonisti dei bambini e adolescenti è la prova che avere delle armi in casa rende il loro utilizzo un fatto “normale” come utilizzare un martello per battere un chiodo. Non sono certo i videogiochi, ma chi queste armi le ha portate in casa e non ha avuto nemmeno la cura di custodirle come si dovrebbe. Se detersivi e medicinali vanno “tenuti lontano dalla portate dei bambini”, un fucile semi-automatico, no?
      Il tuo sfogo seguente è inoltre la dimostrazione che la spirale della violenza è una via facile da percorrere e “vince” (se così si può dire) chi è abituato a risolvere tutto con la violenza e la sopraffazione.
      Infine, se da domani tutti avessero la possibilità di avere delle armi in casa, anche solo “per legittima difesa”, un eventuale ladro o aggressore si armerebbe di conseguenza. Chi avrebbe la meglio tra un “normale” cittadino e l’aggressore pronto a tutto?


      In merito ai videogiochi gratuiti posso segnalarti il sito Abandonia.com. Vi troverai migliaia di videogiochi datati, di tutti i generi, liberamente scaricabili. Per molti videogiochi devi avere però una certa dimestichezza con MS-DOS o DOSBox. Se sia una pratica legale, è ampiamente dibattuto a causa di questioni legate al diritto d’autore. Tuttavia, sono d’accordo con parte degli stessi sviluppatori: sostengono che se un gioco non è più distribuito commercialmente o ne sia cessato il supporto da parte del legittimo proprietario, è meglio che sia distribuito gratuitamente e qualcuno ne usufruisca, piuttosto che lasciarlo cadere nel dimenticatoio.
      Personalmente, per i vecchi videogiochi, preferisco rivolgermi a GOG.com che, sopratutto in promozione, offre a pochi euro videogiochi già configurati per i PC attuali, completi di istruzioni, mappe e altre amenità contenute una volta nelle vecchie scatole.


      Il prossimo articolo è proprio su Doom. Conto di pubblicarlo entro questa settimana. A presto e grazie per la visita e di avere lasciato un commento.

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        1. Chiaro anche a me che portavi all’estremo la situazione come esemplificazione. Mi sono fatto prendere la mano con la risposta – è un mio “marchio di fabbrica” l’andar lungo 😂 – perché il tuo commento mi ha dato la possibilità di esprimere un “non-detto” nel post, il tema della “legittima difesa” di attualità e del rischio di ritrovarci per casa rivoltelle e fucili. Eviterei di imitare gli USA come al solito per gli aspetti più deleteri della loro cultura.
          Intanto ho pubblicato il post di Doom, spero ti continui a interessare e magari si continua a commentare. Ciao!

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