Batmancito [Ep.#21] – Epilogo?

Segue da Ep.#20 – Così vicino, così lontano

Esta historia terminó, no existe. Lo que un día construimos se ha esfumado.

La taverna è un cumulo di macerie.

Resta in piedi il bancone, formidabile baluardo difensivo di Ade.

Qualche tempo dopo questi eventi, creò qualche imbarazzo il ritrovamento da parte di un cliente di una zanna lunga cinque centimetri conficcata nella parte bassa del bancone: un gringo, alla ricerca di un orecchino perso dalla moglie mentre bevevano appollaiati sugli sgabelli, aveva sbattuto il naso contro questa zanna e pretendeva di portarsela via come “souvenir”. tiZ imbastì una tale storia assurda di porta-fortuna e porta-sfortuna, tirando in ballo tradizioni di corni rossi, aglie, fravaglie, fattura ca non quaglie, che il cliente vi rinunciò non senza però avere ottenuto in cambio la cena, il prezzo di un paio di orecchini nuovi per la moglie e una cassa di grog Gran Reserva Especial.

L’inferno scatenatosi in taverna non poteva passare inosservato in paese.

Prima della loro sciagurata entrata in taverna Diaz e Cesar avevano chiuso la strada con il classico nastro plastificato giallo della Policia Federal: in tutto il Messico quando si vede quel nastro, è salutare trattenere la propria curiosità e starne alla larga. Quella notte, comunque, le strade erano davvero deserte: tutti erano rintanati in casa perché si giocava la finalissima di Copa América tra il Messico e i campioni dell’Uruguay. Per la cronaca vinse l’Uruguay ai rigori, dopo una sfida serratissima: i novanta minuti terminarono 1 a 1, si andò ai supplementari. Durante i supplementari successe di tutto: prima passò il Messico, alla fine del primo tempo supplementare gli uruguagi pareggiarono. Il secondo tempo supplementare iniziò subito con l’Uruguay in gol e per tutti i restanti quindici minuti la nazionale messicana rimase schiacciata nella sua area piccola. In pieno recupero, il Messico acciuffò il pareggio grazie a una galoppata in solitaria dell’ala destra. La delusione della sconfitta ai rigori fu cocente e tutti, mestamente, andarono a dormire.

La notizia dell’Oste ospite suo malgrado dal dottore Feliz si diffuse subito in paese. Di sicuro in giro ci si chiedeva cosa fosse accaduto. Ma nessuno dovrà mai sapere ciò che è veramente successo qui, quella notte. Per il proprio bene.

Informati gli Anziani del villaggio, a nessuno passò per l’anticamera del cervello di chiederselo e nemmeno di rivolgere la domanda a qualcuno. Tuttavia, silenziosamente tutto il paese si era stretto intorno all’Oste: al calare del sole in ogni casa veniva accesa una candela rossa; a San Andreas, la chiesa del paese, ogni giorno venivano accese mazzi di candele rosse, sacrificati polli e offerte bottiglie di grog in onore di El Rojo. In questa piccola e unica iglesia del paese non si celebravano messe e il prete, da tempo invitato dagli indigeni a ritornare alla sua diocesi, arrivava soltanto a ogni inizio di stagione per battezzare i nuovi nati. Il resto dell’anno la chiesa era autonomamente gestita da un collettivo di paesani presieduto dagli Anziani del villaggio. Lunghe funi adornate da una miriade di piccoli nastri variopinti dipartivano a raggiera dalla sommità della chiesa fino a terra: i nastri ora erano stati sostituiti con strisce di stoffa di un unico colore, il rosso.

Diaz e Cesar hanno garantito d’intercettare e depistare eventuali richieste dal Comando della Policia Federal. Diaz ha dichiarato: “Nessun collega verrà qui in paese a fare domande.”. Quando si tratta di sotterrare una notizia, la Policia Federal sa il fatto suo. Garantito.

Dobbiamo fare sparire i corpi dei licantropi. Pungilo è perfetta per fare pulizia: è sufficiente infilzarla nel loro corpo per vederli collassare in un mucchio di pelliccia, tessuti e ossa mummificate. Un bel sacco nero di plastica, un paio di salti sopra e il corpo è ridotto in cenere. Luna porterà via queste ceneri maledette. Non ho osato chiedere altro. Non voglio sapere.

Fu sfiorato l’ennesimo incidente diplomatico tra Messico e Stati Uniti d’America.

Durante il mese successivo alla notte d’inferno a El BaVon Rojo, una lunga scia di sangue lordò le strade tra il Quintana Roo e il Chiapas: cinque corpi di uomini, tutti di nazionalità statunitense, furono trovati alcuni decapitati, tutti mancanti delle orecchie, asportate da una lama affilata.

Si mobilitò il Centro de Investigación y Seguridad Nacional (CISEN) e il Grupo Especial de Operaciones (GEO) per i messicani; la Central Intelligence Agency (CIA) e la Drug Enforcement Administration (DEA) per gli statunitensi. Dopo mesi di indagini congiunte e uno spuntare a ogni incrocio stradale di retenes militari e di polizia in tutto il Paese, si ritrovarono alla fine con un pugno di mosche in mano.

Inizialmente si ipotizzò un serial killer messicano che uccideva i turisti statunitensi. L’ipotesi venne scartata per via del fatto che, a parte la decapitazione, i delitti presentavano modalità, segni sui corpi e contesti differenti tra loro. Inoltre, in un paio di casi la data e l’ora del decesso confermarono che l’omicida non potesse essere lo stesso individuo a meno che sapesse come teletrasportarsi. Diaz e Cesar furono di parola: il Quintana Roo non venne mai nominato nei media e in paese non arrivò nemmeno un tirapiedi della Policía Federal Investigadora. La Procuraduría General de la República continuò a ignorare l’esistenza di questo buco infuocato e umido dimenticato dagli uomini e da Dio. E per una volta fui lieto di essere in culo al mondo.

Nessuno però potrà mai dimenticare il giorno dopo quella notte.

L’automobile della Policia aveva appena svoltato in direzione della casa del dottor Feliz quando ci accorgemmo che Batmancito non era più tra noi. Avrei voluto rivolgere almeno un saluto a colui che aveva preso il posto del mio amico Sergio. Il mio amico Sergio non c’era più e non era il solo a mancare.

Quando Narciso, Diaz e Cesar ci lasciarono recando con loro il corpo dell’Oste tra la vita e la morte, la stessa sensazione di sospensione pesava sull’animo di tutti noi rimasti in taverna. Nessuno aveva voglia di parlare, la nostra concentrazione era trattenuta unicamente dal fatto che occorreva dare una seria “ripulita”. Evitavamo anche d’incrociare gli sguardi perché non avremmo sostenuto la nostra disperazione riflessa negli occhi dell’altro. Il pensiero che l’Oste non fosse più tra noi era insostenibile. L’assenza anche del solo suo corpo esanime ci mise davanti alla realtà e ce la sbatté violentemente in faccia, senza tanti complimenti né possibilità di evitarla. La taverna, sebbene nella frenetica attività del repulisti, appariva vuota: una casa abbandonata, una di quelle case in rovina ed evitata da tutti, anche dagli agenti immobiliari.

Poco prima dell’alba, Luna era andata via con la promessa di ritornare al crepuscolo. Anche per la Reina de la Noche, questa notte non era stata facile. Lo scontro l’aveva messa a dura prova ed ero ormai certo che se non eravamo ancora intorno a una bara e, al suo interno, l”Oste con il suo abito migliore e con le braccia incrociate sul petto, era dovuto a qualche cosa che aveva fatto la vampira: doveva esserle costato parecchio.

All’alba la pulizia era ormai completata, tuttavia continuavamo a cincischiare, chi continuando a sistemare sedie intorno a un tavolo spostandole di  pochi centimetri, chi spazzando a terra, chi rimettendo in ordine le bottiglie nella – come la chiama l’Oste – ‘cambusa’, chi tirando a lucido per l’ennesima volta il ripiano del bancone. In tutti gli anni di gestione della taverna – non so quanti – l’Oste e Narciso si erano guardati bene dal fare una pulizia a tale livello di perfezionismo, tuttavia in questo momento lasciava dietro di sé un senso di inutilità totale se non per un unico aspetto per noi essenziale: non crollare. E non era il sonno che ci mancava. La ragione di tutti era stata messa alla frusta, la porta aperta dal licantropo che aveva lasciato entrare in questo mondo le Anime Mannare si era chiusa, ma in tutti noi aveva lasciato una scia inquinata e tracce di debilitazione dopo avere combattuto e sconfitto una brutta malattia, lasciandoci per sempre segnati dal dubbio che potrebbe ritornare.

tiZ si propose per fare a tutti ‘nu bello cafè, proprio come lo pronuncia l’Oste.

Per la prima volta in queste ore di febbrile attività ci guardammo negli occhi, tutti pensammo a El Rojo all’unisono, ricordammo la sua espressione quando ci propone quella bevanda che in tutto il Messico solo lui, Narciso e tiZ riescono a fare al punto giusto “espressa” e – come dicono loro – con le tre ‘c’. Cumme Cazz’ Coce ricordo l’espressione divertita dell’Oste quando me lo spiegò la prima volta. L’Oste ama trasmettere quello che sa, quello che sente, le emozioni che prova e lo fa senza aspettarsi nulla, se non un possibile scambio. Si illumina quando incontra qualcuno che, dopo avere superato il primo impatto di quella che viene etichettata come “logorrea”, “pedanteria” o “sacceteria”, ricambia la condivisione.

“Aggiungine due, tiZ”.

Prima che qualcuno di noi potesse rispondere a tiZ, la voce di Narciso risuonò nella taverna. Feliz Gutierrez, il dottore, gli era accanto.

Cinque minuti dopo, un’aroma di caffè pervadeva la taverna come ogni mattina: era la prima cosa che faceva l’Oste appena sveglio. Sette tazzine di caffè fumante al centro di uno dei pochi tavoli rimasti integri e sette sedie intorno.

Narciso sorseggiò brevemente dalla tazzina. “Marò cumme cazze coce!” esclamò ritraendo le labbra dalla ceramica. Poi iniziò il discorso che non avremmo mai voluto ascoltare:

“Compadres, so che siete macerati da una domanda. El Rojo…il nostro amico Oste…il mio socio…mi hermano…è…è…” s’interruppe bruscamente, due lacrime solcarono le sue paffute guance, un sasso grosso come un pugno doveva essergli spuntato in mezzo alla gola, deglutì un paio di volte, l’espressione del viso si contrasse in una smorfia trattenuta, stava lottando per non scoppiare in un pianto dirotto, tossì, con la voce roca infine disse: “Feliz, non ce la faccio. Continua tu, por favor”.

Si lasciò cadere sulla sedia, piantò i gomiti sul tavolo e sprofondò il viso tra le mani, nascondendolo alla nostra vista.

Feliz si alzò in piedi, in viso un’espressione funerea come se fosse il suo funerale, iniziò a parlare con tono pacato:

“Compadres, l’Oste non è morto. Ancora non è morto. Ma se la passa davvero male. Clinicamente l’Oste è in coma.”.

Fece anche lui una pausa. Il peso di quelle parole lo schiacciavano e piombarono su tutti come una lapide di marmo sulle nostre speranze.

“E’ molto grave. Ha perso molto sangue. Ho estratto il proiettile che si è fermato a un paio di centimetri dal cuore. Diaz e Cesar ora sono accanto all’Oste. Cesar è in uno stato confusionale preoccupante, ma non ha sentito ragioni: rimarrà accanto al letto dell’Oste fino a che non si desterà. Se si desterà…”

Deglutì ancora, prese la tazzina, portò le labbra alla ceramica e solo allora si accorse che il caffè era finito. Ripose la tazzina sul tavolo e continuò:

“Come medico, voglio essere chiaro con voi. Lo devo a voi e lo devo all’Oste. Casi di questo tipo sono disperati. Le probabilità che le condizioni migliorino e sottolineo “migliorino”, non ho detto che il paziente si svegli, sono al di là della Medicina. Il fatto che l’Oste sia in coma e non sia già sotto un metro di terra è qualcosa che anche esula dalla Medicina. Ma Narciso mi ha detto che qui con voi c’era Luna. E anche ciò che è accaduto stanotte esula da un qualsiasi contesto scientifico.

Ciò premesso, ribadisco che l’Oste non è…non è morto. L’Oste è tra la vita e la morte. ‘In viaggio per Xibalba’ dicono da queste parti. Non ha ancora oltrepassato le porte del regno dei Morti e dobbiamo fare qualcosa per convincerlo a non oltrepassarle.

In alcuni casi – rarissimi – il paziente si risveglia dal coma.

La Medicina ne ignora le ragioni scientifiche: alcuni di questi pazienti riferiscono di avere sentito una voce richiamarli, si sono destati e hanno ritrovato accanto le persone care, che si sono alternate, giorno e notte accanto al letto, senza fare mancare mai la loro presenza sia fisica sia spirituale. Non ho avuto mai la fortuna di assistere a uno di questi miracoli, anzi sono professionalmente scettico. Però, fino a che il cuore pompa sangue e i polmoni soffiano aria nel corpo di El Rojo, io non chiudo nessuna porta. Vale tutto, vale tutto.

Narciso, continua tu…io ho bisogno di sedermi, ho una certa età e non mi sono mai abituato a questi discorsi…Mi sento terribilmente stanco.”.

Il dottore, visibilmente provato, si sedette, spinse la mano verso la tazzina, esitò, si ricordò che il caffè era finito e con un gesto di disappunto la ritrasse.

Narciso si alzò, in viso un’espressione completamente diversa di quando aveva iniziato a parlare, faceva quasi paura: era il segno che non aveva mollato, che non aveva ceduto alla disperazione, un segno di vita. Fece scivolare la sua tazzina del caffè, ancora piena a metà, davanti al dottore, gli sorrise e salì in piedi sulla sedia. L’Oste, a questo punto, gli avrebbe sicuramente fatto una delle sue battute moleste.

Avvertii una morsa in petto, il collasso di entrambi i polmoni, l’aria soffiata in alto verso la gola, che però era serrata da un nodo scorsoio stretto attorno: l’aria rimase nel mezzo, non poteva salire, non poteva scendere. I miei occhi si inumidirono, stavo per piangere, ma non uscì una sola lacrima: gli occhi però mi dolevano come se avessi pianto a dirotto per ore.

Narciso pronunciò queste parole:

“Compadres, come ha detto il dottor Feliz, l’Oste non è morto. Non ancora. Ma non ce la farà se non riceverà un aiuto. Tocca a noi, compadres! Ognuno di voi può fare la sua parte. Sono sicuro che tutti insieme abbiamo una possibilità di allontanare l’Oste dalle porte di Xibalba. Il suo viaggio ormai è iniziato e – non ci illudiamo – non sarà facile farlo ritornare sui suoi passi.

Perciò vi chiedo:

se volete bene all’Oste, se volete che ritorni in taverna e continui a stonarci le orecchie con i suoi logorroici discorsi, se provate un qualunque sentimento per l’Oste, questo è il momento di fare qualcosa.

Se non volete, non siete obbligati.

Non avete alcun obbligo verso l’Oste e nemmeno verso di me. Non dovete farlo per cortesia, accondiscendenza o pietà, ma perché lo sentite veramente. So che avete tante cose da fare e la taverna è solo un momento in cui volete rilassarvi, passare un po’ di tempo in compagnia, anche se solo di una bottiglia. Perciò, questa taverna – qualsiasi sia la vostra scelta – resterà fedele al motto dell’Oste ‘Mi casa es tu casa’.

Solo provando veramente un’emozione, desiderandolo onestamente, ogni scusa, ogni contrattempo, ogni impegno verranno meno: solo un sentimento d’amore per l’Oste potrà avere una possibilità di riportarlo qui, tra noi, insieme a noi, uno di noi.

Cosa potete fare per l’Oste?

Per l’Oste scrivete due righe, un pensiero, una lettera, un racconto, una poesia. Fate un disegno, fate qualcosa in cui riversate passione e amore, la vostra vera passione. E dedicatelo all’Oste.

Non serve nulla di eccezionale, di straordinario, è sufficiente la normale passione, onestà e genuinità nel sentimento, nell’intenzione. Nient’altro.

Raccoglierò i vostri pensieri per l’Oste e, accanto al suo letto, giorno e notte, glieli leggerò, racconterò, descriverò. La mia voce gli arriverà, statene certi.

L’Oste li ascolterà.

E se avvertirà il vostro sentimento, ritornerà da noi, da chi gli vuole bene.

Per l’Oste!…e fanculo a Xibalba!”.

Ciò detto, ognuno di noi rimase in silenzio.

Narciso riprese la parola e con voce ferma e squillante disse:

“Dichiaro aperta la caccia al lupo”

“To be continued” e, se volete l’Oste di nuovo tra noi, continuate voi.

Post Scriptum sul discorso di Narciso:

Narciso non conosce Internet e il linguaggio di noi blogger. Ciò che ha lanciato non è altro che un appello, un tagPer l’Oste!”. Un tag senza regole se non quella che sia dedicato all’Oste e di avvisarmi segnalando nei commenti il link. Lo riposterò.

Chi vuole fare ritornare l’Oste, può scrivere due righe nello spazio dei commenti, un racconto intero, pubblicarlo qui oppure nel suo blog, scrivere dei versi, una poesia, creare un disegno o un oggetto, scattare una fotografia, ciò che si sente di fare con autentica passione, la propria passione.

Chiunque abbia letto questo racconto è invitato, chiunque ha “conosciuto” l’Oste e Narciso è invitato. Chiunque voglia fare qualcosa con passione è invitato.

L’Oste è un personaggio che potrà ritornare o andare via. Lo deciderà la vostra scelta. Prevarrà l’affetto o l’indifferenza?

Non vi è alcun giudizio di merito o demerito in tutto ciò. Vale tutto. Entrambe le scelte sono vie valide, legittime per la storia. Ho deciso di mettere sull’altare della storia questo personaggio cui sono molto legato, come Abramo con il figlioletto Isacco, un padre pronto a sacrificare il figlio. L’Oste come Isacco, un mio “figliolo”, ubbidiente, pronto ad accettare il volere del padre. Lo rimetto nelle vostre mani.

Io sto qui e smisto a Narciso la posta.

Grazie a tutti.

Per l’Oste!

Fine?

Lo que construimos se acabó, lo que construimos se acabó. Fue sólo nuestro, fue sólo nuestro.

giaguaro-pipistrello-maya

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Onda sonora consigliata: Thy Will  cantata da Hillary Scott & The Scott Family

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76 pensieri su “Batmancito [Ep.#21] – Epilogo?

  1. Liza

    …Fu difficile riprendersi da quel bagno di sangue…
    ..e il discorso del piccolo Narciso mi fece frantumare dentro…ma una cosa potevo farla…potevo preservare l’Anima di Oste nella Katana degli Spiriti…almeno finche’ non avessimo trovato un modo,qualunque modo per riportarlo indietro.
    Certo il metodo sarebbe stato cruento e doloroso ma almeno nessuna di quelle schifose creature infernali avrebbe torturato quell’anima grande e generosa…dove parlarne con gli altri buttai giu’ il caffe’ corretto che mi scosse il cervello e mi permise di prendere la parola…

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    1. A prima mattina ci vuole nu bello cafè e pure una bella brioche caldacalda prima di iniziare a ragionare…un po’ di pane caldo, burro e confettura di visciole sarebbe in non plus ultra, (ma le visciole dove le vado a prendere in Messico?!?)

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        1. Ahahahah non sai cosa sono le visciole? Spesso confusa con l’amarena, la visciola è una qualità di ciliegia selvatica di colore rosso scuro. Al naturale la visciola risulta – come tutta la frutta selvtica – avere un gusto amarognolo, acido. La morte-sua è la confettura o sciroppata. In due casi potrei anche uccidere: il gelato alla visciola (rarissimo! A Roma lo trovo solo da un gelataio) e a guarnizione delle zeppole si San Giuseppe di mammà (in quest’ultimo caso può andare bene anche l’amarena come metadone). Sono un tossico dipendente dI amarene e visciole sotto qualsiasi forma ed estratto.
          Se ne vuoi sapere di più, di seguito il link alla visciola di Cantiano, molto rinomata.
          http://www.cantianoturismo.it/tipicita_sub_visciola.php

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  2. Io faccio l’unica cosa che posso fare… andarmene.
    E non prendertela, starò via un po’ dalla taverna… mi farò sentire nei commenti, nelle conversazioni… sono solo lettere però, forse sms o whatsapp, ma niente di più.
    Sorry man, ma tu sai che più di questo non posso fare.
    Il mio viaggio incomincia ora e chi sono io per perdere questo maledetto treno?

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    1. Buon viaje Zeus, so che dove sei diretto…all’Inferno e ritorno. Ritorna eh? E se vedi l’Oste digli di non fare tardi, qui stanno arrivando tanti compadres, alcune care e vecchie conoscenza, ma anche alcuni nuovi della taverna. Non può mancare solo lui.
      PS: digli pure che Narciso è incazzato come una bestia. Aizasse o’culo e tornass’a casa soja. ‘Sta casa aspetta a vvujie!

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      1. Farò il possibile, ma non credo sarà un viaggio così breve. ‘sti giri in treno durano una vita! 😉
        Vediamo cosa succede, sai? Io, comunque, ti tengo aggiornato, metti te che vuoi sapere qualcosa… Non so.
        PS: digli a Narciso di star tranquillo, che se lo vedo lo richiamo all’ordine.

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  3. M’hai richiamato alla mente ricordi lontanissimi dell’infanzia nella mia valle..
    .
    Manciate di visciole agre
    e pure dolcissime
    noccioli e gambi e soltanto
    un baffo di polpa
    rugosa di sole.
    Le corse in discesa
    dalla sorgente
    giù fino al ponte
    dove il torrente canta,
    ogni giorno, al tramonto,
    l’incantesimo eterno
    che fa sbocciare le stelle.
    Dopo il sussurro notturno
    la vita rinasce.

    Non so se può servire all’Oste, ma io ci credo.

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    1. Che belli questi versi!
      Rendono invitanti le visiole anche con le parole.
      L’incantesimo eterno della poesia…credo potrebbe servire all’Oste.
      Considera poi che l’Oste ammazzerebbe per un vasetto di visciole di Cantiano o una zeppola con tre-quattro visciole che affondano in una collina di crema. A Xibalba, zeppole con le visciole se le scorda.
      Narciso ringrazia. Leggerà questi versi all’Oste.

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  4. Ho saltato qualche episodio, torno e trovo questa cosa: “Avvertii una morsa in petto, il collasso di entrambi i polmoni, l’aria soffiata in alto verso la gola, che però era serrata da un nodo scorsoio stretto attorno: l’aria rimase nel mezzo, non poteva salire, non poteva scendere. I miei occhi si inumidirono, stavo per piangere, ma non uscì una sola lacrima: gli occhi però mi duolevano come se avessi pianto a dirotto per ore.” Lirica, tenera, delicata e mi sono commosso (mannaggia a te, ma pure a me). Una descrizione tanto pulita e onesta (e lo so cosa vuol dire avere a che fare coi sentimenti, prima del coraggio ci vuole onestà con se stessi e con gli altri). La chiusa è perfetta, manca di nulla, hai modulato emozioni e parole con le mani di un pianista che sfiora i tasti senza graffiarli. C’è molta autobiografia (quella che conta davvero) in questo tuo ultimo scritto; si sente e si vede. Penso che tu sia entrato nella storia più di quanto immagini, l’Oste sarà pure della malora, ma porcamiseria se lo hai accudito come un figlio fino all’ultimo. E vedo che non ti rassegni e cerchi di tenerlo in vita. Il minimo che possiamo fare è di provarci anche noi. In settimana ti mando un articolino, tutto tuo, tutto suo. Notte Clà, un abbraccio

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    1. Mannaggia a te come riesci a leggere in-su-per-tra-fra le mie righe di una storia di un bardo alticcio a una platea già parecchio avanti nel sonno e nella brilla allegria. Ma il bardo continua a raccontare perché quello sa fare, almeno ha consacrato la sua umile vita a questa cosa del raccontare. Mannaggia a me che ci ci ritrovo dentro pure del mio, troppo personale per accademiche critiche, ma non è bello ritrovare un po’ di se stessi in una storia che ameresti sentirti raccontare?
      Notte OnGiancà. Narciso ti ringrazia e inizia ad avere qualche speranza in più per il suo socio di una vita…sono già in tanti che si sono (com)mossi. Che bella parola con-muovere!

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  5. Esiste un tempo in cui tutto si consuma,
    Lieve come piuma,
    Decisa come lama.
    Esiste un tempo in cui ogni certezza crolla
    E una nuova via va a determinare.
    Stranita dagli eventi resto,
    Come se non dovessi avere memoria.
    …e invece non dimentico..
    E insieme al tempo perdono
    Spalla , a spalla con chi resta
    Gomito a gomito con chi osserva oltre…
    e una nuova storia va a nascere. ..

    .

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    1. Bellissimi versi! E quel spalla a spalla….Mi è parso di vederlo con i miei occhi per davvero. Mentre le note di Hans Zimmer andavano in un crescendo sempre più maestoso e incombente, perentorio, ineluttabile.
      tiZ hai incastrato i versi con la musica come tu solo riesci a fare e farmi vedere attraverso cose nuove. una storia nuova va a nascere sempre quando c’è chi è disposto ad ascoltarla e accoglierla dentro di sé con il cuore e con un po’ di fede nella Meraviglia.
      Spazza via il cinismo e gli ostacoli, non tutti, alcuni sono davvero molto alti, altri molto profondi, ma la maggiore parte riesce a farteli saltare e vedere – lì davanti – il traguardo. E anche se se l’ultimo del gruppo, chi se ne fotte…c’è papà che ti applaude e mammà con l’asciugamano (che prendi freddo) e il thermos di thè caldo,
      Narciso è commosso, non riesce nemmeno a zompettiare di gioia come farebbe di solito. Leggerà all’oste questi versi, prenderà il suo mangianastri e farà ascoltare questa musica all’Oste.
      Quasi morto, ma non ancora sordo…non ancora sordo al richiamo di chi gli vuole così bene.
      “Esiste un tempo in cui ogni certezza crolla”, vero nella realtà, ma a El BaVon Rojo nulla è come appare. Grazie.
      E complimenti po’cccafé…quando sono stato in Messico – lo posso dire ora – era una vera chiavica.

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      1. Mi sono immersa come lava nel mare, come una cosa che ora mi può trattare.. e mi ci rivedo (non si potrebbe dire, ma chi se ne importa ) .. tutto muta, continuamente e bisogna respirare a fondo per andare avanti senza giudizio. . Per credere ancora nella forza della propria “lancia” e comunque andare avanti con chi a dispetto di pochi ha visto la stessa luce e fedele prosegue. …

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        1. In hoc signo vinces. Segui dove punta la lancia.
          “Mi sono immersa come lava nel mare” …come la lava procede lenta senza ostacoli e attraverso qualsiasi cosa fino al mare e poi diventa testimonianza del passato e solida base per il futuro. Bellissima frase, da incorniciare.

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  6. Oste della malora, che sono questi scherzi da prete? Per caso sei passato nel mondo dei preti? Sveglia, perché aspetto ancora il sequel del racconto a sei mani. Avevi promesso di riprenderlo a settembre ma siamo a novembre – va bene manca poco 😀 – e tu voi andartene?
    Ogni promessa e debito, ogni debito è una promessa di pagherò. Forse non c’entra nulla ma mi è venuta così. 😀
    Eh! ragazzo, ti aspetto.

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    1. I debiti ti seguono anche da morto nel mondo di El BaVon Rojo! L’Oste è un uomo di parola e dopo queste tue che Narciso riferirà potrebbe ricordargli che non se ne può andare così lasciando promesse non mantenute. Ne va della sui ono…memoria. Per l’Oste…e i suoi posteri. 🙂

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    1. Chi ha scritto “vampiro”? 😉 Luna non lo farebbe – lo ha detto a Narciso – ma le sua confidenza con il liquido ematico le permette di avere dei rimedi che non definirei della “nonna” o “naturali”…L’Oste è “solo” in coma. Non ho controllato se ha un paio di buchi sul collo, però…conpadre, io ho fiducia.

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      1. No, niente illazioni, solo una idea che mi si è fatta largo nel cervello tra le ragnatele. In ogni caso preferisco non indagare sui metodi della sunnominato Luna. Mi basta sapere che il nostro oste possa tornare ad avvelenare nemici ed amici con i suoi diaboli intrugli…

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                1. Tranquilo conpadre, lo so. Io ci ho provato. L’ultima volta mi è andata bene, ricordi? 😉 Questa no, pazienza. Ci sarà un’occasione, dai. Per ora godiamoci questi nostri scambi così densi ogni volta. Grazie ancora di essere qui a El BaVon Rojo!

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    1. Gesummmaria! Hai letto come se avessi una muta di licantropi alle calcagna 😉
      Respira, riposati.
      Narci’ guarda un po’ chi c’è qui?
      Narciso lascia le stoviglie che aveva in braccio e in mezzo a un frastuono di ceramica e vetri rotti urla: “tatuuuuuuzzzabbelllaaaa!”
      Spicca un salto e le si butta in braccio. Quasi la fa cadere. Si abbarbica alle sue spalle, infila il suo muso tra la spalla destra e il collo di Tati e scoppia in un pianto a scroscio e singhiozzante. Liberatorio.

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      1. Narcì!!! Narciso bello quanto tempo… ma santamaradona!,
        (… lei stringe la creatura e ciodola e ondeggia su ‘sti piedi ballerini chiusi in scarponi bordò che però carichi di polvere sembrano marroncini… piangere di gioia è una gran cosa, una gran bella e liberatoria cosa.)
        mi assento un po’ un momento ( occhei un po’ più di un momento… lo ammetto) e fate tutto ‘sto casino, la taverna!!! Mannaggiamiseria… possibile che non si riesca a tenerla in ordine! Ogni volta capita qualcosa 😉
        ( apre la borsachemaripoppinslevatiproprio e tira fuori un sacchetto delle nocciole più buone della terra, quelle sue, una scatola di latta rossa e gialla con dentro i cioccolatini più deliziosi che ci siano)
        Sediamoci… e se lo porta sulla sua poltrona a nido, tra i cuscini… fiu! ci sono ancora 😀

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