Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#4 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Da onesta taverna affacciata sul mare e nulla più a luogo di un efferato omicidio non è esattamente il salto di qualità che ci si aspettasse, anche se a gestirla è quella strana coppia dell’Oste e il nanerottolo. Se poi si aggiungono Tati e Zeus, le cose non possono che andare…a ramengo. Il che non significa che non sia un bene.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#3

Blue Blood

Poco dopo l’arrivo dei due federales, sopraggiunge a El BaVón Rojo il medico legale, cioè il più anziano tra gli unici due dottori che si prendono cura dei malanni e acciacchi di tutti gli abitanti di questo villaggio stretto tra il mare e la palude infilate nel culo del Quintana Roo.

Feliz Gutierrez è un ometto corpacciuto, alto un metro e sessanta-sessantacinque, quasi del tutto calvo, ai lati resistono capelli neri come pece con qualche rara traccia di bianco, ampi baffi fanno da cornice superiore a una carnosa bocca, una marcata fossetta al centro del mento dà l’illusione che porti un pizzetto a punta. Sulla sessantina passata, non è nativo di qui, ma si dice in giro che fosse un luminare della medicina e stimatissimo professore all’Universidad Autonoma de Yucatán a Mérida. Capitato da queste parti per trascorrere una vacanza in riva al mare dei Caraibi, lontano dalla frenesia della città, si era ritrovato nel mezzo di una strana influenza che colpiva i niños con febbre altissima e se li portava al Creatore. Fedele al giuramento di Ippocrate, aveva mandato a ramengo i suoi progetti di vacanza sorseggiando piña colada all’ombra di palme e si era gettato, anima e cuore, nell’assistenza e la cura dei bimbi. Ne aveva salvati parecchi, ma altrettanti erano finiti sotto una piccola croce immacolata nel cimitero del paese. Da allora, non aveva più lasciato questo paradiso per i mosquitos più molesti di tutto il fottuto pianeta.

All’epoca di quella strana influenza, le cui cause rimangono sconosciute, sebbene si vocifera che El Rojo, Narciso e il dottore avessero scoperto qualcosa che non avevano mai rivelato a nessuno tranne ai più anziani del paese, Feliz era diventato un assiduo frequentatore della stamberga gestita da El Rojo e il socio nanerottolo.

Durante quel maledetto dicembre, El BaVón Rojo era stato adibito a improvvisato ospedale: le poche camere per gli ospiti, la sala grande e anche le camere personali dell’Oste e Narciso erano state allestite alla bene e meglio per i niños malati. Insieme al dottore, El Rojo e Narciso si erano prodigati per cercare di alleviare le pene dei bambini e dei poveri genitori, resi ancora più disperati dal tangibile senso d’impotenza.

El Rojo aveva barattato tutte le sue riserve di alcolici, anche quelli più pregiati della sua scorta personale, in cambio di medicinali; Narciso aveva venduto a una cifra davvero imbarazzante la sua collezione di album completati fino all’ultima figurina di tutti i Campionati italiani di calcio dal 1975-76 al 1989-90 e le due figurine di Diego Armando Maradona degli anni dello scudetto del Napoli, autografate proprio dalla Mano de Dios del Pibe de Oro.

Feliz si era perciò legato particolarmente alla strana coppia di gringos della taverna. La loro amicizia era nata in questa situazione d’emergenza e si era rinsaldata quando, passata la tempesta virulenta, si erano ritrovati seduti intorno al tavolo a bere e discorrere fino a notte fonda. A volte, li aveva sorpresi l’alba, ancora nel pieno di risate, discussioni, racconti. Il dottore è un’eccezionale incassatore di parole e alcol: durante la strana influenza, poiché El Rojo aveva venduto tutto l’alcol che aveva in magazzino, il dottore aveva fornito all’Oste delle ottime dritte per distillare il grog. Da allora, il grog era diventato la bevanda ufficiale della taverna. Il merito era anche in parte di Feliz Gutierrez.

Dopo uno sbrigativo saluto ai due federales e uno sguardo pieno di ansiosa pena all’Oste, il dottore saluta Tati con un galante gesto del bacio della mano, sfiorandone appena il pallido dorso, poi – il viso illuminato da un largo sorriso – si avvicina a Narciso e con un’energica manata gli scompiglia i riccioli biondi (che è la seconda cosa che manda in bestia Narciso dopo il pizzicotto sulla guancia); infine, va verso Ego e gli rifila un affettuoso buffetto sulla guancia. I Quattro dell’Ave Maria, che di voti alla Madonna ne dovrebbero fare parecchi se dipendesse da Lei tirarli fuori dai guai in cui riescono a cacciarsi, rimangono immobili sul posto e ricambiano il saluto ostentando un sorriso stiracchiato, tuttavia sincero.

Il dottore s’infila due guanti in lattice di colore verde, una zaffata di odore di talco si sparge nell’aria. Inizia a esaminare il cadavere della donna con la flemma di chi segue un rito ordinario con la sicurezza di un metodo consolidato dall’esperienza. Di fronte a lui, non c’è una donna, ma solo un corpo nel quale un tempo pulsava un cuore e scorreva sangue. Interrogato dal curioso di turno su come possa resistere alla vista di tanti cadaveri, il dottore risponde sempre: “È inutile preoccuparsi dei morti. A me interessano i vivi.”.

Tocca delicatamente alcune parti del corpo della donna, le solleva la mano poi l’altra, solleva e osserva entrambe le braccia, produce una lieve torsione al collo, da una parte all’altra, lentamente. Compie nuovamente le stesse azioni. L’estrema concentrazione è palpabile. Il silenzio intorno irreale.

Gli astanti pendono dalle sue labbra come quei canestri di vimini, appesi a una fune, calati da un alto balcone in attesa di essere riempiti e ritornare su, pieni di ogni ben di Dio.

Sta per aprire bocca e dire qualcosa, quando si azzittisce e con uno scatto, inaspettato per un uomo di tale mole e metodicità, si china sul corpo della donna, si sfila un guanto e da un’ampia macchia di sangue a terra preleva un campione con la punta dell’indice e medio uniti insieme. Ritorna in posizione eretta, strofina il liquido ematico tra pollice e indice, ne spalma un po’ anche sul palmo della mano opposta con un moto circolare, fissa le due macchie per una manciata di secondi e finalmente si decide a parlare:

“Ispettore,  a questa poveretta sono state inferte numerose percosse su tutto il corpo ed è stata ripetutamente e selvaggiamente colpita sul volto, sia a mani nude sia…sì anche con qualche altro arnese. L’unica traccia di una debole resistenza è sotto le unghie della mano destra: vi è del sangue. È chiaramente ancora presto per dire se sia il sangue dell’aggressore o vi siano altri residui di pelle o capelli. Un’altra cosa…potrebbe essere irrilevante ai fini dell’indagine, ma il colore…il colore del sangue: a occhio nudo ho notato una tonalità strana…e infatti vira verso il blu!  – mettendo quasi sotto il naso dell’ispettore il dorso della sua mano sporca di sangue – Guardi qua. C’è un’evidente tonalità bluastra. Probabilmente è solo il tessuto del vestito imbevuto di sangue per tante ore: ha ceduto il colore. In tutta onestà, qui la vera cosa anomala è il colore del vestito di questa disgraziata: un blu mai visto prima.”. 

L’ispettore lo incalza con un’affermazione poco convinta che cerca una conferma in un’eventuale risposta del dottore:”La vittima ha opposto una debole resistenza, quindi può essere che conoscesse l’assassino…”

“Ispettore, il mio lavoro consiste nel ricostruire il modo in cui è finita la vita di un essere umano. Non mi occupo né mi interessa chi è il datore di questo “lavoro”, se lo arrestate o riesce a farla franca. Questi sono fatti vostri e della Policía Federal. Io sono qui solo in veste di impiccione che ne sa qualcosa di medicina e di come funziona il corpo umano. Mi limito ad applicare ciò che so alla scena del delitto.”.

L’ispettore resta in silenzio, incassa la risposta con un sorriso di uno che non l’ha presa molto bene.

Il dottore va verso la parete esterna della taverna, si avvicina a una pompa per innaffiare, raggomitolata nella penombra del portico come un serpente che dorme della grossa, con una mano ne afferra un estremo e con l’altra apre il rubinetto dell’acqua all’estremo opposto. Strofina energicamente le mani e quando ogni traccia di sangue è stata lavata via, chiude il rubinetto, scuote le mani nell’aria e recupera il centro della scena del delitto, butta una rapida occhiata ancora al cadavere e rivolgendosi a nessuno in particolare dice:

“Mmmh…- fa una pausa e fa seguire un lungo e profondo sospiro – doveva essere una bellissima donna. Che grande spreco” – guarda in direzione dell’ispettore – “Dovrò portarla all’obitorio e solo dopo l’autopsia potrò stabilire le cause e l’ora del decesso con esattezza…Per quanto…vista la rigidità di questo bel corpo…Dico io: come si fa?! Come si fa a sprecare tanto dono di Dio!…”

Cesar irrompe bruscamente rivolgendosi al dottore:”Dottore, allora? Concluda…” enfatizzando il sollecito dal tono sgarbato con un gesto delle due mani nel segno di “stringere” il discorso per arrivare a una rapida conclusione.

“Cesarito, muy tranquilo. Stavo dicendo… data la rigidità del corpo posso ipotizzare che sia deceduta verso le due, le tre del mattino.”.

L’ispettore, tirando una bottiglia vuota nella bacinella e afferrandone un’altra piena con la stessa mano, aggiunge: “È già qualcosa, Feliz.” e, con un secco gesto, stappa la bottiglia di cerveza con l’accendino.

Si rivolge a Cesar e lo esorta:”Staccati da quello stipite, che anche senza di te la porta regge benissimo: ora dobbiamo cercare l’eventuale arma del delitto: un bastone, una mazza, una spranga…Datti da fare.”.

Si gira ancora verso il dottore e aggiunge:”Dottore, sicuro che non ci sia traccia di proiettili, di ferite da arma da fuoco?”

“No, lo escludo. Non ci sono fori di entrata o di uscita, nessun proiettile, a meno che ne abbia ingoiato uno e sia morta per soffocamento…Marcelito, i miei appena quarant’anni e passa di professione medica, senza nulla togliere alla vostra comprovata esperienza di ammazzamenti e morti ammazzati, mi fa categoricamente escludere che si tratti di decesso per asfissia – dà un colpo di tosse per nascondere un principio di risata – Signor Tenente, è un omicidio e l’assassino non ha usato il piombo. La poveretta sarebbe stata grata al suo boia se le avesse usato la “cortesia” di ammazzarla con un mezzo rapido e fulmineo come una pallottola.”.

“Dottore, la invidio. Come fa a trovare la battuta anche in queste situazioni?”

“Difesa, tenente. Auto-difesa, tenente.”.

Marcelo Alejandro Diaz porta la bottiglia alla bocca e la svuota per metà dello schiumante liquido giallastro in un unico, lungo rumoroso sorso. Parte del liquido scorre fuori agli estremi delle labbra.

“Cesar, vediamo di capire chi è…era questa donna. Cerca i documenti, guarda se ha una patente, una carta di credito, una tessera qualunque.”.

La donna non ha nulla addosso: nessun documento, tessera del supermercato, carta di credito, niente soldi. Nada. Non vi è traccia di borse, borsette, borsellini, pochette. Cesar entra in modalità Bloodhound belga e, per tre volte, cerca molto accuratamente per tutta l’area del portico sul retro della taverna: sotto ogni cespuglio, in ogni anfratto, sotto ogni sedia, rivolta tutte le amache e i cuscini. Durante questa affannosa ricerca fuma nervosamente tre sigarette.

Si spinge anche oltre: sulla battigia antistante percorre almeno duecento metri a destra e altri duecento a sinistra, per due volte, avanti e indietro. La seconda volta molto più lentamente della prima. Avanti e indietro. Accende e spegne altre tre sigarette.

Il sergente ritorna al portico visibilmente frustrato dalla “caccia” infruttuosa, quasi masticando il filtro dell’ennesima sigaretta stretta tra i denti, grondante di sudore e carico come una nave porta-container di bestemmie e maleparole. L’ispettore lo apostrofa: “Sergente, una cerveza fresca?”

Cesar passa accanto a Narciso ed Ego, gli lancia uno sguardo truce e, quando li ha sorpassati, digrigna tra i denti un “dolor en el culo”. Prende dalla mano dell’ispettore la bottiglia di birra che gli porge e procede oltre con passo lento e pesante, dicendo: “Io faccio un giro all’interno del locale. Tu senti cosa hanno da dire queste quattro statue di cera…Se però uno inizia a cantare, fammi il piacere di avvisarmi. Non vorrei perdermi la parte migliore di questa giornata de mie… – inciampa in una bottiglia vuota  – Maldita sea!” e sparisce oltre la porta in una tuoneggiante nuvola di bestemmie e fumo.

–>Continua a Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#5

Onda sonora consigliata: Dirty Old Town di David Byrne

These days won’t last forever
These days won’t last for long
You know, somebody somewhere owes us a favor
That’s how things really get done
In this World of Opportunities, it’s a Land of Possibilities

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