Batmancito [Ep.#45] – Conquistadores

Segue da [Ep.#44] – Il Cacciatore implacabile

“È per la morte che noi viviamo, è per la morte che amiamo ed è per lei che procreiamo e sgobbiamo” (cit. Albert Caraco).

“Le parole del licantropo interrompono la vertigine delle visioni.

Dopo tutto un bene: il licantropo è reale, posso combatterlo.

Le visioni, no.

El hechicero de Los Apocalyptos è una mia vecchia conoscenza. Ha provato ad aizzarmi contro questa muta di lupi maledetti. Cosa sperava di ottenere?

E questo lupo disperato e solitario? Non ha alcuna speranza. Ora imparerà a rivolgersi con rispetto alla Reina, strisciando al mio cospetto. Perché senza gambe e senza braccia non potrà fare altro che strisciare nei suoi ultimi momenti di miserabile vita.

Termino questi miei pensieri e scatto incontro al licantropo con la sicurezza di sbarazzarmene con la stessa rapidità del guizzo del geco che inghiottisce la falena.

Compio solo tre passi per rendermi conto che sono rallentata, indebolita, fiacca. Lo slancio si trasforma in un penoso trascinamento, ancora più penoso quando la mente diventa consapevole che non ha più alcun controllo sul corpo. Di nuovo mi manca il respiro. Un senso di oppressione fiacca ogni mia azione. La mente però è vigile.

Il licantropo non si è mosso di un centimetro. Mi fissa e, se non fosse per quel suo aspetto ferino, il suo volto esprimerebbe divertimento e soddisfazione.

Mi sembra di riconoscere nel licantropo la stessa espressione di malevola soddisfazione dipinta sul volto del Gran Sacerdote apparso nella visione appena terminata. Dura un tempo brevissimo, un flash che lascia tracce persistenti del suo malefico sorriso nella mia mente.

Il licantropo viene scosso dall’interno: ride. Sta ridendo.

La sua risata monta come il ruggito di un vulcano, il magma che risale ribollendo, un boato, la terra viene scossa e un’onda d’urto si espande radialmente.

La voce del licantropo risuona come il crepitare del tuono prima che il lampo si abbatta con violenza su un albero secolare aprendolo in due dalla cima fino alle radici; uno strappo selvaggio nell’aria, d’istinto scarto di lato, l’onda d’urto passa oltre solo sfiorandomi e si abbatte come un treno alla massima velocità tra gli alberi ai margini della radura.

Mi assale la sensazione che ci sia qualcosa di tremendamente sbagliato.

Un suono di un animale che si avvicina a rotta di collo, poi un urlo protratto, vagamente umano: il terrore che genera è di una voce che non può esistere in questo mondo.

Mi volto in direzione di quel suono  appena in tempo per vedere il licantropo interrompere la sua corsa a quattro zampe, dare un colpo con le gambe posteriori e coprire lo spazio che ci separa letteralmente volando.

Il mio sguardo fissa l’immagine del suo muso sbavante proteso verso di me, il resto del corpo innaturalmente a mezz’aria segue da presso. Un istante sospeso nel tempo tra il cielo azzurro e il verde che circonda la radura. Infine, spinto dalla forza di gravità, mi piomba addosso.

Non riesco a evitarlo, le gambe restano immobili.

Il suo peso mi spinge sul suolo melmoso, mi schiaccia, il suo corpo mi preme sul ventre, come bramante di un blasfemo rapporto carnale. Il solo pensiero annichilisce ogni reazione, per la prima volta avverto una sensazione a me sconosciuta da centinaia di anni, una sensazione che voi mortali potreste chiamare “terrore”. Io non conosco il terrore, io sono il vostro terrore.”.

Luna getta uno sguardo ai compadres e trova conferma della verità della sua ultima affermazione.

“Il fetore dalla sue fauci mi annebbia la vista. Il raschiare del suo respiro è l’unico suono che percepisco. Mi entra nella testa e annichilisce ogni mio pensiero. D’un tratto una fitta lancinante al braccio, sento caldo, un caldo umido scorre sulla pelle.

Come pietrificata, impossibilitata a muovere anche il solo collo, con la coda dell’occhio sinistro vedo un fiotto scuro di sangue fuoriuscire dal braccio appena all’altezza dell’attaccatura con la spalla. Sangue. Sangue!

I compadres intorno al tavolo danno segni d’insofferenza sulle loro sedie: segnali del corpo mostrano che di lì a poco potrebbe esserci un fuggi-fuggi generale. Cesar si è quasi alzato dalla sedia e le sue intenzioni sono chiare: i prossimi passi saranno precipitosi verso l’uscita della taverna. Diaz gli fa cenno di sedersi, ma non è convinto neanche lui che sia la decisione migliore.

Luna continua a raccontare:

“Sangue! La vista del sangue è la mia salvezza! Sento un gorgoglio di rinnovata energia dal centro dipartire verso la periferia. Sento affluire di nuovo le forze alla disperata, la mente se ne accorge e le concentra in un unico strenuo tentativo di liberarsi dalla morsa della belva infernale.

Assesto una ginocchiata nell’inguine del licantropo, accusa il colpo e, sofferente, protende la testa verso di me leggermente inclinata verso il basso. Un  colpo di reni e gli sferro una testata giusto in mezzo agli occhi. Barcolla e allenta la sua pressione sul mio corpo il tempo di scivolare alla sua sinistra e spingerlo con entrambe le braccia in direzione opposta. Mentre compie un mezzo giro nella mota della radura, riesco a rimettermi in piedi e mettere un po’ di distanza tra me e lui.

Questa volta, devo essere pronta per il suo prossimo attacco.

Urla rabbiosamente. Si rialza scagliando intorno a sé zolle di terra grosse come delle teste di cavallo. È furente. Richiamo a raccolta tutte le mie forze e faccio appello ai miei poteri. Chiamo i miei piccoli fratelli della notte.

Un’ombra scura attraversa la radura. Sono arrivati! Uno stormo di pipistrelli picchia compatto sul licantropo a terra. In principio, si rotola a terra, latra e ulula, scalciando l’aria intorno, sembra subire l’inaspettato attacco. Quando però si rialza in piedi compie uno scempio tra i miei piccoli fratelli: rotea e fende gli artigli, falciando corpi e ali come una mietitrebbiatrice in un campo di granoturco. Un grande pipistrello si avventa sul licantropo, pianta i suoi artigli nel suo petto e lo morde al collo. Il lupo non si scompone, spalanca le mandibole e le serra sulla testa del pipistrello con un rumore di ossa e carne maciullate. Il corpo del volatile scivola lentamente e si affloscia al suolo. Il lupo sputa la sua testa e sferra un calcio prima che tocchi terra, facendola volare nella vegetazione oltre la radura. Era l’ultimo della sua specie, gli antichi pipistrelli giganti che popolavano queste terre prima che fossero camplestate da un piede di un essere umano, adorati dal popolo Cakchiquel.

Il licantropo è in mezzo a un tappeto di corpi mutiliati, la terra è una guazza di fango e sangue. Tuttavia, invece di balzarmi contro, resta fermo sul posto. Mi fissa, lo so che sta sorridendo. Infine, si rivolge a me con lo stesso tono canzonatorio di qualche minuto prima:

Allora non hai ancora capito nulla? El hechicero ti ha sopravvalutato. E anche io non immaginavo che una Creatura dell’Oscurità potesse essere così…ancora così …“umana”, miserevolmente debole e fallace.Voi vampiri non siete degni di essere Creature dell’Oscurità. Siete solo dei parassiti di quei meschini mortali! Mosquitos, ecco cosa siete! Mosquitos da schiacciare.
Porrò fine a questa tua pena, dopotutto dovresti essermene grata di liberarti da questa non-Vita e regalarti la Morte.’.

Flash dal passato abbagliano la mia mente, davanti ai miei occhi a velocità rapidissima la figura del licantropo si sovrappone e viene coperta da una moltitudine di fermo immagini lacere, sfrangiate ai bordi, ma definite nettamente  al centro.

Appare la roccia a testa di giaguaro, sulla sua cima è in piedi lo stesso Gran Sacerdote visto nella visione precedente, in testa un copricapo adornato di grandi piume e avvolto da un mantello rosso; alla base della roccia, dai suoi lati spuntano una moltitudine di uomini armati, molti sono completamente coperti di una pelle di giaguaro con la bocca in corrispondenza del viso; altri, invece, indossano una veste  piumata e un copricapo a forma di testa d’aquila; altri ancora indossano una veste rossa e bianca e imbracciano una lancia a forma di grande dardo.

Alla loro vista avverto un misto di meraviglia che in breve si trasforma in terrore.  Il Gran Sacerdote intona una nenia di cui riesco a comprendere le parole, anche se appartengono a una lingua antichissima e dimenticata. I guerrieri mi corrono incontro lanciando i grandi dardi. Intorno si elevano urla in spagnolo e in antica lingua Maya: comprendo ogni parola!  Il Gran Sacerdote urla: ‘Prendeteli vivi! Prendeteli vivi!’

Avverto un senso di umido che viene dal basso. Abbasso lo sguardo e i miei piedi sono immersi in una pozza di sangue che la terra secca assorbe rapidamente, tuttavia continua a espandersi.

I guerrieri ormai mi sono addosso. Ricevo un colpo alla tempia, non sento più la terra sotto i piedi, perdo l’equilibrio in una vertigine che non è più onirica ma reale, e mentre cado mi sorprendo assorta nel pensiero che il mio bel vestito di tessuto pregiato regalatomi da mia madre si sporcherà di sangue. Avverto il colpo del corpo inerte sul suolo, poi anche la mia testa raggiunge la terra lorda di rosso. Sento inumidirsi la tempia, resto a fissare davanti a me e l’orrore si impadronisce di me: una testa piomba a terra, l’elmo di acciaio finemente decorato nell’urto viene sbalzato nella mia direzione e lo vedo oltrepassarmi. La testa mi viene incontro rotolando, si ferma a pochi decine di centimetri dal mio viso. Non posso fare a meno di fissarla. Mi guarda, mi sta guardando. Il viso di quell’uomo mi produce una fitta di dolore reale: il pizzo e i baffi curati, gli occhi azzurri, i tratti somatici differenti da quei guerrieri e più simili ai miei, le labbra carnose così voluttuose anche se sbavate di sangue.

Quest’uomo, quest’uomo…”

Luna si blocca bruscamente. Non traspare alcuna emozione. Solo il labbro sembra incresparsi leggermente: solo avvicinandosi a qualche centimentro si può capire che sta tremando.

“Io amavo quest’uomo.” .

Tutto mi appare chiaro, ora!

È il mio passato il vero cacciatore: io la sua preda. Il licantropo sapeva di questo luogo e delle interferenze che ha con i miei poteri. El Hechicero pagherà anche per  questo.

Le fauci del licantropo sono socchiuse in quello che potrebbe essere un largo sorriso liberatorio.

Sbava copiosamente come se stesse pregustando una prelibatezza imminente. Si asciuga la bava con il dorso del braccio. Si scuote il pelo e con un tono trionfante pronuncia queste parole:

‘Hai capito…o r a. – fa una pausa – e ora gioisci! Finalmente lo raggiungerai.”.

Continua a Ep.#46 – Post mortem, vita nova

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44 pensieri su “Batmancito [Ep.#45] – Conquistadores

    1. Ho dovuto interrompere altrimenti andavo ben oltre le duemila parole. Ce l’avevo già “scritto” sulla punta delle dita prima di pubblicare questo. Ci ho lavorato ieri sera, ma sta levitando come il pane. Vedrai, all’inizio entra nella storia anche la storia recente del nostro amato Messico. Ti do solo una data: 1968.

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        1. Lo sapevo compadre! Lo sapevo che lo beccavi al primo colpo. Quasi pronto, quasi pronto e credo ci rimarrai di sasso come ci sono rimasto io quando ho fatto 1+1.
          Ti abbraccio – come direbbe il mio amico Frank che hai “conosciuto” nelle mie cartoline di viaggio messicano – Fratello Maya!

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          1. Ero poco più che un bambino quando accadde, però certe immagini televisive sono difficili da dimenticare ancora oggi… Ricordo anche che andai alla piazza delle tre culture e ti posso dire ch’è un posto molto particolare e che sembra ancora vivere di quei fatti…

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    1. Grazie Zeus! Grazie per lasciarmi sempre un commento che conforta o sospinge in avanti.
      Per nulla scontato da parte tua visto che siamo al 45 episodio e per nulla retorico da parte mia.
      E veniamo a Luna!
      Non pensavo le signore vampire fossero così logorroiche e amassero raccontare! Ora capisco perché Oste e Luna hanno avuto sempre un rapporto “sospetto”.
      Alla sua prima apparizione in taverna (anche se non era in Batmancito), Luna era taciturna. Non ha detto una parola, anzi forse un paio si’: una a quel disgraziato di yankee che se n’era innamorato; la seconda all’Oste che le ricordava a brutto muso il loro patto.
      Luna ormai è scatenata: ha una voglia di raccontarmi tutto. Quasi a volersi liberare di un passato di solitudine (e vorrei pure vedere😂).
      Più vado avanti e più mi rendo conto che questo El BaVon Rojo è più squinternato del Titty Twister e Dal Tramonto all’Alba sembra al confronto Sister Act!
      Adelante Zeus e salutami a So…crates!

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      1. Sì, vedo che Luna sta spingendo per avere il suo momento di “protagonismo”. Si sente nelle tue parole che, in questo momento, gli altri personaggi della taverna diventano coro e lei voce solista. Ci sta, non possono diventare tutti voci solisti, se no viene fuori l’Armata Brancaleone e un macello incredibile.
        Sono curioso di leggere come prosegui e, inoltre, se e come rientrerà in gioco l’Oste dopo gli sviluppi infernali 🙂
        Ma non mettiamo troppa carne sul fuoco, si finisce per rovinare tutto poi!

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        1. Sai non la vedo esattamente così anche se è legittimo dal punto di vista del lettore.
          L’assenza dell’Oste ha fatto venire meno quel “centro di gravità permanente” tenuto in equilibrio precario tra Oste e Narciso.
          Ora è il turno di ogni personaggio contribuire ad alimentare lo Spirito della Taverna, che è un altro protagonista silente, ma intorno al quale tutto gira e tutto è reso possibile. Anche l’impossibile. È il secondo mantra dell’Oste: a El BaVon Rojo nulla è come appare. Anche l’irrazionale diventa realtà e i personaggi (reali per certi versi) sono spiazzati e devono reagire confrontandosi con l’inaspettato.
          Non è quindi protagonismo, ma è a turno – come giustamente evidenzi – il contributo di ognuno per mantenere vivo il Racconto anche in assenza del logorroico Oste, a sua volta ospite – e non “padrone” – della Taverna.
          Il prossimo episodio è quasi pronto, ora gli do i ritocchi finali. Vedrai che la mescolanza tra realtà e irrealtà si rinnoverà e verrà fuori un altro tassello a come tutto è iniziato.
          I tuoi commenti sono preziosi, continua mi raccomando eh 😂

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          1. Ahahahahah mi stai sfruttando 😀 sono contento.
            Comunque il mio “protagonismo” era nel senso che hai descritto te: ogni personaggio vuole avere la sua voce e vuole esprimerla. Da me è così. Anche se, spesso, rimangono a fare il coro per le avventure del protagonista della situazione che, sorpresa sorpresa, spesso non è il personaggio narrante.
            Come hai visto in INFIERNO, il protagonista è un inetto senza mezza spina dorsale, ma che va avanti grazie a Kore e, soprattutto, grazie ai lettori che continuano ad immergersi in quel guazzabuglio infernale che loro capiscono, mentre lui (io?) proprio non so che farci 😉 ehehe
            Io aspetto il prossimo! E non preoccuparti, i miei commenti ci sono (quasi) sempre 😀

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            1. Lo definisci “inetto”, ma è proprio l’essere “normale” con un nome della suprema divinità greca che crea un contrasto intrigante e favorisce l’empatia del lettore. Zeus saccentello, uterino e onnipotente lo abbiamo già incontrato, letto e conosciuto. Vedila come la rivincita di Prometeo.

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              1. Infatti, la versione “super” di Zeus è già stata raccontata. Quella più umana, molto meno… e io, che di Zeus sono l’incarnazione 😀 (scusa, dovevo) mi sono permesso di raccontarla.
                Non voglio rivincite, di solito perdo alla seconda e mi tocca fare la bella!

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    1. Grazie grazie. Lo so ti sto facendo tirare il collo ma i personaggi chiacchierano peggio di me (c’è una sorta di eridaterieta’ 😂).
      Contavo di chiuderlo entro fine luglio, ma inizio a pensare che la fine arriverà solo in autunno. E poi vai di altra storia!

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                1. In passato ho scritto una trilogia di post proprio sul volere essere ottimisti contro il dilagante cinismo, che io chiamo “di comodo”: distruggere è relativamente facile anche da bambini; costruire un castello di sabbia ha bisogno di tempo e manualità, per distruggerlo basta un paio di piedi e dieci secondi.
                  Ebbene nei commenti qualche legittimo quanto educato dissenso c’è stato. L’ottimismo non è estinto, ma ho l’impressione che sia in una riserva tipo quelle destinate ai nativi d’America.
                  C’è una sorta di invidia serpeggiante se uno spera, si augura il meglio, si ostina a guardare il bicchiere mezzo pieno. È un rilancio al ribasso per non ammettere i propri errori, le aspettative deluse, in sintesi scaricare le responsabilità su altri.
                  Perciò i miei personaggi non potranno mai essere cinici e anche nelle situazioni più drammatiche penseranno che tutto non è così negativo come appare.

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                1. Ahhahah niente! Non sono riuscito a farti desistere. Scarto l’ipotesi che tu abbia tendenze sado-masochiste, perciò a breve sforno le altre duemila parole che ci avvicineranno alla fine.
                  “Fine?” chi ha detto “fine?” Narciso si volta dietro di sé, poi torce il busto a sinistra e ancorai a destra. Guarda in alto, fin sopra le travi del soffitto, si accovaccia e scruta tra i tavoli e le sedie.
                  La taverna è immersa nel silenzio, è deserta. Narciso è l’unico essere vivente, a parte gli inquilini che c’erano prima di lui e l’Oste, le cucarachas.
                  Scuote i riccioli biondi, prende la ramazza e il panno che stava usando per lavare a terra.
                  “Fine? Questo pavimento è talmente lercio che non finirò mai.”
                  Poi si blocca un attimo, alza lo sguardo al soffitto e sussurra come se non volesse essere ascoltato nemmeno dalle cucarachas:
                  “Oste, uhé uhé Oste, te l’aggia dicere proprio: tenive ragggione, ‘o ssaje!? Quanne t’arraggiavi perché non facevo maje chille ca’ mi dicevi e me ne fujivo sempre…Ma si tuorne, Oste, si tuorne…t’ ‘o giuro ‘n coppa ‘o cappielle ‘e Ulisse, che farò tutto quello che dici a’ primma vota c’ ‘o dici”.

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                  1. Narciso, amore di zia! In mezzo a tutti questi personaggi eroici e singolari lo abbiamo messo un poco da parte, povero caro.
                    E dire che senza di lui forse non saremmo tutti qui nella taverna, a spararle grosse più del coreano e del suo compare ossigenato.
                    Narcì, l’Oste torna, la nottata sta finendo, vedrai.

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                    1. Narciso si volta di scatto:
                      Aha! Allora non ero io che sentivo le voci! C’era qualcuno! Hola brujia, qual buon vento o dovrei dire scatorcio di un torpedone ti porta qui!
                      “Spararle grosse”? Magari fossero storielle partorire da un birracho in stato di ubriachezza creativa! Mia cara, purtroppo sono tutte cose vere come questa ramazza che stringo tra le mani e il lerciume incrostato sul pavimento. L’Oste ritornerà? Io ci ho sempre creduto e poi ora sta in mano a Zeus, che come chitarrista non sarà come Carlos Santana, ma le saprà cantare a Persefone e cricca assortita. Oste sta in mano all’arte, questo è sicuro.
                      E poi no, io qui faccio quello che so fare e – ora che l’Oste non può sentirci – pure qualcosa di meno perché se c’è una cosa in cui io e lui ci assomigliamo, anche se non l’ammetterà mai, è che entrambi non discendiamo dalla scimmia, ma dal sofà.
                      Ja’ vieni qui e strigneme forte. Pigliammoce ‘nu bello cccafe’ che è l’unica cosa che saccio fa’ ‘o veramente.

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                    2. Quelli grossi quando cadono, fanno il botto e il buco a terra 😉
                      Lo dice poi sempre l’Oste:
                      “Vola basso, vola basso. I radar non possono individuarti. Ma attento agli alberi eh”

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