Batmancito [Ep.#44] – Il Cacciatore implacabile


Segue da [Ep.#43] – Le Paludi della Memoria

Liza e Ade vengono rapidamente informati sulla caccia ai sei fuggitivi, gli viene mostrato lo scrigno e il suo contenuto di orecchie di licantropo: Ulysses, Honda e Batmancito si sono occupati di cinque di loro, al sesto ci ha pensato Luna e lo stava raccontando proprio quando sono entrati in taverna.

Luna riprende dal punto in cui era stata interrotta:

“Dunque, compadres, nonostante il licantropo fosse in un territorio che conosco a menadito e si avvicinasse sempre più alla Piramide, percepivo qualcosa che si sottraeva al mio controllo.

Era qualcosa che non dipendeva dal licantropo, ma veniva da dentro di me.

Il licantropo ormai è vicino alla Piramide: è giunto fino alla mia casa e qui vi troverà la Padrona ad accoglierlo. L’ospitalità è sempre sacra, ma dalle nostre parti abbiamo un certo modo per dimostrarla ai visitatori. I visitatori si trovano così bene, che ci rimangono. Per sempre.”.

Un sorriso sornione affiora negli occhi di Luna, le labbra si inarcano lievemente, s’intravede appena la bianchissima dentatura; Cesar, lì accanto, trasalisce e bofonchia qualcosa sui vantaggi di essere rinchiusi al sicuro in una cella, piuttosto che essere seduti accanto a una dichiarata “serial killer”, per giunta di millenaria esperienza. Lo fa con tono basso e pronunciando le parole tutte di seguito, senza alcuna pausa intercalandole più volte con Madre de Dios, infine conclude con una preghiera ad alta voce:

“Santa María, Madre de Dios, ruega por nosotros pecadores…”

Diaz, dissimulando indifferenza, porta la mano destra dietro la schiena all’altezza della fondina, la apre lentamente e libera con due dita la sicurezza del “ferro” d’ordinanza. È consapevole che serva a poco contro quella donna dopo averla vista all’opera nella battaglia di quella notte, ma avverte l’esigenza di aggrapparsi anche a una minima sicurezza che il piombo gli ha sempre garantito.

Liza fa scivolare la mano destra lungo la gamba, appena sotto il ginocchio, e la appoggia su una lama nascosta sotto il tessuto del pantalone.

Da sotto il tavolo sopraggiunge un sommesso ringhio di Honda.

Narciso si rivolge a Luna con tono pacato e determinato:

“Luna, ricorda il patto che ti lega all’Oste: tu hai chiesto di entrare e ti ha lasciato entrare a una condizione: devi avere – accentua il tono – rispetto per gli avventori di questa taverna, per chiunque vi entri anche una sola volta.”.

Luna china leggermente il capo in segno di assenso e continua:

“L’uomo-lupo procede spedito. Lo seguo a distanza. Non ho bisogno di individuare le sue tracce: gli animali della palude sono i miei occhi, percepisco il suo odore, la sua traccia sovrannaturale è un filo di Arianna nel dedalo paludoso.

Al suo passaggio la terra melmosa e gli acquitrini immoti da centinaia di anni rivelano altre testimonianze di un passato lontanissimo e senza importanza per voi umani condannati a una memoria labile, se non addirittura colpevoli di volere dimenticare consapevolmente. Il tempo per me scorre diversamente, anzi non scorre. Quel passato è ieri, quel passato… – si interrompe bruscamente – no, non potete capire.

Pietre squadrate affiorano dalla terra e tra la vegetazione come lapidi di morti senza nome. Teste di antiche divinità sfregiate dal tempo s’intravedono sul fondo delle pozze d’acqua, ne incrocio lo sguardo languido di un passato in cui erano adorate e temute. Un luccichio attira l’attenzione di un uccello, atterra in quel punto e inizia a beccare: la terra produce un rumore metallico. L’uccello vola via senza alcuna preda nel becco.

Il tintinnio metallico evoca un’altra visione: dura il tempo di un baleno, ma è sufficiente per rivelare il motivo di questa straniante percezione che mi fa mancare il respiro.

Sto inseguendo l’uomo-lupo e il mio passato sta inseguendo me. Il Tempo è il più implacabile tra i cacciatori. La cacciatrice diventa preda.

È comprensibile anche a voi quanto ciò significhi per una come me.”.

Fa una pausa. Non che si attenda una forma di consenso o di accettazione, desidera osservare le espressioni sul viso di ognuno di quei mortali, prede per definizione, che si illudono di essere “cacciatori” accanendosi sugli animali e i loro simili.

I compadres non tradiscono un’emozione. Fissano Luna, in attesa.

Le prime gocce che annunciano la tempesta in arrivo sono ormai una pioggia che va rinforzandosi. Il picchiettare delle gocce sul tetto del portico segna il tempo come dovrebbe il ticchettio delle lancette di uno strano orologio, appeso a una parete e fermo alle ore dodici e un quarto di un giorno qualsiasi. L’orologio è un oggetto che appare totalmente fuori posto: costruito interamente in legno, il quadrante rotondo insiste in una forma di casa decorata con intarsi e un tetto fatto di singole tegoline pure in legno, dalla base pendono due contrappesi, in alto da una piccola porta aperta sulla sommità vi è un piccolo uccellino.

“Un cuculo, è un cuculo. È un Ketterer, uno dei primi orologi a cucù, così sostiene l’Oste. – Narciso interviene a soddisfare la curiosità di Luna – Le lancettte sono ferme da talmente tanto tempo che tutti in taverna hanno dimenticato la sua esistenza.”.

“Orologi a cucù, non ne vedevo da molto, moltissimo tempo…” le ultime parole rimangono sospese. Luna è in trance, ma nessuno se ne accorge: di nuovo una visione, uno squarcio nel tempo illuminato dai bagliori di lampi nella sua mente.

Di nuovo lei, giovanisssima, vestita di pizzo e merletti bianchi, si aggira in una casa riccamente arredata, si sorprende intenta a guardare fuori da un’ampia finestra: montagne innevate all’orizzonte, il cielo è terso e di un azzzurro carico, l’aria limpida delle giornate particolarmente fredde.

D’un tratto il suono di un cucù attira la sua attenzione, si volta e le appare un’aquila bicipite nera, ognuna delle due teste porta una corona, le ali sono spiegate, impugna nella zampa sinistra uno scettro e una spada, mentre nella destra tiene un globo.

Il cucù emette ancora quel tipico suono. Tutto intorno inizia a sfocarsi, fa in tempo a leggere una scritta posta al di sotto dell’aquila:

CAROLUS QUINTUS ROMANORUM IMPERATOR SEMPER AUGUSTUS MDXXI

La visione finisce.

Nessuno si è accorto di nulla. Luna riprende subito a raccontare::

“Decido di mettere in fretta la parola “fine” alla sua miserabile esistenza e accorcio la distanza tra me e il fuggitivo.

L’uomo non accusa stanchezza o esitazione. Si ferma solo alcuni istanti presso uno specchio d’acqua per rinfrescarsi. Accovacciato lungo la sponda, si asperge il corpo e il capo. Di fronte a lui, a qualche metro di distanza, un’increspatura dell’acqua preannuncia una brezza rigenerante in questa trappola naturale di umidità e afa asfissiante. Ma il “vento” da queste parti può essere mortale.

Un alligatore balza dal fondo, l’uomo scarta di lato, il grande rettile atterra dove era pochi istanti prima la preda, schiocca un colpo di coda che potrebbe tagliargli di netto entrambe le gambe e torce lentamente il possente corpo in direzione della preda, le fauci spalancate pronte a scattare nella morsa che terrà serrata fino a che non lo avrà trascinato sul fondo. Di fronte al grosso alligatore non vi è più un uomo, ma un essere antropomorfo di ferinità infernale, alto oltre due metri e ricoperto di peli. Gli occhi sono braci attizzate, la bocca è irta di zanne sporgenti e artigli affilatissimi rilucono di una luce malata alle estremità di ogni arto.

Il licantropo balza con uno scatto in groppa all’alligatore, ne afferra la testa tirandola all’indietro e, quando il rettile spalanca le fauci per istinto, vi pianta saldamente gli artigli delle mani a ogni estremità. Poi, continuando a torcergli la testa, tira insieme e verso l’esterno la mandibola superiore e inferiore del rettile. Le due mandibole si disarticolano dal cranio con un crepitare di ossa e sibilare di muscoli e nervi sfilacciati. Il licantropo ha fatto scempio di quel cranio con lo stesso sforzo che un bambino impiega per spezzare uno stecchino con due dita.

Il cacciatore diventa preda.

Ormai manca poco alla Piramide, riduco ancora di più la distanza, posso ormai sentire forte il suo odore, riesco a percepire il pulsare del suo cuore.

Il licantropo è veloce, molto veloce. Si muove più agilmente di qualsiasi animale della palude. Nella sua forma bestiale è sicuramente un formidabile avversario. Ucciderlo sarà più divertente.

Il licantropo è veloce, ma lo sono anche io: attraverso la vegetazione come una raffica di vento teso. Ancora vestigia antiche sparse intorno, mi sembra siano presenti in maggiore quantità. Accelero. Avverto una distorsione, un disturbo nella percezione del licantropo. Queste rovine,  devono essere queste rovine.

D’un tratto la verità si rivela chiara: lo sta facendo apposta!

Il licantropo sa di me, conosce il mio passato. Non è un caso! Ha deciso consapevolmente questo itinerario dimenticato da centinaia di anni. Sa che lo sto inseguendo. È…

È una trappola!

La fitta vegetazione cede d’un tratto a un’ampia radura spianata. Il suolo è un fondo scivoloso, l’erba non cresce se non a ciuffi sparsi e spennacchiati, è una distesa di putrescenti alghe e fine limo.

B’alham!

Davanti, sul lato opposto della radura, svetta un’unica roccia erosa dal tempo, ma da cui è ben riconoscibile la forma di una testa di B’alham, il Giaguaro.

Un bagliore e ancora una visione:

un enorme pipistrello combatte un giaguaro al centro della radura. Camazotz contro B’alham! Tutto intorno ai margini della radura, una folla di figure dai tratti indistinti assistono alla formidabile scena, prostrate, in ginocchio, con il capo chino tra le braccia stese in avanti e a terra; quelle più vicine al centro portano copricapi piumati; dietro di loro guerrieri-giaguaro, dietro ancora una moltitudine sdraiata e con la faccia infossata nella terra.”.

Ulysses è sbiancato. È un cencio. Neanche un cadavere può essere così pallido. Collassa quasi sulla sedia. Narciso lo soccorre, tenendolo per un braccio. Si avvicina, confuso e preoccupato, e gli sussurra: “Che hai, compadre?”.

Ulysses con un filo di voce tremante:

“Quel..la visione. Luna…il pipistrello, il…giagua..ro! Ser…gio…”

D’un tratto, con uno sforzo sovraumano afferra con entrambe le mani il tessuto della camicia di Narciso, fa leva tirandosi su fino al contatto della sua fronte con quella del compadre. Gli urla in faccia:

“Capisci?!? Il Tempio Peduto. L’altorilievo nel Tempio! È la stessa immagine che Sergio e io abbiamo trovato in quel fottutissimo Tempio! Tutto è iniziato da lì! Sergio…Batmancito.”.

Luna, incurante della reazione di Ulysses, continua:

“Il pipistrello sembra avere la meglio sul giaguaro. Sorrido.

Sono anche io tra quella folla, in prima fila: sto sorridendo. D’un tratto si eleva un canto dalla folla: distonico, roco, nasconde una melodia che mi turba. Il giaguaro riprende forze, strappa le ali al pipistrello, ha il sopravvento. Assisto sopraffatta dal terrore che spazza via ogni cosa dentro e mi gonfia fino a volere uscire fuori. Il giaguaro sta divorando il pipistrello!

Le immagini sfumano in dissolvenza una nell’altra, in rapida successione: sul filo dell’orizzonte al crepuscolo, Venere brilla di una particolare intensità; la Via Lattea a perdita d’occhio, un’immensa nuvola opaca per il gran numero di stelle; le costellazioni , quelle conosciute sono dove non dovrebbero essere, altre totalmente sconosciute; la giungla si estende fittissima ai miei piedi, punteggiata da riverberi rossastri di fuochi in cima a piramidi che si staccano dalla terra come colonne colossali di pietra e lambiscono il Cielo come pilastri senza i quali collasserebbe sulla Terra; enormi teste di pietra, la faccia larga, le labbra tumide, il naso camuso; poi, un Gran Sacerdote, ornato di piume variopinte, il viso e il corpo completamente dipinto di colore turchese, lo sguardo invasato, le labbra sottili in un ghigno silenziosamente malevolo. La visione entra in un’improvvisa spirale: immagini dai bordi frastagliati, ma ancora reali: sento l’odore acre del fumo, sento le urla strazianti delle vittime sacrificali, teste mozzate rotolano giù per i gradoni, vengo avvolta da urla festanti di una folla di silhouette nel buio della notte.

La vertigine delle visioni mi investe, ne percepisco lo smarrimento, la perdita dell’equilibrio, l’ondeggiamento, il barcollare e l’imminente sfascio in una miriade di schegge di ossa che vanno a confondersi con il firmamento di un cielo antichissimo.

Le immagini cessano d’un colpo all’udire di un suono roco e canzonatorio:

‘Cercavi me, Regina delle Paludi?’

Il licantropo è al centro della radura.

‘El hechicero de Los Apocalyptos ci aveva avvisato della tua putrescente presenza. Ci aveva parlato di te, Regina degli Acquitrini. Ma il nostro capo non gli ha dato importanza. Forse ha commesso un errore. Ma io non farò lo stesso.’.

La sua risata si diffonde intorno in un silenzio irreale, anche per questo luogo ostile alla vita.”.

Ulysses ha ripreso colorito e forze. Nel portare una sigaretta alla bocca, la sua mano tremante è l’unico segno evidente del suo turbamento.

Squarcia la cappa di silenzio, incredulità e paura che opprime tutti i compadres intorno al tavolo, eclamando:

Sangue del Demonio! No, non è così! Non è andata così! Luna, ho avuto la tua stessa visione nel Tempio! È identica in ogni particolare, a parte uno: il pipistrello divora il giaguaro! Ne sono certo! Il pipistrello divora il giaguaro, potrei mangiarmi il cappello!”

Narciso alza il sopracciglio destro: “Ulì, per tutte le volte che hai scommesso di mangiarti il cappello, non ne dovrebbe essere rimasta nemmeno l’etichetta. Questa volta, però, scommetterei tutti i miei soldi che dici il vero. Ti credo, amico mio. Ti credo.”.

Alza gli occhi verso Luna:

Los Apocalyptos! Ci sono di mezzo loro, narcos de mierda! Non sono riusciti a sbarazzarsi dell’Oste sacrificando Soledad, quella povera ragazza – guarda Diaz e Cesar con severità, vecchie ruggini riaffiorano – e ora hanno scomodato niente di meno che queste belve dall’Inferno. Los Apocalyptos… – guarda tutti i presenti – compadres! Dobbiamo chiudere un conto in sospeso.”.

Diaz aggiunge:

“Non senza l’Oste.”.

Tati si accoda:

Está bien! I conti non si fanno mai senza l’Oste.”

Luna strizza gli occhi e le sue labbra s’increspano in un sorriso:

“Bueno, bueno, bueno, vamos a matar el último lobo!”

Le gocce di pioggia atterrano sul tetto del portico a un ritmo tambureggiante.

Continua a [Ep.#45] – Conquistadores  

giaguaro-pipistrello-maya

35 pensieri su “Batmancito [Ep.#44] – Il Cacciatore implacabile

    1. Vertiginoso! Bene, ma se inizi ad avere anche tu delle visioni, batti un colpo che ti mando Narciso. Fa una tisana rilassante che fa risuscitare i m…ahem…come non detto.

      No, Luna…hai capito male…non ho detto “risuscitare”…
      … …
      No, Luna, non ti sto dando della sorda – per quanto un controllo all’udito…- non l’ho detto. Potessi mori’ mo’ mmo’!…Ahem, dico per dire eh?

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        1. Io già prevedo l’inferno (non Infierno eh) quando ritorna Luz e vede che la torta è finita. Fa la cortesia di infornare i tuoi biscotti, brujia cara, e mettici oltre al cioccolato pure della valeriana in dosi massicce. Almeno stanotte si dorme, forse…

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  1. Letto e apprezzato i riferimenti e la circolarità del discorso. Mi piace che si va avanti, conoscendo da dove si è partiti e rendendo coerente il tutto. Mi piace questa cosa.
    Questo è un capitolo che apre moltissime possibilità di storia: Luna, i narcos e poi, ovvio, l’Oste. Perché lui è l’elemento su cui si basa l’equilibrio della taverna. Narciso è bravo a gestire le cose, ma deve fare i conti con la presenza/assenza dell’Oste.
    Vediamo come si muove la storia… ci sarà da divertirsi. Questo è sicuro.

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    1. Luna è un personaggio che sta scalpitando, mi sta lanciando parecchie esche per accompagnarla nel suo lontano passato, più di cinqucento anni fa. Carlo V e la sua opposizione conro gli Ottomani, la divisione degli Asburgo in Spagna e in Austria (le montagne innevate), Hernan Cortes, Il Sacro Romano Impero che si estende alle Americhe…Luna nasconde un mondo che mi appassiona, anche per la sua importanza storica. Senza contare che mi dà la possibilità di approfondire il mondo Maya, da dove tutto è iniziato. Ho solo scalfito la superficie, ora bisogna andare avanti. Cercare un futuro. Poi potremo pensare al “passato”.
      Narciso è al limite, sta tenendo le fila, ma – scrivi bene – l’Oste rappresente l’equilibrio, il crocevia e la taverna ne è solo il contenitore esterno, l’amina della taverna è l’Oste. Narciso rimette in riga Luna citandogli il patto con l’Oste, infatti.
      Questo capitolo è zeppo di “cose”, mi rendo conto, e solo chi segue dall’inizio può cogliere tutti gli agganci; difficile anche per il lettore più affezionato visto che è trascorso molto tempo dal primo episodio. Ho inserito i link agli episodi-chiave, ma dubito che qualcuno vada a esplorarli.
      Ci sarà da divertirsi? Io ci provo.

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      1. Anche te incominci a scendere nelle profondità del passato per cercare il futuro della storia? Mi piace, perché in questo procedere ci sono molte somiglianze con il mio modo di scrivere… cosa che posso assicurarti ma, in questo momento, non posso provarti o dire di più. Capirai!
        Secondo me riuscire a tirar fuori tutta la storia di Luna e mettere lo sfondo storico sarà un’operazione grandiosa, forse più complessa “dell’invenzione pura” di Batmancito, ma chi leggerà sarà immerso in un mondo dove verità storica e racconto si mescolano.

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        1. Devo studiare: leggere molto, elborare su piani diversi, tessere e cucire, leggere ancora e incrociare le dita sulla tastiera 😉
          Mi auguro di averne il tempo. Ma sicuramente inizierà a farlo per mio piacere di conoscenza ed esplorazione delle fonti storiche.

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    1. Tequila come se piovesse, mi dama de las espadas!
      Non oggi, ma quando si andrà a prendere Los Apocalyptos a calci tra i cojones, di certo serviranno. Ti prenoto un posto nella spedizione da subito? (se si prenota prima, si beccano i posti migliori)

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    1. Ingarbugliare? Mmmh non proprio. Si collega al primo e secondo episodio e chiude un cerchio preso parecchio alla lontana (ne riapre parecchi altri ma forse sarà un’altra storia).
      Comprendo che chi ha iniziato da un certo punto del racconto, possa vederlo come un “ingarbugliamento”.
      D’altronde lo avevo messo in conto. La scrittura a episodi e in un lasso di tempo così lungo non è amica del web.
      Grazie per il supporto e l’attesa.

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        1. 😂 va bene pure ingarbugliato. Non è che volevo convincerti diversamente. Lo sai che l’idea del lettore per me è sacra. Interloquisco con te perché sei sempre presente (grazie e di nuovo grazie) e ne abbiamo già parlato insieme di questo tema. In merito alla “questione”, se non si hanno in mente i primi episodi non e’ facile distinguere se se sia intrigante o semplicemente intricato o ingarbugliato. Direi gli ultimi due e questo non giova a coinvolgere il lettore incuriosito. Ahimè me ne rendo conto.

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            1. Il primo episodio è datato 29 agosto 2016. E’ anche vero che nel mezzo c’è stata l’avventura a sei mani con Zeus e Tati, oltre a una serie di altri racconti. Insomma è un corpus narrativo piuttosto…corpulento. E’ andato arricchendosi e sono felice per come si è sviluppato naturalmente.

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  2. Letti ed apprezzati gli episodi che mi ero perso, compadre, ma quest’ultimo episodio mi ha lasciato con il fiato sospeso. Spero che presto tu mi dia le risposte che hai lasciato a mezz’aria…
    Veramente appassionante questa caccia tra magia e realtà…..

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