Batmancito [Ep.#33] – El carro del Amor


Segue da [Ep.#32] – Qualcuno volò sulla testa del lupo mannaro

“Ehi!Ehi! Honda! Mi stai facendo il bagno di bava! Che schifo!”.

La voce di Ulysses squarcia d’improvviso il silenzio tombale che era calato nella taverna e fa tirare un sospiro di sollievo ai suoi compagni dopo la rovinosa caduta. Molto più rovinosa, evidentemente, per la sedia.
Ulysses agita una mano di fronte a sé e poi la appoggia sul grosso muso del cane, spostandola di lato. Facendo leva sull’altra mano a terra, si issa in posizione seduta.

Di tutta risposta Honda inizia a leccare la faccia dell’uomo, ancora contorta in una smorfia di dolore cui si aggiunge anche la repulsione da tanta abluzione, non richiesta, di bava canina. La corta coda di Honda mulina nell’aria cerchi di festosa gioia fanciullesca. Sul viso di Narciso, Diaz e Cesar il sollievo dalla tragedia scampata cede il posto alla felicità: se l’uomo avesse conservato la coda, anch’essi la mulinerebbero festanti nell’aria.

“Honda, dai su! Honda, canaccio sbavoso, fatti indietro!” prova con entrambe le mani prima ad allontanare il muso dal suo viso, poi afferra le zampe anteriori e prova a spostare il massiccio corpo di quel tanto per rimettersi in piedi. Tentativi che non hanno alcun risultato, anzi provocano un’opposta reazione del cane che spinge di nuovo verso il pavimento Ulysses, sopraffatto dalle feste alla maniera canina.

“Vale Honda, vale. Estoy bien, todo bien, tranquilo” Ulysses abbraccia Honda e gli distribuisce per tutto il corpo una serie di pacche, carezze e grattatine.

I tre compadres si avvicinano al cane e all’uomo e, mentre Narciso accarezza e distrae Honda, ricevendo anche lui una lavata di faccia a base di bava, i due federales aiutano un ancora dolorante Ulysses a rimettersi in piedi.

“Maldita sea! Che gran botta! Ahi, ahi che male la schiena” Ulysses tiene entrambe le mani all’altezza dei reni e fa un movimento per distendere la schiena “Oddio che male! Devo sedermi, datemi una sedia…una in buone condizioni, mi raccomando.”.

Narciso, mentre si congeda da Honda con due pacche affettuose, commenta:
“Por favor date al Signor ‘Guarda come dondolo’ un trono adatto al suo regal-sedere.”.

Honda ritorna a sonnecchiare sotto il tavolo. Cesar si affretta a recuperare una sedia da un tavolo vicino e con la gentilezza del nobiluomo che tiene ferma la sedia attendendo che la donzella prenda posto, aspetta che le natiche di Ulysses siano stabilmente infisse alla seduta.

Ulysses lo ringrazia con un sorriso: “Grazie, buonuomo! Che la Policia Federal te ne renda merito.”.
Cesar ribatte con un’ironia inusuale:”Para servir y protege. La Policia Federal è sempre al fianco del cittadino per garantire la sua sicurezza.”.

Diaz e Narciso scambiano uno sguardo meravigliato e compiaciuto insieme.
L’Oste è nel letto dell’infermeria del dottor Feliz da tanto, troppo tempo. Che lo stia facendo apposta?
La sua prolungata assenza sta facendo nascere dei legami, sta rinsaldando dei rapporti sfilacciati per ragioni apparentemente di principio e pregiudizio; questo tempo, in attesa che l’Oste ritorni, non sta andando sprecato; questo tempo si sta rivelando utile alle persone per conoscersi meglio, dialogare per davvero, imparare il rispetto reciproco.
Narciso e Diaz si trovano sulla stessa lunghezza d’onda e questa improvvisa consapevolezza li spiazza. Ciò che sta accadendo intorno a questo tavolo, oltre a una consistente riduzione delle scorte della Reserva Especial dell’Oste, va oltre ogni aspettativa e i quattro sembrano rallegrarsene, anche se non l’ammetterebbero mai esplicitamente.

Raccolti i pezzi frantumanti della sedia, fatto un po’ d’ordine sul tavolo e sostituite le bottiglie vuote con altrettante piene di tequila, grog e cerveza, Diaz si occupa di riempire a tutti il bicchiere. Si alza, fa il giro del tavolo, riprende posto e, quando sta per pronunciare la formula del prevedile brindisi, Narciso gli ruba la scena  scattando in piedi sulla sedia – non senza procurare un brivido lungo la schiena agli altri – ed esclamando:
“Aiza, aiza aiza, acala, acala, acala, accosta, accosta, accosta ‘stu bbrinneso â saluta nosta”
Gli altri, pure non comprendendo una sola parola, seguono Narciso nei suoi gesti che accompagnano il brindisi.

Aiza, aiza aiza. Narciso solleva il bicchiere in alto, tutti gli altri fanno altrettanto.
Acala, acala, acala. Narciso abbassa il bicchiere, gli altri imitano il gesto.
Accosta, accosta, accosta. Narciso distende il braccio davanti a sé, portando al centro il bicchiere; gli altri convergono verso il suo.
Dopo avere pronunciato “stu bbrinneso â saluta nosta!” Narciso trangugia in un solo sorso tutto il contenuto del bicchiere, gli altri esitano un attimo, il tempo di lanciarsi un’occhiata, e infine scolano alla goccia anche i propri.
Tutti si risiedono e Narciso non può ignorare di sentirsi addosso lo sguardo interrogativo degli altri tre.

“Embé?” si rivolge a loro con aria di sufficienza “Cos’è questa espressione stupita? Sono ancora sobrio. Il brindisi? È un brindisi delle mie parti. In spagnolo è praticamente uguale! Arriba! Abajo! Al centro! Pa’ dentro! Identico, el mismo.”.

Gli fa eco Honda da sotto il tavolo con un doppio woof ravvicinato. Non è dato sapere se è una conferma di quanto appena spiegato da Narciso o se è un invito a smettere la gazzarra e finalmente iniziare il racconto dell’esecuzione del terzo licantropo.
Diaz afferra una bottiglia di grog, riempie nuovamente il bicchiere a Ulysses, prende una sigaretta dal pacchetto sul tavolo, gliela infila tra le labbra, avvicina la fiamma del suo Zippo alla sigaretta e, fissandolo negli occhi, gli comunica con tono perentorio:
“Señor Ninguno, hai da bere, hai da fumare. Ora hai da raccontare.”.

Ulysses accende la sigaretta, aspira profondamente, giochicchia con il filtro tra le dita, espira dal naso, passa in rassegna tutti gli astanti attraverso la cortina di fumo e, quando si dirada, inizia il suo racconto.

“Siamo arrivati a Tuxtla Gutiérrez . Non mi è mai piaciuta questa città. Troppo grande, troppo chiassosa, grandi strade piene di gente indaffarata, il formicaio umano nei centri commerciali e nei mercados, un traffico infernale di automobili, taxi, autobus. Insopportabile.
Le tracce del terzo figlio di buona madre lupa e padre Belzebù conducevano a Tuxtla. D’altronde l’antico nome della città è Tuchtlan , “il luogo dove abbondano i conigli”.
Il nostro uomo si è rintanato come un coniglio sulle alture a ovest della città, la zona dei miradores, i punti panoramici che permettono di ammirare dall’alto lo spettacolo del canyon del Sumidero. Una vista mozzafiato, pareti verticali alte fino a mille metri precipitano a picco lungo il corso del fiume Grijalva. È lì da dodici milioni di anni! Antico come il Grand Canyon in Arizona. Quantomeno ha scelto un posto di una bellezza unica per morire.

L’aeroporto di Tuxtla è probabilmente il suo obiettivo e ci siamo chiesti il motivo per cui non si fosse diretto subito lì. Poi abbiamo capito: stava aspettando due suoi compadres. Li abbiamo beccati proprio all’aeroporto.”.

Diaz sta per dire qualcosa a proposito dei fatti accaduti all’aeroporto, poi con una smorfia si trattiene e tira fuori due, tre parole sfilacciate e smangiate. Ulysses si interrompe, lo fissa in attesa, ma Diaz, visibilmente infastidito, gli intima di continuare: il suo “lascia perdere” non accetta insistenze né ulteriori indugi. Tracanna un bicchiere di birra d’un sorso e gli fa cenno di andare avanti.

“Vale Ispettore, butta giù il rospo con la cerveza, tanto lo so che prima o poi lo sputerai.” Ulysses ridacchia e continua.

“Batmancito e Honda insieme riuscirebbero a trovare il classico ago in un pagliaio, pure se bendati, il naso impestato di raffreddore e con le mani legate dietro la schiena. Dopo un paio di giorni conoscevamo ogni spostamento di quel figlio di lupa maledetta: nella tarda mattinata arriva in città, fa la spola tra il Mercado 5 de Mayo e il Mercado De Los Ancianos, acquista qualcosa da mangiare e da bere, ciondola fino all’ora di pranzo cincischiando tra i banchi. Mangia una quantità veramente incredibile di cacahuates enchilados y tostadas. Un criceto morirebbe con il colon in fiamme se si abbuffasse di arachidi come lui!

A pranzo si siede in un comedor, sempre da solo. Dopo avere finito di mangiare, prende appunti, scrive su un quaderno. Ci passa almeno un paio d’ore, fumando e bevendo esclusivamente aguardiente de Chamula. ¡Venga ya! Si scola una bottiglia intera di quell’intruglio alcolico estratto dalla canna da zucchero che i locali definiscono ottimisticamente “rum”! Finite le sigarette, alza il culo per andarle a comprare. Il tempo di un altro giro senza meta e al tramonto, monta su una vecchia e scassata jeep, imbocca la strada che porta ai miradores e solo il Diavolo sa dove si rintana. Potrebbe essere dovunque nella foresta sulle alture.

Al terzo giorno decidiamo di tendergli l’agguato. Sarà al tramonto, sulla via del ritorno alla sua tana. Batmancito ci precede, mentre Honda e io lo seguiamo con il fiammante bolide gentilmente concessoci da una conoscenza mia e di Sergio, il buon vecchio Don Pedro. Dovreste vederlo! Passata la settantina abbondante, s’infila ancora sotto le automobili come fosse un giovane garzone dell’officina. Don Pedro non ripara i motori, li fa resuscitare.”.

Honda fa capolino da sotto il tavolo e abbaia due volte rivolto a Ulysses. I due si guardano e sembra che si siano detti qualcosa.

“Sì, d’accordo Honda. D’accordo, la dico tutta.

Honda e io abbiamo avuto qualche divergenza sul “fiammante bolide”. Don Pedro ci ha messo a disposizione un vecchio maggiolone cabriolet, motore e assetto modificati personalmente da questo mago dei motori. Don Pedro ce l’ha affidato come una sua creatura.

Honda, però, rifiutava di salirvi per via – tossisce – della sua colorazione: fondo giallo canarino, ricoperto da un motivo floreale composto da margherite dai grossi petali variopinti. La corolla ha il tocco del genio: è il simbolo della pace con la scritta “Make love not war”. Un capolavoro!”.

Honda, continuando a guardare il compagno di viaggio, inclina la grossa testa. Glielo si legge sul muso: nutre seri dubbi sulla sanità mentale dell’uomo. Poi emette un guaito di disapprovazione. Abbaia ancora due volte ad Ulysses.

Ulysses alza entrambe le mani con i palmi rivolti verso l’esterno in segno di resa. Honda ritorna sconsolato al suo posto sotto il tavolo.

“D’accordo, Honda non ha tutti i torti: el carro di Don Pedro non è esattamente sobrio, diciamo che è sgargiante quel tanto da non passare inosservato. Honda non ne voleva sapere di salire. Ma non dovevamo giocare a Starsky & Hutch! Il nostro obiettivo si sposta a piedi e sale sulla sua jeep solo per tornare al suo nascondiglio. Non dobbiamo seguirlo nel traffico perciò alla fine il buon vecchio Honda si è convinto.

Non proprio del tutto, in verità. Ha brontolato tutto il tempo a bordo del carro del Amor!”.

Narciso, Diaz e Cesar vengono colti all’unisono da un attacco di tosse convulsa causato dall’ultimo sorso di alcol finito in trachea. Ulysses, indifferente che qualcuno possa rimanere soffocato, continua:

“El carro del Amor! Non lo trovate geniale?”

Da sotto il tavolo risuona un ringhio sommesso. Ulysses se la ride sornione.

 

17 pensieri su “Batmancito [Ep.#33] – El carro del Amor

    1. Ullalà che entusiasmo! Vedo il racconto di Ulisse della caccia al lupo come una luuuunga scena da girare in interni (tipicamente da teatro) che ruota intorno ai quattro uomini e il cane con stacchi temporali e di scena nei particolari dell’esecuzione dei licantropi.
      Scena statica, tipicamente teatrale. Potrebbe risultare noioso. Nel tuo caso, direi proprio di no. Grazie!

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    1. Ma ti posso abbracciare? Sì perché hai colto una linea di lettura “nascosta”. L’Oste c’è. Non appare fisicamente, ma è presente. La mia idea è di riuscire a comunicare anche questo a chi legge e conosce l’Oste. E’ l’esempio di una persona che sopravvive alla stessa. E’ l’amore e la stima di chi gli è intorno che rende vivo il suo Spirito e – per chi non crede a Dio e a un Al di Là – dà un senso alla nostra caduca esistenza.
      Honda è un prolugamento dell’Oste, un personaggio a sé ma intimamente legato all’Oste. D’altronde si dice che i cani somiglino ai propri compagni umani (“padroni”, brutto questo termine). Honda e l’Oste hanno un rapporto tra pari. Ricordi? Honda ha scelto l’Oste. Si sono scelti insieme. Proprio come due esseri umani si scelgono perché vedono oltre l’apparenza fisica e si proiettano in un futuro da venire, da costruire.
      Ti abbraccio.

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  1. Altro buon capitolo di questa nuova-vecchia storia! Mi piace, redbavon, mi piace.
    Ormai ho già detto tutto sul nuovo corso e sui personaggi che sono diventati “altro” (Diaz e Cesar) e mi associo a cuorerotante per dire che l’assenza dell’Oste quasi non si sente, visto che è presente in ogni momento della storia.

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    1. Mavieni! Anche il divino Zeus benedice questa umile webbettola. Ho la fine pronta da un pezzo, un altro punto importante nel mezzo già fissato, ma nel mezzo sta spuntando di tutto. Anche questo capitolo non era proprio previsto ma è nato sotto le dita mentre battevano la storia del terzo licantropo giustiziato. El carro del Amor mi è apparso all’improvviso.
      Poiché è tutto “non previsto”, la storia potrebbe risentirne e chi legge annoiarsi e perdere interesse (e a giudicare dai like di questi ultimi due capitoli, direi che sta succedendo). Ma i vostri entusiasti commenti mi soffiano vento in poppa. Alla via così e gracias!

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      1. Ovvio che apprezzo. Le storie lunghe dopo un po’ soffrono di un po’ nei like. Una questione quasi fisiologica. Sai che faccio? Provo a dare un po’ di aiuto facendo una condivisione, anche se il mio blog non è che sia proprio la cassa di risonanza enorme che uno si immagina 😀 ehehe
        Tu continua a scrivere, il resto non ha importanza 😉

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        1. Si, verissimo e ne sono consapevole. Ma credo che se uno sta sbagliando qualcosa, è meglio farsi delle domande. Per rispetto di chi continua a leggere, fosse anche uno solo. Grazie per la condivisione nella tua webbettola. È un gesto generoso che apprezzo.

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