L’Italia s’è arrevutata!


La lingua napoletana è una cosa meravigliosa. Anche durante queste elezioni il napoletano mi ha dato una “traduzione” più ricca di sfumature e precisa rispetto all’italiano. Diverse espressioni napoletane descrivono più precisamente certi personaggi, comportamenti, situazioni ed effetti, almeno in quella parte del mio retrocranio in cui prendono forma le idee, ancora non contaminate e stravolte da sovrastrutture, filtri e l’invevitabile storpiamento a causa delle mie capacità espressive orali e scritte.

Arrevuta’, Mastuggiorgio, carocchia, scoppola, sciarra, ‘mmezzia’, he avut’a sciorta ‘e Maria Vrenna, queste le espressioni che sono affiorate sulle mie labbra, alcune più comuni nel dialetto attuale, altre molto rare e in disuso.

Lasciando per ora da parte l’etimologia e l’origine delle parole, in questi tempi di una lingua italiana sempre più imbarbarita, sia da neologismi forestieri sia da un (dis)uso nella messaggistica istantanea e social network, il dialetto, con un’espressione di colore o una semplice parola, riesce a fotografare più efficacemente la situazione o la persona in una sola battuta.

L’Italia s’è arrevutata! Il titolo si riferisce – anche in modo SEO-ruffiano – al “risultato” di queste elezioni. Ciò che segue non è però uno sproloquio post-elettorale perché altrimenti finirebbe nell’apposita rubrichetta dal titolo che è tutto un programma (vietato ai minori di diciotto anni) The .XXX Files. Le dita mi prudono e non è detto che, prima o poi, me le gratti. Non è questo il momento perché ne verrebbe fuori qualcosa la cui sintesi è nell’ultima strofa di Je so’ pazzo di Pino Daniele.

Masaniello è crisciuto
Masaniello è turnato
je so’ pazzo, je so’ pazzo
nun nce scassate ‘o cazzo!

Arreveuta’ è un verbo che mi ha riservato qualche sorpresa in questa archeologia della lingua, che mi sta sempre più appassionando.

Per prostesi tipica del dialetto napoletano, dall’italiano rivoltare ha origine il verbo napoletano arrevuta’, sulla formazione del quale ha influito la più antica forma vuta’, cioè voltare. Il verbo napoletano arrevuta’ non è però molto antico, anzi di uso recente.

Nell’uso attuale, il verbo ha acquisito un significato più ampio dell’italiano “rivoltare”, implicando il concetto di “sconquasso”, “scompiglio”. Il signifiicato di arrevuta’ è quindi “mettere sotto sopra”, “provocare un parapiglia”, “essere in tumulto” ovvero anche “manifestare in modo clamoroso e violento la propria scontentezza ed esasperazione, chiedendo cambiamenti.” (cit. Treccani). In napoletano è sufficiente una parola: arrevuta’ .

In questo senso più ampio il verbo arrevuta’ si incontra per esempio nella prima strofa di  Marechiare (1886, musica di Francesco Paolo Tosti e testo di Salvatore Di Giacomo), uno dei massimi capolavori della canzone napoletana in cui la romanza si immerge nella mediterraneità con una reminescenza arabesca.

Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fann’ a l’ammore,
se revotano l’onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore
quanno sponta la luna a Marechiare.

Nel testo di questa prima strofa della canzone, dedicata a Marechiaro, un angolo di immensa bellezza a Napoli nel quartiere Posillipo, “se revotano” corrisponde appunto a “si agitano”, “tumultuano”.

Quando spunta la luna a Marechiaro
pure i pesci ci fanno all’amore,
le onde tumultuano
per la gioia cambiano colore,
quando spunta la luna a Marechiaro.

Con questo stesso senso il verbo si incontra nel proverbio: Na femmena e na papera arrevutajeno Napule, cioè “una donna e un’oca misero sotto sopra Napoli.”.

Questo proverbio viene utilizzato per mettere in evidenza la chiassosità di certe donne del “popolino” napoletano, che però non è caratteristica peculiare di Napoli, anche se ormai si è diffusa e consolidata nell’opinione comune.

Il carattere curioso e ciarliero delle donne è cosa molto antica e, senza tirare in ballo la solita Pandora, vale la frase che si ascrive a Teocrito:

Le donne sanno tutto, anche come Zeus sposò Era

Il luogo comune per cui la loquacità di certe donne che amano il pettegolezzo viene accostata allo stridente schiamazzare delle oche è riscontrabile in forme proverbiali simili in tutta Italia tra il Cinquecento e Seicento e, ancora prima, nel latino medievale: tres feminae et tres anseres sunt nundinae, “tre donne e tre oche sono un mercato”; tres mulieres nundinas faciunt , “tre donne fanno un mercato” (cit. Treccani).

Di seguito elenco alcuni dei molti proverbi citati QUI

Dos feminis e un’ocje a’ fasin un marcjat (Friuli)
‘Na femmene, ‘nu sacche de neuc e ‘na papere, avasten’ a ffa’ ‘na fierie (Abruzzo)
Trei don e un gat, l’é un marchè bel e fat (Emilia)
Dò donne on’occa fan on mercaa oppure Tre donn l’è el mercaa de Saronn (Lombardia)
Tre doni e ‘n can, fan il merca ad Sandamian (Piemonte)
Na fimmana e na sumera ficiaru na fera (Calabria)

Queste forme dialettiali del proverbio nell’italiano sono confluite in espressioni come “due donne fanno un ragionamento, tre donne un mercato, quattro donne una fiera”, “tre oche e tre donne fanno un mercato”.

Lo Spassatiempo, vierze e prose nove e becchie de Luigi Chiurazzi e d’autre (1875)

Nel Seicento il proverbio è in uso anche a Napoli Tre ffemmene e na papara fanno no mercato, che evolve a fine Ottocento in Tre femmene e na papera fanno revota’ no mercato. Questa forma che contiene il verbo revota’  appare tra le pagine della rivista Lo Spassatiempo (1875 -1880) di Luigi Chiurazzi. Quest’ultima è molto simile a quellla odierna: Na femmena e na papera arrevutajeno Napule.

‘E guarretelle. Dramma Napoletano in un atto preceduto da una lettera aperta a G Verga (di Menotti Bianchi,1909)

Ai primi del Novecento Il termine è presente anche in ‘E guarattelle  (1909) di Menotti Bianchi, drammaturgo la cui produzione prevalentemente di atti unici, nonostante tale brevità, coglie con acutezza e descrive la psicologia del popolo napoletano in tempi in cui si preferiva sbrigativamente un colpo di coltello per risolvere il nodo scenico.

Io moro e spanteco pe tte… St’ uocchie tuoie m’ hanno apierto na furnace dint’o core. Io nun dormo cchiù, ’a notte. Me sceto, e penzo a tte! Nun arreposo, nun trovo cchiù arricietto… Me sento ’e viscere arrevuta’… ’O core fa tic-tac. Io so’ nu Vesuvio!

Io muoio e spasimo per te…Questi occhi tuoi mi hanno aperto una fornace nel cuore. Io non dormo più la notte. Mi sveglio e penso a te! Non riposo, non trovo più pace…Sento le viscere rivoltarsi…Il cuore mi fa tic-tac. Sono un Vesuvio!

Nell’uso moderno la forma arrevuta’, che implica “sconquasso”, ha definitivamente preavalso sull’ottocentesco revotare. Resiste peraltro una forma derivata da quest’ultima: il sostantivo revuoto, che ha significato di tumulto, sommossa, rivolta appunto.

Continua a leggere di Napoli, clicca QUI

Onda sonora consigliata: Marechiare, musica di Francesco Paolo Tosti, testo di Salvatore Di Giacomo, cantata da Roberto Murolo.

22 pensieri su “L’Italia s’è arrevutata!

    1. Altrimenti non i detrattori non si affretterebbero a sminuire subito ogni cosa che viene dal Sud.
      Il voto del Nord è di chi vuole darsi da fare. il voto del Sud è degli scansafatiche. E vi hanno fatto pure “giornalisti”?!? E vi reputate anche firme prestigiose? ‘Sta roba è vecchia quanto la “questione” meridionale, li mortacci vostra. E se non lo capite che la “questione” non è meridionale, ma NAZIONALE fatevi uno staterello a parte, tanto poi ci pensano i cinesi a colonizzarvi (tanto lo stanno già facendo visto che le aziende ve le state vendendo appena qualcuno vi fruscia il contante davanti la faccia). Ecco lo sapevo, mi scattava Capitan Vesuvio!

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    1. Anche io in queste ricerche di archeologia linguistica scopro delle cose che non conoscevo e consolido la convinzione che dà il titolo a questa rubrichetta: il napoletano è una cosa meravigliosa. Sono contento che riesca a trasmetterla ad altri, a maggiore ragione a persone che stimo, come te.

      Piace a 1 persona

  1. Tanto di cappello al napoletano, compadre: come linguaggio esprime ancor meglio dell’italiano del Tomasi di Lampedusa, lo sconquasso che, alla fine, è solo rivoltarsi su se stessi, rimanendo identici nella sostanza: PROPRIO COME LE ONDE DEL MARECHIARO…
    Hasta la proxima revutada, companero!….

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    1. Hai ascoltato la canzone? Non so se ne riesci a distinguere tutte le parole. E’ una poesia non tanto nel testo, ma nella suggestione, per la capacità di trasmettere la struggente bellezza di Marechiaro. Lo sai che Salvatore DI GIacomo scrisse questo testo senza esserci stato? Sembra che ci andò in seguito accompagnando una gentile donna inglese.

      Il dialetto si sta perdendo. I miei figli sono nati a Roma e conosceranno ancora meno del dialetto napoletano di quanto ne conosca io, che già rispetto a mio papà è una parte minima.
      I ragazzi sono spinti ad andare all’estero (ed è un bene) e anche l’italiano rischia di diventare per loro una lingua ‘morta’.
      Insomma, ho trovato utile e interessante scavare nel mio dialetto per ritrovare tanta attualità ed efficacia espressiva, sfumature a volte traducibili con una più ampia perifrasi e altre volte intraducibili, come ‘schizzichea’ (ne scriverò sicuramente).

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  2. The Butcher

    Arrevutata. Mi piace questa parola. Più che per il suo significato, adoro quando una parola riesce a contenere un moltitudine di significati, dandole così una maggiore profondità. Come al solito le tue ricerche sono davvero interessanti e le apprezzo tantissimo.

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  3. Altro che Discovery o History Channel, io ho Pictures of You!
    Sorvoliamo sulla lingua dei socialnetuorcari che mi vengono solo bestemmie! Dallo stupro della grammatica (lo al posto di l’ho, per fare un esempio su tutti, tralasciando il congiuntivo che però è sempre stato maltrattato dall’italiano mediocre) a termini anglofoni italianizzati che ho letto solo YouTube di cui ignoro ancora il significato. Li prenderei a calci sulle gengive…

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