Il mutuo dell’Amore, dieci anni dopo

Dieci anni fa il mio primo post, Il mutuo dell’Amore, raccontava di un amore scritto su un muro a Roma, tra le due vie consolari, la Prenestina (che da Roma giunge a Palestrina) e la Casilina (che giunge fino a Santa Maria Capua Vetere), in Via dei Gordiani all’altezza del numero 18.

La strada prende il nome dal parco archeologico di Villa Gordiani: è un luogo con una storia antichissima, citata da fonti antiche (Historia Augusta), oggi vi sono le testimonianze di una grande villa patrizia della famiglia dei Gordiani, che nel giro di soli sei anni nel III secolo d.C. diede a Roma tre imperatori.

Una storia tragica come tante in quel periodo travagliato di Roma: Gordiano III fu imperatore per soli sei anni fino alla sua morte durante la campagna contro i Sassanidi; andò peggio a suo nonno e suo zio, imperatori per venti giorni. Gordiano II mori nella battaglia di Cartagine contro la Legio III Augusta comandata da, Capelliano, il governatore della Numidia. Alla notizia della morte del figlio, Gordiano I si suicidò.

In questo luogo denso di storia e risparmiato dall’urbanizzazione che, intorno al parco, è densissima, questa scritta sul muro lungo la strada che corre su un lato di Villa Gordiani è un’altra testimonianza, più recente, di un amore probabilmente finito.

L’ultima data scritta è il 4 gennaio 2008, sono passato in quel punto per tutto l’anno seguente, ogni giorno feriale per raggiungere il luogo del mio lavoro. Invece di vedere un’altra scritta pro “rata”, un giorno il muro è stato dipinto e riportato al suo anonimo aspetto originario.

Dieci anni dopo, ho immaginato che l’anonimo innamorato ritorni a Via dei Gordiani, davanti a quel muro. Ne è venuto fuori dalle dita un mix di due miei vecchi racconti “cucito” addosso a un altro figuro che si aggira tra queste pagine, lasciando dietro di sé un odore agrodolce e qualche cicca qua e là, il tabagista dell’Amore.

In questo racconto, il tabagista dell’Amore è l’anonimo contraente di un mutuo che può durare tutta la vita oppure generare interessi usurai per lungo tempo.

Dieci anno dopo.

Dieci anni dopo sono di fronte a questo muro.

Dieci anni fa, urlai al mondo il mio amore per te. L’ho scritto su questo muro perché tutti capissero che era una promessa che avrei mantenuto.

4/1/06
4/1/07
4/1/08

Oggi , dieci anni dopo, non esiste più nulla.

Il muro è imbrattato da segni e graffi di chi non conosce la differenza tra libertà di espressione e inciviltà. Scarabocchi di chi sa già che sarà capace di lasciare nella sua vita un unico segno, quello di una vernice spray su una parete il tempo che il proprietario rivernici a nuovo tutto.

Oggi, dieci anni dopo, non esiste più il nostro amore.

Ricordo quel giorno di metà dicembre del 2008. Mi dicesti:

“Lo faccio per te, perché tu meriti di più. Mi prendo una pausa.”.

Una pausa lunga dieci anni.

Ne avevo la certezza. Un’egoista non può pronunciare parole d’altruismo perché non sa cosa sia.

Ho contato i giorni.

Giorni, i giorni, i giorni che passavano, il tempo scorreva, i giorni…passavano. Ne ho seguito i vortici delle ore, i mulinelli dei minuti, i rintocchi dei secondi dall’alto della torre del campanile, la campana che rintocca, scandisce i secondi di questi miei giorni che passavano. Passavano…passavano.

Attendevo il tramonto del sole che sprofonda arrossendo il cielo, i tetti delle case e la terra.

Di rosso rubino d’un tratto si avvampano le mie guance al pensiero dei minuti, delle ore, dei giorni trascorsi in ammirazione e contemplazione di questo e di tanti altri tramonti, immobile, senza fare nulla. Il sole, fiera fenice che risorge dalle sue ceneri e io, libellula.

Il tempo sembra fermarsi, sgomento che il sole possa sparire così e fino al giorno dopo. Perfino il traffico dell’ora di punta la cui calca e urgenza non diminuisce per nessun motivo, sembra rallentare. Ed è in questo momento che tutto rallenta, sento crescere più forte il suono del battito del cuore che mi conforta dell’imminente e desiderata oscurità.

A lungo ho sopportato il peso di quei giorni il cui tramonto sembrava non giungere mai, l’oscurità della notte che m’inghiottiva, ma il sonno non sopraggiungeva per portarmi via, lontano, in qualsiasi luogo o non-luogo, fosse anche spoglio e vuoto, unico e solo rifugio nell’attesa che quel maledetto giorno passasse. E tante volte mi sono alzato, convinto di essere più forte del giorno prima, ma di nuovo vulnerabile ai giorni che sarebbero arrivati dopo. Giorni, i giorni passavano senza di te.

I giorni che ricordo.

Il tuo amore, i giorni in cui avevamo il nostro amore: occupava il mio corpo per intero. Il tuo sorriso, i tuoi sguardi, il tuo solo sfiorarmi, il tuo modo di camminare, il tempo sembrava fermarsi, anche il traffico nelle ore di punta rallentava.

Quando mi parlavi, il solo guardare le tue labbra muoversi, stormi di farfalle volavano nello stomaco e le loro ali spostavano l’aria come vento che preannuncia il terremoto; 

I giorni che ricordo.

Il nostro primo bacio.

Ho pensato “è accaduto per caso, un caso fortunato”. Non era possibile che fosse capitato proprio a me. Non poteva essere vero. Quel giorno la mia anima ha incontrato Dio. Ho provato quella felicità che i suoi messaggeri ci hanno promesso…

…alla fine dei nostri giorni.

Giorni, i giorni sono passati.

E il tempo ha fatto il suo corso. Ho sperimentato vuoto e solitudine anche in mezzo al traffico delle ore di punta la cui calca e urgenza non diminuisce per nessun motivo. Perso, incapace da solo di trovare la strada. Una strada. Una direzione.

Ma quanto a lungo avrei potuto sopportare prima che ritrovassi la strada che mi riportasse a te?

Giorni, i giorni sono passati.

Giuro, ci ho provato. Ho cercato con tutte le mie forze di sollevarti in alto, al di sopra e fuori dalla solitudine e dal vuoto di quei giorni.

Ho provato a mantenere la promessa di quelle rate scritte sul muro, un mutuo che avrei pagato per tutta la vita, senza ripensamenti e di buon grado, puntualmente, senza mai saltare una rata, anch nelle difficoltà.

Oggi, dieci anni dopo, sono qui a estinguere l’ultima rata di questo mutuo per cui ho pagato per tanto tempo interessi a tassi usurai.

L’uomo attraversa la strada, squadra il muro nell’impossibile eventualità di intravedere una minima traccia della sua scritta di dieci anni fa. Appoggia la mano destra sulla superficie ruvida, il corpo segue con tutto il suo peso, la testa leggermente china.

Poi ritrae la mano, riprende una posizione eretta con la schiena, le spalle si allargano in seguito a un profondo respiro. Senza mai distogliere lo sguardo dal muro, infila la mano destra nella tasca e ne estrae un piccolo foglio rettangolare.

Lo tiene con entrambe le mani, lo fissa per alcuni istanti, infine si accovaccia e lo lascia a terra ai piedi del muro.

Ecco, il mio mutuo è estinto. Questo è ciò che ho ottenuto. Lo lascio qui.

Foto di Nan Goldin pubblicata in The Ballad of Sexual Dependency © 1986 Foto di Nan Goldin pubblicata in The Ballad of Sexual Dependency © 1986

Onda sonora consigliata: The Days in Lupercalia di Patrick Wolf, che ha ispirato le parole del tabagista dell’amore.

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28 pensieri su “Il mutuo dell’Amore, dieci anni dopo

    1. Volevo dargli una fine. Contento che sia degna.
      Devo immergermi in un certo stato d’animo, convulso e travagliato, per scrivere nei panni un po’ puzzolenti di fumo e cenere del tabagista dell’Amore (a cui sono molto affezionato perché è stato il primo “personaggio” a fare capolino nella webbettola).
      Mi è più naturale lo stile più positivo e gagliardamente caotico (come lo ha definito mio cugino che i libri li scrive per davvero). Oltre che uno stile, è un modo di “vedere” la vita, ciò che ti circonda.
      Comunque se vuoi leggere di più, basta che clicchi sul link all’inizio del post sulla parola “tabagista dell’Amore”: trovi abbondante “letteratura”.
      Besos

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    1. Come scrivevo a Liza qualche commento più su, mi è più naturale lo stile che conosci. Non è la prima volta poiché il tabagista è il primo “soggettazzo” che è spuntato fuori dalle mie dita, molto prima della taverna. Sembra che più che “maturata” la scrittura, sia evoluta in un approccio più positivo, scanzonato se vuoi.
      In tutta sincerità, sono più fluente nella scrittura della taverna o in post come in Super Santos VS Super Tele. Le dita sanno dove battere, mentre quando ho a che fare con il tabagista restano sospese sulla tastiera più a lungo, meditano dove battere, s’interrogano maggiormente su quale pensiero o emozione fare venire fuori, è una sorta di selezione. Nella scrittura amo l’irruenza dell’idea, dell’emozione, la potenza della Musa (sempre che la mia non sia una vecchia megera) che appare all’improvviso e devi seguire di fretta per non perdere la direzione che ha indicato.
      Come scrivevo a Liza, puoi trovae diversi racocnti del genere perché, essendo il tabagista il primoGeMito, aveva tutte le mie attenzioni. Ora che si è affollato questo ameno loco, il tanagista spunta ogni tanto. Negli episodi dell’arrivo di Luna in taverna c’è un evidente zampino del soggettazzo che sparge dietro di sé ceneri di sigarette (e dei suoi amori finiti) .

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  1. ma sei sicuro che il tabagista – è nicotina-dipendente? – abbia rinunciato al “ti amo”? Oppure ha trovato un altro muro su cui scrivere la sua storia d’amore? Al di là di queste ipotesi un bel post intrigante.
    O.T c’è un 2018 che non mi torna. “L’ultima data scritta è il 4 gennaio 2018” Forse volevi scrivere 2008 come da fotografia

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    1. Il tabagista è sicuramente in giro alla ricerca del suo “ti amo”; chi lo ha scritto sul muro mi auguro l’abbia trovato; il mio personaggio è “condannato” alla ricerca a meno che mi decida a mettermi la tastiera sulla coscienza e farlo convolare al tanto anelato amore.

      Grazie per la segnalazione: ho corretto in 2008 perché era riferito alla scritta sul muro.

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