Un giorno questo joystick sarà tuo!

StarVideogameWars

Storia di un padre appassionato di videogiochi e dei suoi due piccoli figli di sei anni e mezzo.

L’inizio sembra garbato e compito, un articolo pronto per essere ospitato nelle rubriche di Costume & Società delle riviste che contano, magari nella sezione Lifestyle di Vanity Fair (record! Sulle ultime quattro parole una sola è in italiano). Ho fatto un po’ di prove buttando in pasto a Google le parole “padre”, “figli” e “videogiochi”, combinandole tra loro come uno chef ti rifila un uovo in camicia e te lo spaccia per Haute Cuisine. L’unica cosa veramente alta è il conto alla fine. Nella prima pagina ho trovato un po’ di tutto tra il diavolo e l’acqua santa: la solita alternanza tra apocalittici ed entusiasti, punteggiata dai soliti seminatori di idiozia e vuoto pneumatico come questo:

“I giochi che piacciono a papà | Portale Bambini
19 mar 2016 – Festeggiamo questo 19 marzo con un articolo dedicato a tutti i papà – e alle molte mamme che provano a dar loro un ruolo nell’educazione dei figli (non è semplice, ma anche un padre può svolgere una funzione educativa!) […]”

Grazie per la fiducia. Firmato: un padre commosso da tanta generosità.

Avrei tanto voluto scrivere una storia tipo Generazione genitori “gamer”Lo Zen e l’arte di essere genitori 2.0, ma in tutta onestà qui di Zen non ne troverete traccia, anzi c’è il fondato rischio di assestare un paio di cazzen e smadonnen. E sono le uniche due parole di tedesco che conosco.

Sei anni e mezzo fa, nella mia vita non c’erano ancora i miei due gemelli.

Diego e Jacopo i loro nomi, ma tendo a chiamare l’uno con il nome dell’altro pure riconoscendoli perfettamente (sono eterozigoti). Secondo me, è un fatto normale: quando Jacopo ce l’ho davanti agli occhi, lo chiamo “Diego” perché il mio cervello pensa sempre a coppia e, non vedendo l’altro, inizia a urlare il suo nome nella testa. Allora ho iniziato ad affibiargli dei soprannomi: per ognuno abbiamo contato insieme almeno cinque soprannomi “ufficiali” ovvero che i gemelli riconoscono come propri.

In questo racconto saranno:

  • Calamity Diego, di chiara ispirazione a Jane, la prima pistolera del selvaggio Far West, “Calamity” sta per “calamita di paccheri”. Faccia d’angelo, sorriso travolgente, ma riottoso a ogni autorità. Un potenziale serial killer della porta accanto.
  • Bomb Jack, nome ispirato a un personaggio dei videogiochi, è adatto a Jacopo perchè, essendo un po’ più alto del gemello, la pelle risulta stirata su una maggiore superficie e nei momenti di contrazione, accusa un occasionale meteorismo ovvero, quando ride, sgancia inavvertitamente delle bombe rumorose.

Una cosa l’ho imparata: non sei mai pronto per l’arrivo di un figlio (figuriamoci, due insieme). La mia metafora preferita è quella del surfista sulla battigia in attesa dell’onda della sua vita; quando la scorge sulla linea dell’orizzonte, si prepara, ma non ha capito che è l’onda di uno tsunami (QUI la versione integrale di questa insana teoria).

Per l’oggettiva statura ridotta e altri circonvoluti motivi, dalla loro nascita chiamo “nani” i due gemelli con cui condivido la consorte, il tetto e anche ritirate più intime da ormai sei anni e mezzo (i due sottolineano sempre questa inutile metà di anno di anzianità). I due sono bassi, predisposti al frigno se li si contraria e un’innata dote di sfrantumare l’infrangibile. Capaci di ingurgitare quantità smodate di cioccolato, caramelle e zuzzumaglie colorate, strafottendose altamente dell’olio di palma e del chilometro-zero, non sono però immuni ai prevedibili effetti “collaterali”.

Quando di notte dormono come angioletti, per pochi folli attimi inizi a fare pace con l’idea che la famiglia è una cosa meravigliosa e non un pozzo senza fondo di rogne e l’origine della depressione caucasica che ha colpito il tuo conto in banca. Ma l’idillio dura poco: il nano colpisce anche di notte, mentre dorme.

I pochi metri che separano il tuo letto dal bagno sono un campo minato, cosparso di costruzioni LEGO (MT) …non è un errore, non ho volevo scrivere (™), significa: Mortacci Tua!

Non puoi scampare nel buio a una combinazione di costruzioni LEGO e altra assortita paccottiglia plastica, che correttamente si chiama “sorpesa” perché quando la vedi puoi solo rimanere carico di sorpresa davanti a quante e quali minchiate riescono a infilare dentro un ovetto di finta cioccolata. L’effetto sulle piante dei tuoi piedi scalzi è identico a quello delle punte anti intrusione e altri spunzoni rostrati in uso per rallentare ladri di appartamento o automobili in fuga dalla Polizia. Certe notti ho ricevuto il dono delle stimmate LEGO ai piedi e non l’ho presa con molto Zen.

Se ciò non bastasse, il “nano emette suoni e odori osceni nei momenti più impropri in quanto geneticamente sprovvisto di freni inibitori o qualsiasi coscienza o senso di opportunità. Praticamente uno xenomorfo alla Alien dalle gambe corte e che per diventare adulto non ci mette un quarto d’ora come nei film, ma trent’anni o giù di lì!

Se avete conservato la vecchia, buona abitudine di streghe, lupi cattivi e bolscevichi, cioè di mangiare i bambini, consiglio di utilizzare spezie in abbondanza e mettere in forno insieme a patate e peperoni. Un piatto non leggero, ma gratificante per palato e pancia. Innaffiare con vino strutturato, meglio se leggermente tannico per raschiare il retrogusto selvatico. Il sudore dei bimbi tende a virare a profumi selvatici con un sentore predominante di cinghiale.

“There’s no try” fidatevi di ciò che dice il Maestro Yoda e passate al mio Lato, l’Unico Lato. Parola di Lord Darth Baver. Dan dan DAn dandadaN dandadaN

In cronico debito con il Tempo, l’unico vero tiranno che l’umanità non riuscirà mai a togliere di mezzo, coltivo le mie passioni a spizzichi e bocconi, normalmente a ore della notte frequentate da vampiri, il fine settimana da giovani discotecari e da Ligabue che non ha ancora capito l’orario di chiusura del bar di Mario (vedi la sua canzone Certe Notti). I Videogiochi sono una mia passione da un tempo che dovrei forse vergognarmi di confessare: una quarantina d’anni, anno più, anno meno.

Per effetto di strani meccanismi antropologici e socio-culturali, i genitori sentono di trasmettere le proprie passioni ai propri figli. Non sono scampato a questa “legge”, sono un genitore normale. Non ne avevo valutato le conseguenze sui miei già risicati “spazi vitali”: potrei scrivere il mio Mein Kampf  su un foglietto su cui si annota la lista della spesa al supermercato.

Il divano patronale, ovvero l’unico divano di casa, è il mio secondo trono per importanza dopo la tazza di ceramica sanitaria; è disposto di fronte al mio tessssoro ovvero una TV 47 pollici, acquistata un anno prima dell’invasione gemellare, sospesa su un mobile basso dagli assi ormai imbarcati, debordante di fili elettrici, cavi audio, video e di rete, su cui sono ammassate console di videogiochi dal paleolitico al neozoico fino ai giorni nostri, dal valore infimo presso qualunque rispettabile ricettatore, ma dal valore affettivo per me inestimabile.

Quest’area è ormai perennemente assediata dalle truppe nanesche. Ogni benedetta volta che i miei stanchi glutei stanno per sprofondare nei cuscini del divano, mentre i polpastrelli stringono un joypad, si materializzano accanto i due nanerottoli.

Inizio a sospettare che non siano nani, ma perfidi orchetti abilmente travestiti poiché ciò che segue e vi descrivo è ormai una liturgia:

Nano: “Papà a che giochi?”

Papà: “Gioco a <titolo di gioco tendenzialmente dove si spara, ammazza, distruggi il male e va>“.

Il nano qui non capisce, è confuso, sembra entrare in modalità esplorativa “sto buono buono a guardare”, ma in realtà entra in modalità “stealth”, pronto a ghermire la sua vittima sbucando dall’ombra come uno xenomorfo di cinematografico successo.

Inizio a giocare, il tempo di sbarazzarmi di una manciata di esponenti della solita teppaglia poligonale, deambulo per corridoi, prati, stanze e trincee, evito di cadere in un paio di crepacci o trabocchetti, neanche faccio in tempo a fare tirare le cuoia al mio avatar  e ripartire dal “checkpoint” che il nano balza all’attacco con una banale richiesta:

“Posso provare io?”

Game Over.

Oggi ho l’imbarazzo della scelta per la mia passione, l’anno appena passato è stato per i videogiochi un  Anno Giubilare, una marea di titoli di elevatissima caratura e l’arrivo della nuova console Nintendo: Switch, il suo nome, e fino a oggi ha confermato ogni buona impressione espressa tra queste pagine in un lungo scambio incrociato con il fratello di joypad Johhny, diventato da poco papà, cui dedico perciò questo mio ennesimo sproloquio.

Ebbene il poco tempo disponibile per coltivare questa passione in questi anni è stato eroso dalle legittime responsabilità dell’età adulta e un generico “cose da fare” del quotidiano vivere, gli scampoli rimasti  vengono ceduti a quei due nanerottoli insieme a: divano, joypad e la scelta del gioco. Sono un papà-oggetto: mi usano ormai come una di quelle vecchie cartucce “Game Genie” o “Action Replay”, zeppe di trucchi e codici per il videogiocatore Denim che non può perdere mai. Mi usano come un “cheat mode”.

Nani:”Papà, giochi con noi?”

Questa domanda che può apparire una proposta di fare parte della squadra e della partita è in realtà la comunicazione di essere finito in panchina. Devo starmene seduto buono buono sul divano accanto a loro fino a quando non incappano in:

  • un avversario particolarmente ostico
  • un’enigma più complesso
  • un punto dello scenario superabile solo con una precisione da cecchino prussiano.

Allora mi porgono il joypad e scatta l’offerta interessata:”Papà, ci aiuti tu?”.

In questi momenti, sono tentato di entrare in “God mode”: Nano, io ti ho dato la luce, io non pago più le tue bollette dell’elettricità!

Beninteso mi sento felice di potere condividere con loro questa passione. Confesso che è stato emozionante vederli migliorare nel coordinamento dei movimenti dell’avatar su schermo, riuscire a eseguire “combo” di tasti, coordinarsi tra loro per raggiungere un obiettivo, osservare la loro difficoltà a codificare la prospettiva nei mondi tridimensionali, addirittura iniziare a leggere le scritte a schermo prima ancora che i libri di scuola.

Così, nonostante la mia età considerata non adatta ai “giochini” (chi ha detto “giochini”?!? Se lo acchiappo, lo dò in pasto ai nani dopo averlo cosparso di nutella e smarties), una vita da mediano negata e una da panchinaro assicurata, ho rivalutato il motto decoubertiniano perché ci tengo a partecipare a scene come questa a Mario Kart 8 per Nintendo Wii U.

Gara a tre, come di consueto tiratissima, si sgomita sul divano, in particolare Bomb Jack che preferisce il grande pad della Wii U al piccolo telecomando bianco; i nani padroneggiano le curve e i mezzi della classe 50cc con perizia perché è stato il loro primo videogioco. Sono a un centimentro dal traguardo dell’ultimo giro, già esulto sbeffeggiando i due avversari, nani in altezza, ma giganti in nefandezze alla guida …Vittooo…ZZazpatataC!…r-i-a. No, manco per idea, solo “quarto”. Come “quarto”?!?  Eh sì perché, proprio mentre stavo per tagliare il traguardo, un fulmine mi ha rimpicciolito alle dimensioni di una pulce che alla Fiera dell’Est pure mio padre schifò. Implode dentro una bomba da un paio di megatoni di parolacce, ma l’effetto traspare all’esterno. Dentro di me invoco delle fini orribili per i programmatori giapponesi che hanno dato al gioco un’intelligenza artificiale così bastarda, come solo un essere umano può essere. Una CPU non gode dall’avere dispensato danno e beffa insieme.

Calendario alla mano, ancora indeciso se recitare l’appello dei santi tutti, iniziando canonicamente dal primo giorno dell’anno oppure, blasfemicamente al contrario, iniziando dall’ultimo dell’anno e a ritroso, mi accorgo che Bomb Jack sorride e Calamity Diego sta ghignando. Bomb Jack mi guarda, alza il dito sghignazzando e mi fa: “Papà, sono stato io! Ti ho fuMMinato io!”. I due scoppiano in una risata di diabolica soddisfazione. Io chiamo l’Esorcista. Anzi due.

Voglio partecipare  a queste scene di sportellate a Mario Kart 8, così come a:

  • i salti a Rayman Origins (Wii U);
  • le incredibili evoluzioni funamboliche e il gioco di squadra a Super Mario 3D World (Wii U), anche se mi tocca interpretare a turno la Pricipessa Peach o quel tappo di Toad;
  • le risse ad Arms (Switch). I due nani provano ad allearsi per farmi fuori, la vecchia storia di Davide contro Golia, e io spargo zizzania tra i due, la vecchia storia di divide et impera. Funziona ancora, funziona sempre;
  • tirare quattro calci a un pallone a FIFA 18 (Switch), anche se sono una schiappa sia nel calcio giocato per davvero, sia in quello simulato su schermo. Erano almeno dieci anni che non acquistavo un gioco di calcio, ma una mattina andando a scuola mi hanno chiesto: “Papà, compriamo FIFA?”. E voi che ne sapete? Io ho visto nascere FIFA su Mega Drive e poi lottare con Winning Eleven (noto come PES) per lo scettro del migliore calcio giocato su schermo. Ma voi cosa ne sapete? Calamity Diego mi ha rifilato un gol dalla tre quarti, centrale, una palombella che si è infilata alle spalle del mio portiere che era uscito dalla sua area evidentemente a cogliere cicoria.Una roba simile non la vedevo dai tempi delle sfide con mio fratello a Kick Off su Commodore Amiga. Per il gol subito mi sono girate le balle lo ammetto, ma ho sorriso perché sentivo salire una sensazione dal sapore buono e familiare: Use The Joypad, Cla! Use The Joypad.

Ma va bene anche sedermi come un’anziana comare al primo banco in chiesa, aspettando che il prete inizi a recitare il Rosario quando non è possibile giocare in tre e vengo messo in panchina a:

  • le corse a perdifiato in Sonic Generations (PlayStation 3);
  • le trasformazioni più buffe di Mario nelle sue scorribande zomperecce in Super Mario Odyssey (Switch)
  • l’inchiostro sparato su qualsiasi superficie evitando una strigliata o una punizione in The Unfinished Swan (PlayStation 4) e Splatoon 2 (Switch);
  • la n.sana follia distruttiva di Crash e degli indigeni dell’isola di N.Sanity in Crash Bandicoot Trilogy (PlayStation 4);
  • un qualsiasi videogioco LEGO, di cui sono i nani, già palazzinari impenintenti di costruzioni dei malefici blocchetti di plastica, sono giocatori incalliti.

Quando il joypad è conteso da un bimbo e un adulto (anagraficamente dovrebbe esserlo…), occorre fissare delle regole: piccole cose da sapere per condividere in pace e serenità il divano, uno schermo e un paio di joypad. Nel prossimo post, quindi il terzo aggiornamento di I bambini piccoli sono…piccoli, non fessi ovvero il decalogo, la “Top 10”, Le 10 Regole d’Oro – fate voi – , di certo il più fesso elenco di inutili regole che potrebbero però salvare i costosi trastulli videoludici e, di conseguenza, la vita ai vostri figli, nipoti o semplici nanerottoli di passaggio.

La birra e i rutti in libertà saranno oggetto di insegnamento più in là negli anni. Ogni cosa a suo tempo.

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30 pensieri su “Un giorno questo joystick sarà tuo!

    1. Ormai fratello siamo in ballo, le tre meraviglie ci tengono in pugno e per loro ci danneremo – in barba a chi dice che lo siano i diamanti – per sempre. Immagino che quando finiremo a occupare gli ultimi posti all’arrivo, lo sberleffo arriverà puntuale, ma a quel punto noi saremo davvero felici. Queste so’soddisfazzzzioni, lasciatecelo dire.

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  1. Divertente lamentazione del povero gamer interrotto, od ostacolato. Fino almeno agli 8 anni giocavo spesso con mio padre, con il Commodore64, così come progettavamo programmi insieme, in Basic. Sono bei ricordi e bei momenti. Ah, e io amavo troppo i miei giocattoli per lasciarli in giro per terra, quindi i piedi dei miei genitori erano al sicuro 😀

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    1. Bello il tuo ricordo di gioco e programmazione con il papà. Uno dei motivi per cui ho scritto questo post pensando proprio ai due sgherri in miniatura. Magari un giorno lo leggeranno e potranno ricordare momenti come i tuoi.
      I due nani amano i loro giocattoli, ma sono riottosi al rimettere in ordine ciò che hanno utilizzato. Ma conto sulle capacità di formazione/costrizione della madre, che sull’ordine è a dei livelli olimpionici.

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        1. Temo che – come è giusto che sia – i figli saranno sempre un passo avanti ai genitori, per quanto smaliziati con la tecnologia e con un “digital divide” ridotto rispetto alla nostra generazione.
          Se sia un bene non saprei dirti in assoluto, di certo è qualcosa che non puoi fermare,
          meglio però essergli al fianco e di supporto, piuttosto che contro.

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          1. Sì, d’accordissimo. Il problema sarà quando i tuoi figli avranno magari quindici anni e scopriranno i tuoi vecchi post dove li chiamavi nani 😀
            Pensa quando saranno grandi i figli di quelli che oggi mettono le foto imbarazzanti su facebook, e quando impediranno ai figli di andare alle feste, questi li ricatteranno tirando fuori foto dove i genitori alle feste facevano cose turche 😛

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            1. Ahahahah, ma loro già lo sanno che li chiamo “nani” e gli ho spiegato anche i motivi (non legati esclusivamente alla loro statura). Se è per questo me ne diranno di tutti i colori per gli infami soprannomi che gli affibbio (e conto di continuare). Ho letto sia a Diego sia a Jacopo la parte in cui gli ho affibbiato Bomb Jack e CalamitY Diego. Si sono fatti una risata e, anzi, Jacopo ha confermato che è proprio così, ammettendo che è “un pochino vero”.
              Se da adulti non avranno l’auto-ironia di capire l’amore che c’è dietro questo “gioco di parole”, allora sentirò che da qualche parte ho miseramente fallito.
              Non posso pensare a una vita senza ironia e auto-ironia.

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    1. Grazie per il…ahem prorompente commento! 🙂
      Inizia da dove vuoi, tanto i nani sono “tabula rasa” e onnivori. L’unica attenzione è il rapporto tra joystick/joypad e le loro piccole, perennemente untuose manine.
      Non riescono chiaramente a utilizzare joypad troppo grandi o complessi. Il pad del Mega Drive è troppo grande, per esempio, meglio quello del NES anche se è squadrato. Il Wii Remote è ottimo, mentre i Joy-Con della Switch sono perfetti.
      Hanno messo le mani anche su Arkanoid per Amiga e mi hanno sorpreso per la perizia con il mouse, e se la sono cavata bene anche con The Smurfs (i Puffi) per CBS Colecovision. In questo caso, anche se il controller è ingombrante, oltre la leva, c’è solo da premere il pulsante del salto. Insomma, joypad piccolo o gioco con pochi input. Almeno all’inizio.

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        1. Io ho fatto un patto con i due nani. Avete a disposizione tot tempo per stare davanti alla TV, scegliete voi cosa fare: vedere i cartoni animati o giocare ai videogiochi (preferiscono di gran lunga quest’ultima opzione),
          I videogiochi sono alla TV, quindi non si gioca su smartphone o tablet. Su questo sono talebano oltranzista. Ma si rendono conto anche loro che giocare su un 47 pollici e la Switch o PS4 non ha paragoni rispetto alla zozzeria mediamente disponibile su smartphone o tablet.
          This is 4 The Players, anche se di sei anni e mezzo. 😉

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    1. La madre sta ai videogiochi come Stalin al Papa, quindi sopporta – evidentemente contraria – questa mia trasmissione ereditaria di passione, immane spreco inconcepibile ai più e non adatta alla mia venerabile età.
      Prima di pubblicare queste mie facezie (video)giocose, mi sono assicurato la sua approvazione, dandogliene – in anteprima mondiale! – la lettura. ne ho ricevuto un sorriso di comprensione misto ad auto-compassione per la serie “ma con chi caspito mi so’ammischiata”(interpretazione mia visto che è romana).
      Ma di più non potevo aspettarmi visto il suo rapporto con i videogiochi che – se ti liberi dalla legittima difesa del campanile di genere – puoi leggere in questo gustosissimo (almeno per me) post:
      Donne e videogiochi: un rapporto di biblica antipatia

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    1. I nani hanno i loro gusti. E non amerebbero i giochi PG18. Non li capiscono, troppo complessi; non si divertono perché il game over è immediato.
      Hanno assistito a qualche mia sessione di Doom e i “mostri” non gli fanno paura perché “tanto sono finti”.
      Hanno assistito alle mie sessioni di Star Wars Battlefront II, si sono incuriositi (perché già li ho già portati al Lato di Star Wars): alla prova, hanno capito che era troppo difficile e poco divertente.
      Hanno visto Mortal kombat XL e mi hanno detto “papà, che schifo”.
      Gioco a un GTA o un Mafia solo quando dormono.
      I miei sono ancora piccoli per avere un attrazione fatale verso la trasgressione del PG18. Comunque, sulla violenza nei videogiochi ne ho scritto parecchio, sono piuttosto “fissato” con questo argomento. Non voglio tediarti con i rimandi ai miei post e, in sintesi, ritengo che occorra sì selezionare, ma anche spiegare e stargli accanto. Il videogioco è un modo di evasione, d’intrattenersi, di raccontarsi una storia e di viverla in prima persona, è condivisione e sfida nei multiplayer,, non deve diventare alienazione. Devi fornirgli una cassetta degli attrezzi, poi sono confidente che farà le scelte giuste.
      Le piattaforme Sony e Microsoft non hanno molti titoli adatti ai più piccoli (a meno di andare a spulciare tra gli indie) e, infatti, quando qualche amico o conoscente mi chiede un consiglio, propongo Nintendo pure sapendo che alla fine la scelta è sulla “pleistescion”. Gli faccio notare che a parte il calcio e i giochi di guida (sempre che piacciano al giovane virgulto), ci sono pochi titoli tipo Rayman, Crash Bandicoot (che non è facilissimo), i giochi LEGO e Just Dance.
      Nintendo ha un approccio diverso anche nel design dei controller oltre che nella filosofia di sviluppo e scelta dei target.

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      1. Ah ma non mi tedi affatto, anzi sono molto incuriosito, rimanda pure ai tuoi vecchi post, li leggerò volentieri!
        A Battlefront II ci sto giocando adesso, non è il mio genere ma nella campagna mi son divertito molto. Però quanto ci vuole per sbloccare i personaggi… troppo!

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        1. Sì, anche io ho trovato la campagna in single player un ottimo ritorno anche se il vecchio Republic Commando è ancora imbattuto. Di questo ne vorrei un secondo episodio con la possibilità di impartire dei semplici comandi alla squadra con un intelligenza artificiale migliorata. Indubbiamente per sbloccare i personaggi devi investire parecchie ore di gioco, ma ciò è figlio del fatto che era studiato con l’infame sistema dei “loot box” alle spalle (per fortuna, si sono imbestialiti un po’ tutti contro questo sistema nascosto di spillare soldi e l’hanno eliminato, ma resta la progettazione alla base. Diciamo che il videogioco di Star Wars che ho in mente io è un altro. E quasi quasi ne butto giù una balzana idea, magari tu mi dici che ne pensi.
          A (tua) grande richiesta di seguito i link agli articoli in cui parlo di violenza nei videogiochi. Suggerisco di iniziare con il primo e, se ne hai ancora voglia, gli altri.
          Videogiochi, nemico pubblico?
          GTAttila, flagello diDDdio!
          Belzebù con il joypad in mano

          Grazie mille per la fiducia 😉

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