Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#3 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Il racconto a quattro mani è diventato a sei mani. Aggiungi un posto al tavolo che c’è un blogger in più: ho il piacere di comunicare che Zeus si è unito a Tati e a questo Oste per offrirvi un menu sempre più adatto ai vostri palati, fini o ruvidi che siano. Il lettore è sempre sacro. Il menu di oggi è: un primo ricco di carboidrati dell’Oste, un proteico secondo di Tati e frutta-dessert-e-ammazzacaffè di Zeus. Alla fine, lasciate una stelletta di mancia. Il caffè è già pagato.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#2

Blu fatuo

El Rojo era rimasto immobile davanti alla scena del delitto. Non era la prima volta che vedeva un cadavere. Nella sua vita ne aveva visti diversi e non solo di morte naturale. In questo buco dimenticato da Dio ma non dagli uragani e dall’umidità, quando un gringo, nonostante gli avvertimenti, si spingeva troppo oltre nella palude e non faceva ritorno alle cabañas entro qualche giorno, El Rojo era il primo a dare l’allarme e a organizzare la spedizione di ricerca e, grazie alla sua conoscenza del luogo e del modo di pensare di un gringo, riusciva sempre a trovare ciò che ne rimaneva, se qualcosa ne rimaneva. Ma questo era un caso particolare. Ci mise un po’ a riprendersi dall’orrore.

Nella sua testa El Rojo inizia a richiamare le memorie del giorno prima e le percorre alternando la velocità tra “indietro veloce”, “stop” e “avanti veloce” alla febbrile quanto disperata ricerca di un ricordo-chiave. Ma più cerca di ricordare, più le immagini della memoria si rimestano in una nebbia bianca e densa come il fumo generato dal ghiaccio secco gettato in un recipiente colmo d’acqua. Di tanto in tanto, la nebbia sembra diradarsi e vi intravede più chiaramente un viso, delle persone, un luogo, un gesto, un particolare. Sorprendentemente i ricordi che riesce a ordinare si contano sulle dita di una mano mozza.

L’Oste inizia a capire che la situazione si sta facendo grave, gravissima. Il suo viso è un sudario bianco. Rivolge lo sguardo a Narciso e con un filo di voce chiede di portargli una birra. Fresca. Anzi due.

Afferra una sedia e vi si accascia con lo sguardo vitreo, nessun pensiero o emozione traspare dalla sua espressione tanto è lo sforzo di concentrazione alla ricerca di quel ricordo, fosse anche uno, che gli serve disperatamente. E gli serve in fretta. Prima che arrivi la Policía Federal.

Il suono delle sirene si avvicina sempre di più. L’Oste è indifferente a qualsiasi suono dall’esterno: per il pallore e l’immobilità lo si potrebbe scambiare per un secondo cadavere, se non fosse per il movimento delle palpebre e del diaframma durante la respirazione. Narciso ed Ego sopraggiungono recando una grossa bacinella, ognuno sorreggendola per un manico: è piena di ghiaccio da cui spuntano colli di piccole bottiglie di birra.

La appoggiano al lato destro della sedia dove è l’Oste, Narciso afferra una bottiglia, la stappa con un gesto secco e rapidissimo, infine la porge a El Rojo, pronunciando questa frase con un filo di voce come non volere recare disturbo: “Ecco, compadre, ne ho portata qualcuna di più…per l’ispettore”. El Rojo fa un cenno misto di gratitudine e approvazione così lieve da potere essere inteso solo da Narciso.

L’Oste porta alle labbra un pacchetto stropicciato, afferra con le labbra una sigaretta, riesce a riporre il pacchetto nella tasca al terzo tentativo, ne trae fuori l’accendino, fa scattare la pietra focaia, sta per accendere la sigaretta quando Narciso lo blocca con un sopracciglio alzato e un’espressione beffarda in viso.

“È al contrario, socio”

La sigaretta del desiderio! L’Oste afferra con due dita la sigaretta, la gira dalla parte del filtro, finalmente la accende e, fissando un punto indefinito lontano davanti a sé, dice: “Un desiderio…Non essere qui”

El Rojo ripiomba nello stato catatonico, presente nel corpo, assente con tutto il resto. Nell’altrove della sua mente, continua la ricerca spasmodica di un ricordo che gli dia un alibi, prima per se stesso poi per l’ispettore. L’orrore che possa avere compiuto lo scempio sul viso di quella donna, sotto l’effetto chissà di che cosa o a causa di qualcuno, è più forte della paura, nella migliore delle ipotesi, del carcere a vita.

Addosso sente l’oppressione di quegli incubi in cui l’unica fuga è svegliarsi, ma quando pensi di esserti destato, capisci immediatamente che sei ancora nel sogno e l’incubo inizia nuovamente, identico a prima, cacciandoti in una spirale di tormento, angoscia, pena, terrore che sembra non avere mai fine.

Incubo…L’Oste ha un violento sussulto. Tati, Ego e Narciso si girano all’unisono verso l’uomo, i visi trasfigurati dalla preoccupazione diventata paura, temendo il sopravvenire di un colpo apoplettico o di un infarto. El Rojo esclama:”Luna!…Mi aveva avvertito! Luna! Quel sogno…”

El Rojo ha ora un paio di immagini chiare, non tutto il quadro, ma almeno un paio di memorie recuperate e un buon punto da cui guardare in lontananza, attraverso un lungo tunnel buio, un lumicino, in fondo: la speranza.

Due incontri: uno reale, uno in sogno.

Il cadavere della donna vestita di blu ora ha un nome, anche se non è più importante per la poveretta. Quella donna che aveva notato muoversi differente tra la solita folla di mezzogiorno per la Quinta Avenida. La sola vista di quella donna gli aveva sentire il cuore fare tim pum tim pam, ma come al solito si era ritratto quando gli occhi della donna avevano cercato insistentemente lo sguardo di lui. Si era rifugiato in taverna con la scusa delle “pulizie da fare”. Mentre faceva finta di pulire il bancone assorto nei pensieri di quanto si fosse comportato da idiota anche questa volta, lei era apparsa alle sue spalle e gli aveva rivolto una domanda. Una domanda senza importanza, una scusa qualsiasi. Il sospetto che fosse entrata grazie allo zampino di Narciso era forte.

Poi, il sogno di qualche giorno prima dell’incontro con la bellissima donna dal vestito blu.

Non un sogno, ma un incubo opprimente: il sonno tormentato a causa di un’eccezionale umidità di quella notte e di un senso diffuso di angoscia con cui si è addormentato. Fin dall’inizio del sogno, si aggira come un lupo affamato e isolato dal branco in luoghi che sembrano conosciuti ma hanno dei piccoli particolari differenti da farli sembrare nuovi, tuttavia familiari. Nonostante questa familiarità, incombe su tutto una cappa opprimente, da cui emerge un senso di urgenza estrema: qualcuno di caro è in grave pericolo. Percepisce questa sensazione realmente, schiacciarlo nel letto, come un sudario le lenzuola perfettamente aderenti a ogni piega del suo corpo, tuttavia pesanti come una lastra di marmo. Diventa consapevole del passaggio da “sogno tormentato” a “incubo”, quando si accorge che sta girando in tondo: ricorsivamente attraversa gli stessi luoghi, nelle medesime modalità, facendo le stesse identiche cose. L’unica differenza a ogni passaggio è il senso di pericolo sempre più incombente. D’un tratto appare Luna, una delle sue prime conoscenze appena arrivato in queste terre, non una conoscenza qualunque e, soprattutto, una frequentazione pericolosa. Letale per chiunque altro.

Luna è un vampiro, una non-morta. Luna è qui da tempi antichissimi, anche quei sanguinari dei Toltechi evitavano la palude e non a causa delle zanzare o degli alligatori. Perdutosi nella palude, attraverso vie dove la luce del sole vi arrivava malata e a stento, vie in cui nessun abitante del luogo si avventurava da tempo immemore, era giunto ai piedi di un antichissimo tempio, teste ciclopiche e dalle fattezze terribili erano sparse tutte intorno, probabilmente opera degli Olmechi, la prima civiltà meso-americana, o forse di altre popolazioni ancora più antiche: qui aveva incontrato Luna, la Regina dei Vampiri. E ne era uscito miracolosamente vivo. Ma questa è un’altra storia.

Se la maggiore parte dei ricordi del giorno prima a oggi sono immersi ancora nella nebbia, assurdamente il ricordo del sogno è nitido, perfino nei dettagli.

Luna lo invita a seguirla con una perentorietà che non ammette rifiuti, suona come una minaccia. È come se lo volesse avvertire di qualcosa di terribile…che è successo o sta per succedere? Ma se spaventa lei, per El Rojo deve essere di un orrore al limite della follia…Minaccia o esortazione, ma è chiaro che Luna sta cercando di aiutarlo e, pur di uscire da questo incubo, la seguirebbe anche sotto terra…ma forse è già sotto terra e non lo sa. Si fa largo il pensiero che la morte lo abbia colto nel sonno e ora stia vagando nel Limbo o chissà in quale Non-Luogo di Mezzo. La sensazione di oppressione, svanita all’apparizione di Luna, monta nuovamente e con un’intensità ancora superiore. D’improvviso si ritrova catapultato nel mezzo di un rituale antico di sacrifici umani: una dozzina di uomini sono raccolti intorno a un altare adornato di teschi e facce di mostruosità sfigurate, intonano canti agghiaccianti in una lingua sconosciuta e dalle tonalità cacofoniche: una melodia che trasmette follia, atrocità, una paura che la mente umana può sopportare per poco tempo. Questi esseri, forse umani o forse no, sono vestiti come i sacerdoti toltechi delle iscrizioni giunte ai tempi nostri, indossano maschere mostruose e adornate di vistosi piumaggi, danzano intorno all’altare, le cui pietre trasudano umidità e putrefazione. Al ritmo di questa danza macabra, le loro silhouette entrano ed escono dall’oscurità, distinguibili dal buio che inghiotte tutto intorno grazie a un timido bagliore bluastro di fuochi fatui.

La danza si interrompe. I sacerdoti si fermano e si girano all’unisono in direzione dei due “intrusi”. Luna gli si para davanti come a proteggerlo, mentre i sacerdoti avanzano minacciosi aprendosi in una formazione a emiciclo. Luna urla “Ricordati: sta lontano dal blu! Temi il blu!”. Tutto inizia a deformarsi, sfumare, dalla periferia verso il centro. L’ultima immagine di questo mondo di incubo è l’altare: mentre i sacerdoti avanzano, si apre un varco in cui lo sguardo di El Rojo si infila come attirato magneticamente. L’altare, prima visibile parzialmente e solo nella parte bassa, ora appare in tutta la sua interezza! Vi giace una figura umana, la schiena poggiata e lievemente inarcata, il capo all’indietro, immobile, il corpo nudo e completamente dipinto di blu. Un blu mai visto prima. Con un ultimo disperato sforzo per non svegliarsi – proprio ora, lo aveva desiderato per tutta la notte, ma non ora, non ora! – El Rojo si sporgo in avanti per guardare il viso della vittima sacrificale: il viso è anch’esso dipinto di quel blu mai visto prima e…

El Rojo si scuote violentemente sulla sedia come se avesse ricevuto una frustata a bruciapelo, esattamente come si era destato da quell’incubo: seduto, madido di sudore e il respiro ansimante. Balbetta qualche cosa d’incomprensibile poi pronuncia chiaramente queste parole: “Sono riuscito a vederlo bene in viso, l’ho riconosciuto. È…è…sono io”.

***

Eccoci qua.

Una si sposta, gira per mari e monti alla ricerca di un posto facile in cui fermarsi e… VACCAMAIALA! un cadavere?!?
Parliamone.
Va bene le sorprese, qualche casino ogni tanto, un imprevisto, lo posso sopportare e gestire… ma un cadavere! NO, questo è troppo.
Non bastava una bestia strana da trovare dietro gli scaffali della bettola? Eh? Checcavolo!
Poi, almeno una perfetta sconosciuta, non quel colore… non qua, di fronte a me.
Non ora, non ancora una volta. Io lì con i pensieri non ci voglio tornare.
L’avevo giurato mille volte: basta, me ne vado, cercherò un posto nuovo, dove stare e respirare. Poi quel vizio maledetto di dare un’altra possibilità, di crederci e via… ancora una volta.

Parigi.

L’ultimo viaggio fatto, con l’ultimo che poi se n’è andato, come sempre.
Ho sempre amato il blu, in ogni sua declinazione, dall’azzurrino tenue al blu più notturno, ad un palmo dal nero, passando per il ciano e il blu di Persia. Ma quel blu, lo vedevo per la prima volta: aveva la brillantezza del blu marino mischiato a quel leggero viraggio verso il grigio, appena accennato, del blu ceruleo.

Camminavamo uno al fianco dell’altra, in silenzio, per le vie del Quartiere Latino. S’era da poco discusso, non a gran voce, non lo abbiamo mai fatto: appena lui si innervosiva un po’ io facevo cadere il tutto per evitare l’accensione della miccia. Avevo visto delle macchie blu sul colletto e avevo iniziato a fare domande, fino a quando stizzito mi ha risposto “Ma per chi mi hai preso? Cazzo, nemmeno un po’ di fantasia, la macchia di rossetto sul colletto! E pure blu! Che idiozia!”  e io avevo taciuto, come sempre.
Arrivati in prossimità della storica libreria Shakespeare & Co. mi sono allontanata, senza nemmeno parlare, come rapita da quel mondo intero chiuso tra quattro mura.
Ero rimasta imbambolata come un bambino di fronte alla vetrina del negozio di caramelle.
Non si era nemmeno impegnato a chiedermi “dove vai? Ti aspetto qui”
Sono entrata e mi sono persa nel mio mondo…

Lo sguardo mi cade improvvisamente su Ego, i nostri occhi si incrociano e lui capisce: è stata la prima volta che ci siamo incontrati. 
Guardavo tra vecchi libri di illustrazione e lui è sbucato da dietro lo scaffale. Ci siamo persi nel guardare insieme quel grande librone di Alice in Wonderland. Un’edizione meravigliosa, un pop-up di Sabuda, uno dei miei miti, da sempre. Quando l’ultima pagina esplodeva in una cascata di carte di cuori, dalla tasca il telefono dava un cenno di vita. Un sms : ” io sono al caffè all’angolo, avessi voglia di venire fin qua”.
Ho chiuso il libro, dato un bacio sulla fronte a Ego, una carezza su quella testolina arruffata e sono andata a pagare, anche quell’edizione di Alice restava con me.

Una volta fuori, ho affrettato il passo fino ad iniziare a correre in mezzo alla gente. Ho urtato una donna. Mi ha sorriso, preoccupandosi che stessi bene, mi ha aiutata a raccogliere le mie cose a terra e io a chiedere mille volte scusa. Aveva un profumo di gelsomino delizioso, lo ricordo come fosse ieri. Occhi grandi e scuri come la notte, non neri ma blu. Una pelle color pesca e modi così dolci e premurosi, come una sorella maggiore. Un sorriso incantevole circondato da… un blu. Mai visto prima.

Una folata di vento porta polvere negli occhi, li chiudo e riemergo nel mondo dell’adesso, guardo i piedi di quella donna, le sue mani, quel blu…
Rumore di portiera.
La polizia è qui. Iniziano i guai, mi sa.

***

Quando alle 6 del mattino parte la sveglia, sono già in piedi da un’ora e mezza. Non riesco più a dormire, ad un certo punto della notte mi rigiro fra le lenzuola e poi qualcosa scatta e rimango a fissare il soffitto scuro.
La mia ex moglie lo chiamava “stress”, io davo la colpa a lei. Il fatto che lei sia ormai “ex” e che io continui a svegliarmi a dare la sveglia al gallo, non cambia che potrebbe essere sempre lei la causa.
Con un passaggio veloce della mano sullo schermo del cellulare spengo quel frastuono orribile. Scrollo le spalle e preparo,in una tazza biancastra, un mix di semi, sementi e granaglie varie e gli verso sopra un po’ di latte. Da quando la mia ex moglie mi ha costretto a cibarmi di questo che lei chiama muesli, il pappagallo mi guarda con uno strano sguardo lussurioso.
Va bene tutto, ma io sono un tradizionalista: niente pappagalli, niente granaglie se non sotto forma di tacos e burritos e niente problemi con la ex moglie.
Ecco perché continuo a mangiare questo cibo da galline e spero vivamente di non incominciare a razzolare per terra quando entro in qualche posto.
Alla mia ex moglie ho anche chiesto “Perché dovrei mangiare queste schifezze?”, la sua risposta è stata molto stringata “Mangia e stai zitto, Marcelo”. Non posso negare che questa mancanza di comunicazione sia stata una delle cause della prematura trasformazione da moglie ad ex. Con noto beneficio del suo di status.
Il mio è peggiorato e adesso mi rimangono delle abitudini salutiste, una ex moglie da sfamare e un lavoro come ispettore di polizia.
La gravità della situazione si può vedere, a occhio nudo, nelle prime due voci.
La mia ex moglie sapeva essere una vera gattina quando non tirava fuori gli artigli. Cosa che succedeva praticamente sempre. Avevo imparato a predire le bizzarrie della mia ex da piccolezze che all’inesperto potevano sfuggire come, ad esempio, quando volavano piatti e mi chiamava stronzo o cabron: in questi casi era solo infastidita, fidatevi. Questo lo so perché sono un poliziotto di livello.

Sempre a causa della mia natura recettiva, sentivo che questa mattina non sarebbe stata la solita. E questo ben prima di sentire il cellulare suonare svociato Corazon Espinado di Santana. Mentre lo lascio suonare un pochino, il numero del mio compare di pattuglia Cesar Ruiz lampeggia sullo schermo scuro.
Quando ne ho abbastanza, passo il pollice sul tasto verde e porto il cellulare all’orecchio.

“Cesar…”
“Teniente, buenos días. Scusa il disturbo, ma c’è un problema alla Taverna”
“El BaVón Rojo?”
“Sì, Señor”
Lo sento imprecare mentre, con buona probabilità, sorpassa un povero disgraziato che sta andando al lavoro.

“¿Qué ha pasado?”
“Sto arrivando,  Teniente Diaz. Dammi cinque minuti e sono sotto casa e andiamo alla taverna”
“Ok, Cesar”

Metto giù il telefono.

Lo sapevo che non poteva essere la solita mattinata, c’erano tutti i segnali sbagliati. Guardo la ciotola con i semi e sento il pappagallo zampettare sui bastoni nella gabbia. Percepisco il suo sguardo libidinoso. Gli verso alcuni semi asciutti nella ciotola. Non so se finirà per morire grasso come un tacchino lui o sano come un pesce io.

Entro in camera da letto e accendo la luce. Lo specchio mi restituisce l’immagine di un uomo con la faccia che assomiglia a un terreno troppo secco per troppo tempo. I due baffoni alla Fu Manchu sono oasi sopra il terreno sassoso del viso. I capelli, sale e pepe, sono legati in una coda. Il fisico ha visto tempi migliori e lo nascondo sotto un completo di colore chiaro, il brillare sulle ginocchia e sui gomiti è la spia del tempo che passa. Il materiale scadente della camicia mi friziona sulla pelle e, dopo poco, parte il leggero prurito che mi accompagnerà per tutto il giorno. Metto gli anelli e poi perquisisco le tasche della giacca per cercare l’aromatica consistenza dei sigari al loro interno.

Sono pronto. Mi metto il mozzicone mangiucchiato di un sigaro al lato della bocca e aspetto l’arrivo di Cesar.
Sarà una giornata molto lunga.

Due colpi di clacson veloci è il segnale, Cesar era arrivato alla casa dell’ispettore con la velocità con cui nasce il gossip dal parrucchiere. L’ispettore Diaz gettò l’ultimo sguardo al pappagallo satollo il quale, indifferente, non lo degnò neanche di un breve saluto.
Marcelo Alejandro Diaz bofonchiò maledizioni in direzione del pennuto, finché non si piegò a guardare dentro il vetro della macchina.
Il sergente Cesar Ruiz era mezzo stravaccato sul sedile di guida, una posa che lui chiamava “la sua guida messicana”: un misto di attenzione e tranquilidad. Il baffetto sottile, la capigliatura corta e tirata indietro con tonnellate di gel per capelli, i vestiti informali composti da camicia chiara e pantalone marrone e l’occhiale da sole erano, per Cesar, l’equivalente messicano di Miami Vice.

“Buenos días, Teniente” disse Cesar levando due dita sulla fronte e mimando il saluto militare. Marcelo si sedette dentro la macchina e fu subito assalito dal miscuglio di odori dentro quello spazio ristretto: dietro un leggera spennellata di deodorante da quattro soldi, avanzavano arroganti il gusto fruttato del bolo che stava masticando Cesar e quello di cipolle e salsa. Marcelo rimpianse di non aver preso la sua di auto.
“Buenos días, Cesar. Adesso mi dici che sta succedendo?”
“Ah, hanno trovato un cadavere a El BaVón Rojo”.
“Grazie per l’informazione. Se fosse stato un tonno probabilmente avrebbero chiamato un pescatore e non me…”.
“Madre de Dios, Inspector Diaz… si è svegliato male?”. Cesar lo derise mentre le ruote pattinavano sull’asfalto e la macchina saltellava vivace pregustando una nuova scampagnata.
“Colpa delle scie chimiche, Cesar. Ma dimmi, si è capito di chi è il cadavere?”. L’ispettore Diaz si accese il sigaro masticato, almeno il fumo mefitico avrebbe attenuato quel sottofondo di cipolle e quell’idea di cibo che gli stava salendo dalla bocca dello stomaco.
“¿Cómo está Carmen, su mujer? Ancora con gli artigli affilati mi sembra?”, il sergente rise di gusto mentre superava due automobili, ma poi ritornò serio “Non so molto, mi hanno segnalato la presenza di un cadavere di donna a El BaVón Rojo e questo è quanto. Più informazioni, credo, le troveremo sul posto. A quanto sembra, oltre al morto, ci sono altre quattro persone: l’Oste, una donna, Tati, e quei due… dolor en el culo… di Narciso ed Ego”.

Il tenente sopportava la mancanza di formalità e rispetto del grado solo da Cesar. Erano compagni di pattuglia e lavoro da tanti di quegli anni da fare impallidire anche la relazione romantica più salda.

“L’Oste è coinvolto in  questa storia?” la faccenda si stava facendo interessante.
“No sé, Señor Diaz” disse scuotendo la testa.

Il traffico incominciava a crescere d’intensità, perciò Cesar tirò fuori il lampeggiante e incominciò un concerto di clacson, sirena e luce blu. La cosa lo faceva godere e il sorriso a trentadue denti ne era una prova.

Un quarto d’ora dopo, i due videro il profilo di El BaVón Rojo stagliarsi scuro contro il cielo azzurro.

“Puoi togliere la sirena, Cesar, tanto non c’è nessuno qua…” disse senza troppa convinzione l’ispettore, tanto sapeva che era fiato sprecato.
“Già, può essere. Ma voglio far cagare sotto quelli dentro a El BaVón Rojo” il sergente si girò verso Marcelo Diaz e sorrise, la faccia soddisfatta come quella di un furetto che ha masticato i cavi dell’acqua.
“Madre de Dios” sussurrò il tenente, ma in fondo l’entrata scenica gli piaceva. Si sistemò, senza accorgersene, gli anelli alle mani.

Solo quando arrivarono davanti alla taverna, Cesar spense la sirena.

Scesi dall’auto si scambiarono uno sguardo prima di entrare, un silenzioso “buena suerte” che era diventato un mantra che li accompagnava da quando, molti anni prima, avevano fatto irruzione imbattendosi in uno spacciatore particolarmente incazzato.

L’interno della taverna è stranamente deserto. Ci vuole poco all’ispettore e al suo compare per capire che sono tutti sul retro.
La scena è surreale. A terra, un cadavere di donna con indosso un vestito di un blu mia visto prima, il viso orrendamente martoriato, L’Oste è fermo come una statua atzeca, mentre di fianco a lei c’è una donna, Tati, che sembra avere appena finito di spuntare il calendario dai santi in eccesso. Lo sguardo di entrambi è vacuo, ma la donna è rossa in volto.

Lo sguardo vacuo del duo Oste – Tati, però, non è niente di fronte a quello che si portano appresso i due nanerottoli, dolor en el culo come soleva chiamarli Cesar, di Narciso ed Ego.
Per la prima volta in vita sua, Marcelo Alejandro Diaz era al cospetto del duo nano in versione silente. La giornata, per quanto brutta, aveva anche un lato positivo.

“Buenos días Oste. Dama” Marcelo A. Diaz si porta la mano di taglio alla fronte e fa un saluto militare ridotto all’osso. Cesar, alle sue spalle, si appoggia alla porta in una posizione così noncurante da essere studiata nei minimi dettagli.

La risposta del quartetto è una mimica muta.

L’ispettore scandaglia la scena del delitto in maniera rapida, esperta. Apre le pinne nasali e inspira a pieni polmoni l’odore e poi concentra lo sguardo in un punto preciso: una luccicante bacinella di plastica con bottiglie di birra tenute in fresco fra dei blocchi di ghiaccio, poste a terra, di fianco a una sedia dove è seduto l’Oste.
Con passo lento l’ispettore muove verso l’Oste, e affonda la mano nella bacinella tirandone fuori una bottiglia ghiacciata. Con l’accendino fa saltare il tappo e poi si siede su una sedia vuota a lato dell’Oste.
Per lunghi minuti la Taverna precipita in un silenzio irreale. L’unico rumore è il risucchio del detective che, in maniera avida, beve dalla bottiglia.

“Bene, signori e signore, prima che incomincino le danze… volete dirmi cosa è successo?”. il sorriso sotto i baffi da Fu Manchu era autentico come un vaso Ming di plastica “E visto che ci siamo, spero per voi che quei graffi – indicando i tagli sul viso dell’Oste – non siano legati a quella poveretta là a terra”.
“Perché, cari miei, sembrano dannatamente freschi –  una pausa – non ti sembra Cesar? Non ti sembrano abbastanza freschi questi tre tagli?”.

Cesar, senza spostarsi dalla sua posizione, gli rispose in maniera assertiva “Molto freschi, Inspector Díaz, molto freschi”.

–>Continua a Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#4

Onda sonora consigliata: Labbra Blu di Diaframma feat. Cristina Donà

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35 pensieri su “Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#3 [by Tati, Zeus e RedBavon]

  1. Sembra di vedersi lievitare un blob spietato: ogni volta che leggo me lo vedo aumentare ed inglobare tutti i personaggi di questa storia stesa tra l’assurdo e l’irreale. Ci mancava pure la policia mexicana!… Allora stiamo freschi che ne verrà fuori un bel nulla, nonostante la bravura dell’autore…
    Ehi compadre, è proprio ben riuscita la virata verso il giallo…
    Complimentissimi a los todos……

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    1. E hai ragione sulla Policia Federal…Ma all’Oste io ci sono affezionato e va bene che l’ho cacciato in un rovo di guai, ma almeno con la Policia Federal ha qualche speranza di non finire subito male. La Policia mexicana ha i suoi tempi eh…
      C’è un fattore però d’imprevedibilità: l’ottimo Zeus che interpreta il braccio forte della legge mexicana è nordico, parecchio nordico, quindi c’è il rischio che infonda la proverbiale efficienza anche ai due poliziotti messicani…Se li avessi interpretati io, sarebbe venuta fuori una coppia messico-partenopea come il commissario Rizzo detto “Piedone” (Bud Spencer) e il brigadiere Caputo (Enzo Cannavale).
      Come avrai intuito da raccontare ce n’è ancora un bel po’, avevi chiesto almeno un altro episodio e come al solito mi sa che ti ho preso oltre la lettera…Spero continuerai a seguire “i nostri eroi”…Grazie compadre!

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      1. Impossibili non seguirli. Quantomeno per la promessa di moralizzare i federales mexicanos: già questo varrebbe una speciale menzione meritoria al succitato Zeus… Certo che vi seguo: non si può perdersi qualcosa ch’è molto meglio di tutte le serie televisive immaginabili e programmabili….

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        1. Moralizzare i federales credo sia un compito arduo anche per un Dio quale è Zeus. Conoscendo i modi spicci del Dio, tirerebbe su un’onda di tsunami e sommergerebbe tutto il Quintana Roo (se gli gira bene, altrimenti addio Yucatan). Ho però fondati motivi per credere che gli sbirri messicani saranno un bel duetto. Narciso non è che straveda per loro, ma temo dovrà scendere a compromessi perché se sbrocca può dire adios al socio in un battere di maracas.
          Posso ora confessarti un dietro le quinte: l’idea di fare ritornare Luna apparsa per la prima volta in ‘In Tequila Veritas’, mi è stata ispirata da te, compadre. Anzi è un omaggio a te, ricordandomi dell’ottima lettura sotto l’ombrellone del tuo bel racconto. Muchas gracias.

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          1. Credo che ci vorrebbe Sam Peckimpah per moralizzare i federales, vero? Anche Sergio Leone non era male con “Giù la testa”, vero compadre… Comunque rimango in attesa di Zeus che tutto vede ed a tutto provvede: mi aspetto tuoni e fulmini, per non dire saette…
            E grazie per la tua lusinga: fa sempre piacere sapere di avere ispirato grandi scrittori…
            Abbraccione…

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            1. Due mostri sacri come Peckimpah e Leone ci riuscirebbero sicuramente…Anche se nei loro film il messicano è sempre quello del Norte e quindi sarebbe meraviglioso assistere a cosa escogitano con gli eredi dei Maya del Quintana Roo. Diedero del filo da torcere anche agli Spagnoli.
              Abbi fede…visto che è un Dio tocca ricorrere alla Fede! Come “persona bene informata dietro le quinte” posso però dirti – in tutta confidenza – che il prossimo episodio sta già prendendo forma e ci sarà da rimanere come se ti avessero infilato a tradimento l’habanero nella zuppa.
              Per il resto, ricambio l’abbraccio e tanta generosità.

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              1. Guarda che, se è per questo, Tex Willer gliele ha suonate di santa ragione pure ai maya: ricordi la serie di Mefisto e Yama? Botte da orbi ci furono pure per i maya del Quintana Roo: grande Tex, più forte dei conquistadores… Ma sai che ricordo che a Merida si faceva l’alza e l’ammaina bandiera ogni giorno? Mi diceva un maya del luogo che era un vecchio retaggio culturale di stampo colonialistico. In pratica i messicani non consideravano ancora del tutto pacificato e colonizzato lo Yukatan: roba da matti! E ci si comportavano ancora da colonialisti. Strano paese davvero il Messico, non si sa dove comincia e dove finisca…

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                1. El Morisco e ho detto tutto! Comunque io ti do’ degli indizi nascostissimi sulla trama che ho in testa e tu puntualmente ci prendi! El Morisco ritornerà, come e quale ruolo interpreterà deve essere una sorpresa. Per quanto ne sappia, i messicani del Norte (Ciudad) considerano gli yucatechi come i nostri settentrionali i terroni. Sono due mondi diversi, la cui storia di invasione ha ancora strascichi oggi. I Toltechi arrivarono dal Nord e sottomisero i Maya: pare sia rimasta questa egemonia.
                  Poi sono arrivati gli yankee e hanno piallato tutti: i primi sono stati i pellerossa, poi i messicani, poi tutto il mondo occidentale. A oriente hanno qualche resistenza. Un popolo come la gramigna.

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                  1. Fischia:se torna il Morisco allora tornano pure i cactus assassini, quelle orripilanti palle irte di spine che infiorettano di ricami i malcapitati peggio che dei porcospini, per poi risucchiarne il sangue… Ma guarda te come erano malvagi… Adesso, a parte gli scherzi. Però quando andai in visita a Uxmall ci fu davvero una famigliola di messicani ciudadani il cui capofamiglia si lasciò sfuggire di bocca: Per, no estaban tan locos estos indigenos… Come se li considerasse altro da sè. Come se noi considerassimo scemi i romani antichi…

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                    1. Non fa una piega: certi abitanti della Pianura Padana vantano retaggi celtici da contrappore a Roma. i Romani portarono acquedotti, terme, strade, il diritto, la civiltà….Poi bisogna dire che anche la citazione celtica non c’entra nulla: la cultura celtica era come dire l’Occidente oggi. Ma vaglielo a spiegare che era un insieme variegato di popoli….Tutto il mondo è paese.

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                    2. Già tutto il mondo è paese: ricordo quando circolavano certi manifesti raffiguranti pellerossa, che cercavano di tracciare un’analogia con le migrazioni di oggi. Come se noi fossimo i selvaggi e i migranti i colonizzatori. Io la metterei cosi: questi vengono a prendere lezioni a casa nostra. Un po’come i barbari che invadevano l’impero per venire a prendere lezioni di civiltà dai romani. Solo che alcuni barbari hanno preso il sopravvento e non gli sono più bastate le lezioni. Un po’come quando si dice che l’allievo supera il maestro…

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  2. L’ha ribloggato su comelapolveree ha commentato:
    Si continua con questa storia che ha dell’incredibile, soprattutto perché fa aumentare le mani, che passano da quattro a sei! DiodiUnDio s’è unito alla storia con un personaggio fondamentale. Chissà che ne sarà di Oste e Tati… chissà…

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  3. L’ha ribloggato su Music For Travelerse ha commentato:
    Prima era uno (l’Oste), poi erano in due (Tati E l’Oste) e adesso!? Adesso sono in tre: Tati, l’Oste E il sottoscritto. Sono in incognito e non mi si riconosce, ma ci sono.
    La storia si fa intricata, ricca di sfumature di giallo, di grigio, di noir, di pinot bianco e anche giusto giusto una sfumatura di grog.
    Chi è il cadavere!? Cosa è successo!?
    Ma soprattutto, perché l’ispettore sembra la copia Discount di Danny Trejo? Tutte domande senza risposta (al momento).

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    1. Il motto di qui è ‘mi casa es tu casa’. La taverna poi non è proprio un locale fescion-trend-setter quindi potere accreditare che tra i clienti c’è un Dio (eccheDddio, mica un Mercurio qualunque) è un ritorno di immagine importante. Oste la Victoria Siempre!

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    1. ‘Na faticaccia lo sappiamo! La stelletta del ‘laik’ dovremmo metterla noi al lettore che ha avuto la pazienza di arrivare alla fine di questo mix di stili. Trovo però che il mix giovi al ritmo, aggiunga quel sapore di vera ‘condivisione’ smarrito nei social e ancora rintracciabile a macchie di leopardo sulla blogosfera. Che ne dici? Ne è valsa la pena?

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            1. Grazie di cuore da parte di tutti e tre. E’ stata effettivamente una faticaccia e ‘la prima volta’ per tutti e tre, che sebbene ci leggiamo da diverso tempo, non avevamo fatto quest’esperienza di scrivere insieme legati da un intreccio che si forma via via che scriviamo. Quasi un’improvvisazione asincrona. Commenti come questo tuo sono carburante per i nostri motorni a dieci dita. Grazie davvero.

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  4. Alcuni barbari ambivano allo status di Romani. L’Impero alla fine era un melting pot fuori controllo, in preda a corruzione e separatismi di stampo pre-feudale. Praticamente non furono i barbari o il Cristianesimo a spazzare via i Romani, ma una globalizzazione ante-litteram. Concedimi la forzatura, ma fa sorridere che oggi siamo in analoghe melme: sotto la pressione di migrazioni, guerre a macchia di leopardo, incapacità dei governanti e separatismi nazional-popolari (nella sua accezione becera). Manca solo l’invasione dell’orda barbarica…forse arriverà e sarà aliena da Betelgeuse e dintorni

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    1. Se scrivi che “lo adoro”, puoi fare quello che vuoi e io zitto sotto senza dire nulla (cit. Non ci resta che piangere). A El BaVon Rojo il Tempo non conta. Al bancone di questa webbettola c’è sempre il solito Oste pronto ad accoglierti con un boccale di grog schiumante!
      PS: “lo adoro”…quasi quasi ti faccio una statua 😀

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