Batmancito [Ep.#36] – L’Oste al crepuscolo

Segue da [Ep.#35] – Santa Zita proteggici tu

Nella taverna il tavolo con intorno i cinque compadres e, al di sotto, un grosso cane, che fa finta di sonnecchiare, è l’unico a essere occupato.

La taverna è vuota. In questo pomeriggio che ormai volge al termine, a parte quel turista, probabilmente francese, nessuno si è affacciato al suo interno.

Ulysses, l’ispettore Diaz e Cesar fanno a gara per coccolare Tati: Cesar continua a tagliare fette di torta e a versarle da bere; Ulysses e Diaz si alternano ad aggiornarla sulla storia dei licantropi fuggiti, fuggiti ma non per molto. Io sono uscito sul portico a prendere un po’ d’aria e fumare una sigaretta. In verità, sono già alla seconda.

Sono in apprensione per Luz. Lo so, è una cosa stupida: Luz è uscita per commissioni, ormai in paese tutti la conoscono e le sono affezionati. Luz è una ragazzina meravigliosa, nessuno riesce a resistere alla sua innata dolcezza e alla gentilezza dei suoi modi, delle sue parole, in ogni cosa che fa. Eppure sono in apprensione. E mi sento ancora più stupido poiché ho saputo da Tati che Luz non è più sola, ma è in compagnia di Ego.

La prima volta che Ego ha messo piede in taverna era insieme a Tati, una coppia talmente inseparabile che l’ombra di lei non si distingue da quella di lui e viceversa. Ci siamo intesi al primo sguardo. L’Oste è convinto che sia per via della “tarpata statura” che ci accomuna. “Il tuo compagno basso di merende” o “la metà che ti mancava” così lo chiama l’Oste.

Mentre camminavano in direzione della taverna, Tati ed Ego hanno incontrato Luz per strada, tutta indaffarata e già carica di pacchetti e buste. Ego si è offerto di aiutarla e poi, insieme, terminate tutte le commissioni, ci avrebbero raggiunti alla taverna.

Non sono ancora tornati.

Narciso aspira nervosamente due tiri di sigaretta in rapida successione Dio, Oste! Quanto mi manchi! Ricordi il bordello di quel giorno delle “pulizie” con Tati ed Ego?
D’un tratto avverte la morsa di una tenaglia, le ganasce serrate alla gola. Gli manca il respiro. Si avvicina al tavolo dove ha appoggiato una bottiglia contenente un liquido trasparente, la afferra e la alza vicino al suo naso. La scuote: è piena per almeno un quarto.

Appoggia la bottiglia alle labbra e si versa in gola un po’ di quel liquido trasparente con un gesto secco e breve della mano. Deglutisce. Avverte che il liquido è passato attraverso la gola solo a causa del bruciore nello stomaco e del contorcimento delle budella. Alza la bottiglia oltre la sua testa, la fissa e, sottovoce, sembra parlare con lei: “Ce la faccio, ce la faccio a finirti in due sorsi! Due sorsi, al massimo.”. Ne beve ancora con un sorso molto più lungo del precedente, poi ancora un altro. Resta piegato su se stesso per un paio di minuti, poi tossisce, batte i piedi, scuote la testa.

“Oste, credevi di riuscire a tenermi nascosta la vodka siberiana?”. Fissa la bottiglia ormai vuota, la soppesa con la mano che la la stringe, “F-a-i-v-l-e-i-k-s” scandisce la pronuncia della parola scritta sull’etichetta “‘Cinque Laghi. Premium vodka’ – legge con tono solenne – Certo, questa vodka era da premio. Bella scelta, Oste!”.

Un brivido diparte dalla nuca, ne percorre la schiena fino a toccare la punta dei piedi. Non può essere un brivido di freddo. ‘Non sono ancora tornati’, il pensiero riaffiora.

Appoggia la bottiglia sul tavolo e vi ci butta dentro la cicca della sigaretta ormai consumata fino al filtro, ne accende subito un’altra e, infine, si appoggia alla balaustra del portico. Scandaglia con lo sguardo la folla per la strada: le due figure familiari che si aspetta di scorgere non sono sicuramente lì, nei paraggi, nel suo raggio visivo.

Non sono ancora tornati. Ed è già il tramonto.

Il sole si prepara a salutare il Mare dei Caraibi colorando il cielo di mille sfumature di oro e arancione.

Il tramonto per l’Oste è un momento sacro: non se lo sarebbe perso per niente e nessuno al mondo.  Ogni giorno, quando il sole inizia la sua discesa fino a immergersi completamente nel mare, L’Oste interrompeva all’istante qualsiasi cosa stesse facendo e pronunciava sempre questa frase, ad alta voce e rivolto a nessuno in particolare:

“E mo’ nun c’avite scassa’ o’cazzo!”.
[E ora non ci dovete scassare il...disturbare]

Ci si poteva rimettere l’orologio. Avrebbe fregato anche un GPS o uno svizzero o un GPS svizzero.

Si liberava della parannanza, la raggomitolava fino a tenerla in una sola mano e, così appallottolata, la lanciava a caso, ogni volta in una direzione diversa. Inutile dire che la ricerca e il recupero della stessa era per l’Oste l’occasione per un buon ripasso dei nomi di tutti i santi sul calendario.

Accertatosi che avesse con sé l’accendino e un pacchetto di sigarette pieno almeno per metà, riempiva un cestello di ghiaccio, ci stipava tante bottiglie di birra quante ne potesse contenere e si avviava sul retro della taverna da dove si godeva lo spettacolo del tramonto, spaparanzato su un’amaca.

Nulla avrebbe potuto rimandare o interrompere questo momento sacro.

L’Oste amava godersi O’ Spettacolo“jamme a vede’ o’Spettacolo!” così diceva – ma assaporava ancora di più questo momento quando poteva condividerlo con qualcun altro. L’importante è che “nun adda scassa’ o’ cazzo!”

Se ero in taverna, io lo accompagnavo sempre al tramonto.

L’Oste ne era felice, anche perché significava avere a disposizione il doppio delle birre e così evitava di doversi alzare nel caso finissero prima che il sole fosse tramontato. Data la sua innata pigrizia, questa cosa lo mandava in bestia e il suo umore ne risentiva negativamente per tutto il resto della serata.

Prendevamo posto in due amaca vicine: l’Oste occupava sempre quella attaccata al pilastro di legno su cui è inchiodata la tarjeta “Isla del Tiempo”, un ricordo della sua gioventù. Mi raccontò che l’aveva “espropriata” a un bar su una spiaggia dell’isola di Cozumel durante un suo viaggio, quando era molto giovane.

Se vi aspettate che El Rojo resti in religioso silenzio durante O’Spettacolo vuole dire due cose: la prima è che non conoscete l’Oste; la seconda è che, se lo conoscete, non avete capito una beneamata mazza di come è fatto quell’uomo.

Tra una birra e una sigaretta, una sinfonia di battiti di mani e schiaffi auto-inflitti a causa dei malditos mosquitos, con il sottofondo del cigolio dei tiranti delle amache mentre ondeggiano mollemente, l’Oste discorreva di argomenti che mai riguardavano il quotidiano tran-tran, ma partivano per le tangenti più ardite. Tipico dell’Oste. Il suo marchio di fabbrica.

Infiocchettare un pippone epocale di piombosità immane per i tre quarti della popolazione mondiale non è da tutti e l’aggravante è che l’Oste ne va assai fiero. Munito perciò di un blocchetto intero di gratta-e-vinci-l’indulgenza, ero felice di celebrare insieme il “rituale” del tramonto, stoicamente. Anche se di questa parola ho un vago ricordo quando l’incontrai su un libro di filosofia il primo anno di liceo e poi mai più.

L’Oste diceva:

“Qui, il tramonto ti fa dimenticare che sei finito in fondo, molto in fondo, al buco del culo del mondo.

Chi cammina sulla battigia durante il tramonto può accorgersi come la luce oro e arancione trasformi d’incanto case dai muri scrostati, marciapiedi dissestati, balconi cadenti di panni stesi in un grande mosaico poliedrico di colori e forme, di ombre e sfumature, rendendo incantevole anche la percezione originaria e oggettiva di decadenza.”,

Mi mostrava come la luce del tramonto s’infila tra le case di tanti colori e le viuzze, si riflette sui tetti e i balconi, creando un disordine policromo, fatto di ombre e tante sfaccettature quante le combinazioni tra i colori delle case e l’oro e l’arancione del tramonto.

“I colori vibrano di un’intensità unica e la trasmettono anche a ciò che non ne ha e non l’avrà mai. La vera malinconia del tramonto è questa: quelle case scrostate, quei balconi traballanti, quei tetti rabberciati solo al tramonto appaiono come vorremmo che fossero.

Narcì, hai presente come si sente un pittore che ha perduto l’ispirazione da tanto tempo?”

“Disperato. Si sente perso per sempre senza la sua arte, il suo scopo di vita.”

“Esatto, Narciso. Ora guarda il tramonto. I colori si confondono come sulla tela di un pittore che ha recuperato finalmente tutta la sua ispirazione.”.

“E il pittore chi è?”

“Io una certa idea ce l’ho. Per essere sicuri, dovrei andare da lui e chiederglielo, ma conto di incontrarlo tra molti, moltissimi anni ancora. Che dici, restiamo con il dubbio e ci accontentiamo ‘e ce vede’ o’Spettacolo? Stappa un’altra birra, tappo!”.

A un tratto la voce di Tati irrompe nei miei pensieri e li disperde.

Narcì! Narciiiisoooo! Dai rientra! Ulysses sta iniziando il racconto degli ultimi licantropi all’aeroporto di Tuxtla.”.

La voce di Tati penetra nella mia testa come i raggi di sole dopo un violento acquazzone da queste parti: bucano le nubi, il turchese torna a dipingere il cielo stracciando le nubi come il pittore insoddisfatto della sua opera si accanisce con una lama sulla sua tela. La luce dilaga, el sol calienta.

Cuando calienta el sol, l’oste fischiettava sempre questa canzone quando ritornavamo in taverna dopo che il sole era tramontato.

Narciso spegne la sigaretta in quell’orrido posacenere a forma di sombrero, che destava nell’Oste ogni volta la domanda ‘Ma come ci è finito qui ‘sto coso brutto?‘, senza avere avuto mai una risposta. Butta una rapida occhiata alle sue spalle: Luz ed Ego non sono ancora tornati. Esita alcuni attimi fissando le nubi temporalesche che si addensano all’orizzonte e pensa:

“Sta per arrivare una tempesta. Rientreranno sicuramente prima che piova.”.

Varca l’uscio della taverna canticchiando nella sua mente una vecchia canzone:

Cuando calienta el sol aquí en la playa
Siento tu cuerpo vibrar cerca de mí
Es tu palpitar, es tu cara, es tu pelo
Son tus besos, me estremezco

Cuando calienta el sol…

Continua a [Ep.#37] – Lycantropi volant, scripta manent

giaguaro-pipistrello-maya

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Onda sonora consigliata: Cuando calienta el sol cantata da Hermanos Rigual

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44 pensieri su “Batmancito [Ep.#36] – L’Oste al crepuscolo

    1. Aha! Noi di fette di pastiera ce ne siamo scambiate virtualmente, il che è positivo per la linea, ma totalmente insoddisfacente per la vera soddisfazione. Quindi mangiatela sana sana alla mia salute e, sopratutto, di chi te l’ha regalata.
      Tu dici che ho “beccato” la saudade…e la cosa mi piace assai, anche se non vorrei che ti guastasse il trionfo della pastiera. Grazie per l’istigazione a scriverne ancora. E grazie per il dolce-due-volte pensiero. Arricreati, OnnaMelacarissima!

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  1. Mi accodo come un gatto dietro al palmo della mano… molto malinconiche queste righe ma così delicate che pare di esserci per davvero… ‘spè… ma io ci sono!😬
    Ego e Luz iniziano a preoccuparmi, non so stare senza ombra devo cercare Wendy per ricucirla?!?

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    1. Lasciali stare un po’ da solo. Avranno cose da raccontarsi che a noi adulti non vogliono fare sapere. Naeciso è diventato apprensivo da quando si è ritrovato a fare da papà a Luz e da Oste nella taverna. Credo che quando l’Oste ritornerà gliela farà pesare come un macigno. Certo però non sono ancora tornati e fuori c’è aria di tempesta…io inizio a stare un po’ in apprensione. Se non tornano prima che il sole tramonti, una cazziata non gliela leva nessuno.

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    1. Ci stiamo avviando a una fine, un certo tipo di fine, diciamo così. Ci arriverò coerente con l'”andatura” messicana, muy tranquilo, ma non perchè non abbia da raccontare, ma proprio l’opposto. Continuano a inserirsi particolari e comportamenti “imprevisti” dei personaggi che allontanano certi eventi, certi “grilletti narratiivi”, che ho già segnato da qui alla fine. Scalpito per scrivere la fine, perché ce l’ho precisa come la voglio nella testa (poi renderla sarà un altro paio di maniche).
      A mas tarde compadre

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  2. Eccomi qua.
    Narciso in prima persona e poi un ricordo struggente dell’Oste. Oltre alla storia, oltre a quello che sta succedendo in un posto “mal frequentato”, chissà cosa riserva il futuro. L’Oste ci sarà o rimarrà come memoria, Narciso prenderà le redini o sarà Luz a diventare il centro di tutto?
    Questo me lo chiedo.
    Non può esistere una taverna senza Oste, prima o poi qualcuno dovrà mettersi il grembiule e strofinare i bicchieri dietro il banco.
    Chi sarà quel qualcuno, è tutto da scoprire.

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    1. Un bel numero di interrogativi: per un paio avrei anche una risposta, ma – in tutta sincerità – non metterei la mano sul fuoco nemmeno sulle mie risposte a questo punto della storia. Continuano a inserirsi personaggi che hanno da dire la propria, che aggiungono un tassello in più, anche se non strettamente necessario all’evoluzione della vicenda. La mancanza dell’Oste, per certi versi, ha dato un impulso che non mi aspettavo a tutto Batmancito: nata come la storia di un duo, poi è diventato un trio con Ulysses; ora è corale, collettiva. Mi sento molto soddisfatto (parlo di come mi rapporto alla storia), cresce come una creatura e non riesco a lasciarla andare via, metterci un punto. Ma la cosa assurda è con non dipende da me, sono i personaggi: ormai è la loro, non è più la mia. Io sono un interprete come gli altri, un frequentatore fisso di questa bettolaccia.
      Anche io mi faccio le tue stesse domande.

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      1. Logico, ormai la taverna e l’Oste sono diventati “la scusa” per proseguire una storia che deve essere raccontata. Non sempre quello che si pensava il protagonista… lo è davvero. Forse, e dico forse, è proprio la sua assenza ad essere il vero protagonista e, a conti fatti, l’Oste, nella taverna, non ha più niente da dire. Ha fatto il suo corso e deve lasciare il posto ad altri.
        Chi lo sa. Forse mi sbaglio e quando/se ritorna, l’Oste ritorna ad essere quello che catalizza l’esperienza del lettore.
        Io, quando scrivo, sono sempre e comunque ospite della storia. Figuriamoci se ne divento il protagonista.

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        1. Nella mia intenzione è invece apprensione del genitore per il proprio figlio. E c’è anche qualcosa di più: le nubi all’orizzonte, la tempesta in arrivo, Narciso percepisce che sta per succedere qualcosa e desidera che i suoi cari, i suoi affetti più vulnerabili, siano vicino a lui quando succederà. Sia un evento positivo sia esso negativo non lo sa e non può conoscerlo, ma l’incertezza lo rende vulnerabile, preda di un’angoscia del tutto irrazionale dell’imprescrutabile.
          Ciò non significa che la tua interpretazione non abbia diritto di cittadinanza, anzi per me è un segno che un’emozione, una sensazione è passata e poi elaborata dal lettore. Grazie NuevOsoblanco!

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    1. Amaro e malinconico, chi vi ha trovato anche gelosia. Bene, bene…eppure quando l’ho scritto non pensavo fosse così carico. Sulle note della canzone mi sono lasciato trasportare.Narciso e voi avete fatto il resto.

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