Batmancito [Ep.#17] – I Fantastici Quattro dell’Avemmaria

Sono quattro, sono fantastici, ma non sono super-eroi: sono I Fantastici 4 dell’Avemmaria (mixed by RedBavon)

Segue da Ep.#16. FIAT PAX IN VIRTVTE TVA

I due nuovi arrivati stanno per uscire dalla penombra. Ho notato il loro ingresso soltanto io.

Questi hijos de puta lupa sono troppi, Batmancito sta trattenendo il loro capo, altrimenti qui saremmo tutti già a Xibalba a fare fiesta con l’Oste.

Devo avvisare i compadres!

Faccio per rivolgermi verso i miei compagni quando una gelida paura spinge tutto il mio sangue al cuore, sono assalito dall’angoscia e il terrore, provo una raggelante oppressione in petto da levarmi il fiato e quando torno a respirare, caccio un urlo:

“Narciiisoooooo, nooooo!”

Narciso è stato scaraventato a terra da uno dei licantropi, un altro gli è saltato addosso e il piccoletto è scomparso dietro una pelliccia scura scarmigliata di sangue e bava.

Il cuore mi batte a mille, le mani fredde e umide, serro il pugno intorno a Pungolo, la gola come stretta in un nodo scorsoio, mi manca il respiro, ignoro i due nuovi arrivati e corro urlando: “Narciiiisooooo!”.

I miei pensieri scorrono a velocità rapidissima. Prima l’Oste, ora Narciso, no! Non può essere! Non può essere vero, è solo un incubo. Mi risveglierò domani mattina tutto sudato e poi andrò a dirgliene quattro all’Oste. Basta con quel fiele che chiama “grog, il nettare dei pirati”.

Ho quasi raggiunto il licantropo, intravedo Narciso: con l’arco di traverso blocca all’altezza del collo la creatura mostruosa che cerca di staccargli la testa con un morso. Bava, urla, sangue. Pungilo emette di nuovo quel suo bagliore, carico il fendente dall’alto, porto il braccio armato al di sopra e oltre la mia spalla, ma prima che possa calarlo, vengo sorpassato da un enorme macchia scura, il cui passaggio provoca uno spostamento d’aria che mi fa vacillare e perdere il momentum.

Subito dopo sento un ululato, un lacerarsi di carni, un altro ululato, zanne che affondano, cartilagini che collassano, un latrato orrendo, ossa che si frantumano, un guaito straziato e poi il nulla.

Narciso è disteso a terra in una pozza di sangue e altri umori. L’arco appoggiato di traverso sul suo petto. È…immobile –  Dio ti prego – gli occhi sono chiusi… è…

È vivo! Il suo torace si muove, lo vedo ansimare. Ha riaperto gli occhi!

Su di lui troneggia una massa nera, immobile su quattro poderose zampe ben piantate ai lati del corpo del nostro piccoletto:  lo sta proteggendo. Il corpo dilaniato di un licantropo è riverso lì accanto, gronda sangue, lembi di carne penzolanti, ossa esposte alla vista, pelliccia raggrumata a interiora.

Narciso scivola di lato, si issa con qualche difficoltà, facendo forza sulle ginocchia e aiutandosi con entrambe le mani, poi si porta accanto alla massa scura immobile e inizia ad accarezzarla e darle delle pacche sull’enorme testa. Sento sussurrargli mentre lo bacia tra le orecchie: “Bravo Honda, bravo o’guaglione nuost’”.

Di fronte a me si erge Honda, nero come la pece, imponente e massiccio. È uno sbavosissimo mastino napoletano più grande di qualsiasi altro suo simile, dalla muscolatura sviluppata ed evidente. Honda è il cane dell’Oste o, meglio, come mi disse El Rojo, è il cane che scelse lui.

Una volta, El Rojo mi ha accennato qualcosa: Honda era un randagio, aggressivo e destinato a essere abbattuto. Non si fidava del genere umano, “un cane misantropo” così lo ha definito l’Oste. Quando s’imbatté in Honda, quel molosso nero lo fissò dritto negli occhi, gli andò incontro e gli porse la punta del suo muso come un regalo. L’Oste capì subito che le loro strade non si sarebbero più separate.

Non è un cane come i suoi simili e non solo per via della sua mole: tutti i cani seguono il proprio “padrone”, Honda no. Anzi, se ne va spesso per i fatti suoi, ma quando l’Oste ha bisogno delle sue mascelle e delle sue possenti zampe gli è sempre vicino. Honda, il migliore amico dell’Oste. Ma non di Narciso. Pare che tra i due non ci sia grande affiatamento perché Honda non si fida degli uomini, ma non sopporta in particolare due tipi di persone: i mendicanti e i bambini. Narciso ha la taglia di un bambino. L’Oste mi disse che, prima o poi, continuando a bazzicare la taverna, lo avrei incontrato e mi avrebbe raccontato tutta la storia.

Rivolgo lo sguardo di nuovo all’Oste immobile sul pavimento, Diaz e Cesar si stanno battendo con coraggio sebbene armati di due miseri pugnali. Non l’hanno sfiorato nemmeno con un pelo quelle bestiacce immonde. Oste, non mollare, hai ancora un debito di un’altra storia da raccontarmi!

Improvvisamente sento un urlo: “Attento!”. Mi giro di scatto e una figura esile mi travolge riuscendo a sradicarmi letteralmente dal pavimento e a portarmi con sé nella caduta. Per un istante chiudo gli occhi d’istinto e, non appena riaperti, vedo accanto a me una donna, che in modo scomposto cerca di rialzarsi rapidamente per sottrarsi a un licantropo che ha spiccato un balzo sulle quattro zampe da qualche metro di distanza.

Non avevo notato la presenza della bestia poiché era rimasta riversa a terra, fingendosi morta, pronta a ghermire il primo dei nostri che si fosse avvicinato.

Durante la caduta, Pungilo finisce a qualche metro di distanza, mentre io, vedendo questo enorme lupo avvicinarsi, mi stavo ormai rassegnando all’idea che avrei compiuto – mio malgrado – l’ultima grande scoperta della mia vita: Xibalba.

Shuang gou (o Spada a testa di tigre) – Cina

La donna porta le mani dietro le spalle e alza oltre la sua chioma scura due spade uncinate dalla lama a forma di mezzaluna, due Shuang gou in uso nell’antica Cina settentrionale. Le ruota con un’eleganza da rimanere ipnotizzati e si para davanti al licantropo. Vedo un guizzo malefico nel suo sguardo di brace d’Inferno, ringhia esponendo le sue zanne giallastre, sbava copiosamente. La donna aspetta il suo attacco, con una finta lo evita e contrattacca: infilza le punte delle due spade all’altezza delle scapole della bestia, lo tira a sé, strappa via carne e lame, il licantropo vacilla all’indietro, poi perde definitivamente l’equilibrio. La donna quindi scivola di lato mentre la bestia è in caduta e cala sul grosso muso la scintillante mezzaluna delle spade con una forza sorprendente per la sua taglia minuta. Il cranio del licantropo va in frantumi, letteralmente. I due occhi schizzano fuori verso l’alto, una parte di muso con naso e zanne finisce lungo il pavimento e percorre alcuni metri. Il resto giace a terra in una pozza di liquido ematico e materia cerebrale.

Liza! Mi pequeña Liza!” esclama Narciso, correndole incontro. Honda lo segue da presso, trotterellando come se fosse a spasso con il “padrone”.

Liza prende tra le sue mani il viso del piccoletto e lo bacia sulla fronte, dicendogli:

“Aiò Narciseddu, seu meda contenta de ti biri”

Alza gli occhi, spazia intorno con lo sguardo, poi di nuovo si rivolge a Narciso con un tono tra la dolcezza e la reprimenda:

“Circasti a fustigheddu, Narciseddu meu!”(1)

Narciso le ribatte con un sorriso in quella lingua a me sconosciuta:

“De amigos est bonu a nd’haer finzas in domo de su diaulu” (2) 

Liza è una donna minuta, al di sotto del metro e settanta, un viso allungato, una ridotta muscolatura facciale, un taglio vagamente medio-orientale, occhi colore ambra profondissimi, occhi che parlano, occhi che non mentono. Porta i capelli corvini raccolti in uno chignon molto scomposto, tanto da conferirle un aspetto vagamente selvaggio e fintamente trasandato: i capelli, infatti, sono raccolti con diverse ciocche lasciate libere e indisciplinate. I suoi abiti fanno capire che nulla è lasciato al caso: pantaloni neri aderenti che modellano le anche tondeggianti, una giacca nera aperta sul davanti, corta, arriva appena al di sotto del seno. Sotto la giacca, una camicia e un corpetto: la  camicia bianca di lino, ornata con ricami sul davanti e sulle maniche, presenta un’ampia scollatura incorniciata da una ricercata cucitura di pizzo e arricchita da bottoni d’argento; sopra la camicia indossa un corpetto minimo, praticamente una striscia di stoffa, che fascia il corpo sotto il seno, sostenuta da sottili spalline.

Liza si slaccia dalla cintola una catena arrotolata dai cui estremi pendono una falce d’argento e un peso d’acciaio, è un Kusarigama giapponese, lo porge a Narciso e lo esorta:

“A mussiu de cani, scarraffiu de gattu!”(3)

Narciso impugna la catena e fa roteare velocemente prima la falce poi il peso dall’altra estremità, sfoggia un riso sardonico, particolarmente inquietante e malevolo: “A questi lupi bastardi facciamogli perdere il pelo per sempre!”

Senza proferire parola, come se telepaticamente avessimo ricevuto un comando collettivo, ci disponiamo tutti e quattro su una linea orizzontale rivolta verso il centro dello scontro che infuria tra i licantropi e i compradres: Liza e io agli esterni, Narciso e Honda nel mezzo.

Liza, Honda, Narciso, Ulysses (by RedBavon) Le proporzioni sono corrette…Narciso è alto quanto Honda seduto.

Pungilo risplende più che mai.

I primi passi lenti poi una corsa inarrestabile urlando con tutto il fiato che rimane in gola:

”Oste la Victoria…. SIEMPREeeeeee!”

To be continued

—-

Modi di dire in sardo:

(1) “Circasti a fustigheddu” Cercasti con il bastoncino… per metterti nei guai
(2) “De amigos est bonu a nd’haer finzas in domo de su diaulu”. È bene avere degli amici anche a casa del diavolo.
(3) “A mussiu de cani, scarraffiu de gattu”. A morso di cane, graffio di gatto. Richiamando la proverbiale rivalità tra cane e gatto, si invita chi ha subito una cattiva azione a reagire in modo altrettanto violento e deciso.

giaguaro-pipistrello-maya

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Onda sonora consigliata: Killing Strangers cantata da Marilyn Manson

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