Andale ad Andalo#4 – Inizio dell’Epilogo

Segue da Andale ad Andalo#3

Dal titolo vi sarete accorti che sono andato lungo anche questa volta. Maledetto RedBavon, sei stato logorroico anche questa volta! 

L’attacco alla vetta! Il liberatorio Epilogo per chi ha seguito questo scalcinato diario nel mio solito modello “igienico” ovvero, all’occorrenza, uno strappo-e-via. D’altronde per come scrivo, giusto al bagno…

Sapere di essere un’utilità nel momento del bisogno è di conforto. Basta tapparsi il naso e crederci. I Want to believe!

La frase “I Want to believe!”, diventata simbolo della famosa serie X-Files, è particolarmente adatta a questa impresa “Quota 2120” di Sir RedBavon: da principio nessuno, nemmeno lui, ci avrebbe scommesso neanche una moneta da 500 lire uscite fuori corso; infine, la conquista dell’incredibile obiettivo grazie a una promessa alla propria bella, uno slancio generoso, anzi proprio un sogno matto, proprio come canta Francesco Guccini in “Don Chichotte”:

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l’ho promesso alla mia bella […]

Il fatto che mi sia ritrovato nel testo di una canzone di Guccini è un’altra cosa da non crederci visto che il famoso cantautore non rientra neanche lontanamente nelle mie  preferenze musicali. In questo post accadono cose strane.

Si va alla Paganella!

Raccogliamo i nanerottoli sciamanti nell’arena dei gommati proiettili a ciambella ripieni di bambino assassino, ricompattiamo la formazione e la Divisione alpina “Tridentina” de Noantri è pronta a partire alla volta dell’attacco definitivo alla vetta: La Paganella, “Quota 2120”.

Sulla piccola banchina della cabinovia, prevedibilmente debordante di una folla di sciatori e irta di sci, stretti come un fascio di asparagi sul banco del fruttivendolo, attendiamo il nostro turno. Data la capienza degli “ovetti” metallici, il gruppo dovrebbe dividersi in due tronconi, tuttavia l’esperienza dei giorni trascorsi conferma spesso ciò che io penso dai tempi del ginnasio: la matematica è un’opinione.

Gli occupanti dell’“ovetto” metallico non sempre scendono a questa “fermata”, più spesso continuano per raggiungere le piste più lunghe e impegnative. Inoltre, se non bene indirizzati, i nanerottoli, emuli dei teneri roditori lemming, tendono a buttarsi nel vuoto tra i due “ovetti”, oppure a spalmarsi sull’esterno del primo ”ovetto” in arrivo, come una famosa crema a base di cioccolato e nocciole. E senza olio di palma.

L’esperienza dell’“ovetto” mi ha fatto comprendere come può sentirsi nella gabbia un canarino costretto a stare appollaiato su un trespolo tutto il giorno: lungo i lati della “gabbietta” metallica, ad altezza bacino, sono disposti dei tubi rigidi e ricoperti di tessuto su cui gli occupanti possono comodamente prendere posto. Lo zaino sulle mie spalle mi obbliga ad assumere una postura ingobbita, naturale per la specie di grandi uccelli noti come “avvoltoi”, innaturale per un bipede di un metro e ottanta; entrambi goffi all’identico modo quando si muovono a terra.

Postura con zaino in cabinovia

Chi ha progettato la cabina evidentemente non ha previsto che sei vestito come l’omino Michelin, puoi portare uno zaino sulle spalle ed avere al seguito un nanerottolo che non riesce a sedersi da solo sul comodo trespolo, tuttavia – poiché è diversamente alto, ma non diversamente intelligente – vi vorrà a tutti i costi appoggiare i suoi piccoli glutei.

La soluzione “cabinovia”, per quanto certificata a botte di ISO-qualcosa e perciò sicurissima, presenta dei pericoli: il nanerottolo, così appollaiato sul trespolo, ha altrettante probabilità di spiattellarsi a terra, quanto un pulcino di uccellino che si avvicina – incautamente – al bordo del suo nido.

Un altro pericolo per l’incolumità degli occupanti è rappresentato dal fatto che, pure essendovi delle apposite rastrelliere all’esterno della cabina, qualche sciatore si porta dietro sci e racchette. I mariuoli di sci diventano sempre più bravi: la Crisi mette le ali!

Infine, il momento dell’uscita dall’“ovetto”, sebbene la velocità sia assai ridotta, necessita di attenzione: niente di trascendentale per un adulto, anche se munito di zaino, sci e racchette; più complicato e con un minimo di coordinamento di gruppo, se si viaggia con bimbo e passeggino; sfidante per un nanerottolo al di sotto del metro e quindi con due arti inferiori dalla falcata ridotta, poiché occorre 1) spronare al trotto il corto esserino tale che centri esattamente lo spazio vuoto tra gli stipiti della porta 2) appena varcata la soglia, imprimergli un’accelerazione tale da farlo allontanare dalla cabina in continuo movimento e non farlo ruzzolare per terra.

Smontati dalla cabinovia senza incidenti –  dopo una settimana pure i nanerottoli sono autentici cow-boy della neve – ci dirigiamo verso l’agognata meta: il rifugio “La Ronda”…ehm… Cima Paganella, 2120 metri!

Se pensavate già di schierarvi al sole, seduti su una massiccia panca in legno, davanti a un fumante piatto di trittici di polenta o scodella di brodo e canederli, purtroppo devo deludere queste legittime aspettative.

Per giungere in vetta, occorre prendere una seggiovia, che – assicura l’esperto Paolo – è a una decina di minuti a piedi.

A piedi?

All’uscita della cabinovia, siamo circondati da sciatori e snow-boarder in assetto da pista nera. Sostano brevemente per assicurare scarponi, tavole, magli perforanti, telecamere al casco, un breve momento di concentrazione prima di precipitarsi lungo la Pista Olimpionica 2, segnalata da un cartello di un colore decisamente eloquente: nero.

La pista nera inizia da lì. In perfetta armonia con la saga del tragico Fantozzi, sento una voce: Pista Olimpionica 2. Pista nera…A PIEDI!

L’ottimo Paolo ci fa strada scivolando muliebre sul manto bianco, che qui in quota fa assumere all’ambiente circostante un aspetto da Paese di Babbo Natale anche se Natale è solo tra nove mesi.

Tutto è ricoperto di questa coltre candida, apparentemente soffice in modo uniforme, liscio come un lenzuolo steso alla perfezione, se non fosse per qualche orma di scoiattolo o altro animale di piccola taglia, nonché da qualche bipede umano che è sprofondato qualche metro più in là.

I primi due-trecento metri sono in una lieve discesa, da percorrere lungo il lato destro, pena essere oggetto di “Strike!” come in uso nel gioco del bowling, da parte degli sciatori e snow-boarder che iniziano la loro discesa sulla “pista nera”.  Il percorso fino alla seggiovia che porta a Cima Paganella è in pratica una corsia di accelerazione che immette nell’autostrada “Olimpionica 2 – Pista nera”.

Attraversato un breve tunnel, che fa molto “traforo del Monte Bianco de’ noantri”, l’indicazione del cartello listato a lutto si rivela nella sua tragica realtà. L’inclinazione è immediatamente percepibile, la discesa diventa impegnativa, esiste un oggettivo rischio di farsela tutta con scivolata lungo il pendio come una ciambella di carne e ossa, tirando a sorte se e quale cederà allo schianto. Se pensate che stia esagerando, spesso ci si fa male semplicemente cadendo in malo modo, non è necessario che la caduta avvenga scalando la via Bellavista alla Cima Ovest di Lavaredo o l’Ulvetanna in Antartide.


Sean Leary in azione in Antartide © Alastair Lee/posingproductions.com

Superata anche la prova della discesa dell’“Olimpionica 2” a piedi, si giunge alla seggiovia che ci porta finalmente a Cima Paganella. Inizio ad annusare l’odore della polent…ehm…dell’aria pura e fina sulla vetta.

Se la cabinovia aveva i suoi rischi, la seggiovia è un’autentica trappola. Con due nanerottoli è una trappola mortale. Il lungo sedile, capace di quattro comodi posti in piccionaia, è alla stessa altezza della nuca del nanerottolo: un colpo secco alla Bruce Lee e via al Creatore.

Il non più giovane addetto alla seggiovia ci viene incontro, ci dà delle chiare istruzioni di come disporci in fila orizzontale, i nanerottoli agli esterni , ci aiuta a fare sedere il pargolame e ci ritroviamo tutti insieme appassionatamente appesi a un filo, gambe penzoloni sullo strapiombo. The hills are alive with the sound of music, With songs they have sung for a thousand years.

Una volta “in volo”, possiamo goderci lo spettacolo: la montagna innevata sale ripida, rocce antiche e alte conifere spuntano dal bianco compatto, le piste si ramificano come delta di un fiume dagli alvei punteggiati da sciatori di colori sgargianti e snow-boarder salterini; qualcuno azzarda un “fuori pista”, la maggiore parte zig-zaga sull’ampia pista come un abile sarto cuce sul tessuto seguendo una traiettoria non visibile e nota solo a lui.

Il suono degli sci e tavole giunge anche a noi , su in piccionaia, nel silenzio che contraddistingue ogni montagna.

Anch’io, reietto della neve, inizio ad apprezzare la bellezza di scivolare sulla neve: ci vuole equilibrio, destrezza, coordinazione e una buona dose di reattività; occorre solidità di piedi e caviglie (cosa che mi manca assolutamente) e, allo stesso tempo, elasticità nel pennellare gli archi di curva.

Bisogna valutare sulla base di chiari ed essenziali elementi, poche regole, sperimentare molto. Lo sguardo, come uno scanner di un Terminator, attento a rilevare in anticipo le difficoltà del tratto successivo e sempre alla ricerca di spazi: la traiettoria più veloce, la curva più armoniosa, lo sciatore più lento da evitare.

L’importante è che gli sci non devono fermarsi.

Ci si ferma solo quando un altro sciatore è in difficoltà o è a terra.

Lo sci è, in fondo, anche agli occhi di un reietto della neve come me, una danza, libera, senza alcuna coreografia se non quella estemporanea dell’interprete. Ritmo, coordinamento, qualche passaggio più audace, errori, perfezionamento e, infine, piacere.

Lo sciatore è come un musicista Jazz: lo sciatore fa con le traiettorie ciò che il musicista Jazz fa con le melodie. Entrambi improvvisano, entrambi compiono un atto di pura ispirazione.

Ci sono delle regole che delimitano come si fa e come non si fa. Una volta imparata la tecnica di base, prima di andare a creare delle nuove melodie occorre perfezionarsi nell’“abbellimento”. Solo dopo una serie di passaggi intermedi, si riuscirà ad allontanarsi dal tema originario e a ottenere un’ improvvisazione talmente autentica da non poterla trascrivere sullo spartito. Lo spartito del musicista Jazz che improvvisa è un foglio bianco; lo sciatore esegue il suo “pezzo” sempre su un “foglio” bianco, la neve.

Vedo la stazione della seggiovia avvicinarsi. Ormai ci siamo!

Continua ad Andale ad Andalo#5 (giurin, giurello, prometto che è l’ultima puntata*)

Onda sonora consigliata: The Sound of Music (colonna sonora di Tutti insieme appassionatamente), cantata da Julie Andrews

*con le dita incrociate dietro la schiena
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52 responses to “Andale ad Andalo#4 – Inizio dell’Epilogo

  • lamelasbacata

    Ma quando si mangia??????
    Maronna mia, a me la neve mette appetito!!

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  • silviatico

    Non mi incanti compadre!Non riuscirai a rendermi affascinante il camminare sulla neve in montagna, tantomeno passandoci sopra con una seggiovia, oppure tentandomi con il profumo della polenta e brasato, con i canederli in riserva. La montagna la preferisco a piedi e senza neve tra i piedi…
    Aspetto con vera trepidazione il momento in cui veramente entreranno le mascelle in scena e da protagoniste…

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    • redbavon

      Maldito! Non ci sei cascato! Eppure ho dato fondo alle mie – seppure limitate – arti affabulatorie tirando dentro danza e musica jazz!
      Come d’altronde pensare di incantare uno sgamato viaggiatore con quattro fiocchi e un paio di ovetti. Vabbuo’ ci rifaremo con la cerimonia della premiazione di cotanta fatica: nessuna medaglia, ma panza fatti capanna!
      E comunque..Que Viva Mexico! 😉

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      • silviatico

        No, è solo questioni di gusto: la neve mi dà un dannato senso di bagnato addosso. Mi piace vederla nei documentari, magari anche nei films. Però pensare di starci in mezzo mi uccide con lombosciatalgie non solo virtuali. Nemmeno il deserto mi piace, per quanto caldo. Preferisco i luoghi ricchi di ombra in cui poterci mettere l’amaca… Mai visto un campesino che la mettesse tra due pini in mezzo la neve? Comunque ti ringrazio per lo sforzo e per la capacità incantatrice. Anche se, come già detto, preferisco pensare quando mi farai fumare sotto il naso un bel piatto di polenta e coniglio in salmì. Allora credo che apprezzerò come non mai le tue capacità di narratore ed incantatore…

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      • redbavon

        La mia penna per un piatto di polenta taragna! E sia!

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      • silviatico

        Così mi piaci: mi ricordi qualcuno che invece voleva scambiare la polenta per un cavallo, mi pare…

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      • redbavon

        Mah qui ai Castelli romani fanno le “coppiette”, in origine fatte di cavallo, oggi più politicamente corretto maiale (vallo a spiegare al maiale). Mi sarei tenuto il cavallo…

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      • silviatico

        Il cavallo, dicono faccia più sangue. Il maiale è più di massa…

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      • redbavon

        Ormai siamo diventati una società di massa, quindi ci attOcca il porco con sollievo di tutti gli equini

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      • silviatico

        L’ho sempre detto che questa è una società classista ed ingessata. Basta vedere come ci si spende per i cavalli, senza degnare di un lamento il povero porco che si fa in quattro per darci la polenta con la salamella…

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      • redbavon

        Ed è uno dei rari casi in questa società selvaggiamente consumista, in cui non si butta via ‘gNente!

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      • silviatico

        …E ci credo compadre, con le scarpinate che ti fai su e giù in mezzo alla neve, nun se po’ fa’ finta de gnente a pranzo, ma nemmeno a cena…

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      • redbavon

        Camminare, per giunta in salita e pure in mezzo alla neve, mette fame. Il problema è che arrivati in cima ci si abboffa per recuperare pure quello del giorno dopo, gli effetti sono deleteri: per smaltire i chili che hai preso in cima, ti tocca rifare la salita e…il circolo è vizioso, senza fine. Io lo dico sempre che il divano o l’amaca sono sinonimi del minimo sforzo e massimo risultato.

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      • silviatico

        Mi pare che, gli unici a guadagnarci, siano i ristoratori e i gestori degli impianti di risaliti. Dunque, non posso che incitarti a venirne fuori da questo circolo vizioso, altrimenti rischierai di vederti risucchiato come preda da vampiro. Ed alla fine esangue di portafogli ti porteranno a valle: sarai pure vittima degli avventori del Bavonrojo…
        Pensaci… C’è sempre un’amaca che t’aspetta nel caldo Yukatan: lì almeno si suda senza faticare, si ha meno appetito perchè si fatica di meno… Quindi porta tutti quanti, la prossima volta, a scalare il palazzo del governatore a Uxmall…

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      • redbavon

        Analisi chiara e precisa. Sul l’alternativa non c’erano dubbi perché per me è l’Unica Via: amaca a go go. La scalata sulla torre dello stregone, se proprio uno vuole, ci sta…Ma di mattina presto che il sole incoccia. Ma chi si alza presto se stessi ai Caraibi?!? Sono tornato al Via senza manco muovermi 😉

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      • silviatico

        Sì compadre: là ci si balla la danza immobile: amaca, playa, comedor, playa, amaca… Una circolarità invidiabile….

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  • Tony Romei

    Ode allo sciatore! Ho molto apprezzato i due riferimenti musicali: due brani evergreen. Diciamo che questo lo prendo come il capitolo della pentalogia che precede “il ritorno del montanaro”. Attendo fiducioso il botto finale. Vai bavon che la vetta è a un tiro di corda!

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    • redbavon

      Caro Tony, tu c’eri e già ti stai umettando le labbra nell’immaginarti di nuovo il tutto. Una pentalogia? Uggesummaria, hai appena dato a questi ricordi di viaggio, partoriti a ore improbe della notte (quindi c’è-quel-che-c’è), un’aura da grande epopea: “Le Cronache d’o marinare ncopp’a muntagna”.
      Ahimè non ti ritrovi davanti un George Martin e le sue capacità di fare ribaltare il lettore dalla sedia con le mirabolanti peripezie nelle sue “Cronache del ghiaccio e del fuoco”…Mi darò da fare per non deludere la tua fiducia e, in vetta, Pererott’ sia!
      Un abbraccio.

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      • Tony Romei

        Quella bandierina piantata a oltre duemila metri con il simbolo della pizza ed il pino di Posillipo ha fatto di te il marinaio più in alto d’Europa! LOL

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      • redbavon

        Ahahah! Già mi vedo tronfio, sul tetto del mondo, spazio con lo sguardo tutto intorno e domino il Creato, una mano stretta l’asta della bandiera di cui mi hai reso onorato vessillifero (e che mi rivendo al prossimo capitolo) e l’altra, alzata oltre la testa in segno di vittoria, stretta intorno a una bottiglia di limoncello!
        gRRruOSS!

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  • Zeus

    Qua c’è dell’eroismo, soprattutto quando si parla delle “mie” zone (diciamo cugine) in codesta maniera. Ma anche io non mi fermo all’apparenza, al bianco lucente, allo sci e al jazz e via dicendo.
    Voglio il momento del fermo, della polenta, dello spezzatino, il grappino e tutto quello che fa sentire bene l’alpinista-sciatore-martoriatodallaneve e lo riporta in equilibrio con il mondo!

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    • redbavon

      GgNnnente! Io mi sono sbattuto, quasi violentato per trovare la poesia della neve, l’armonia dello sci, il filo conduttore dello sciatore, ma tutti finiscono …a tavola! Confesso che lo scatto che mi ha fatto intraprendere l’Impresa è quando l’ottimo Paolo ha detto che alla Roda si mangia da Dio.
      Bene, dopo i risultati di questa analisi di marketTing, ho ben presente l’oggetto del prossimo e ultimo capitolo. Preparate tovagliolo, forchetta e coltello che l’Oste ormai è avvisato.

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  • vincenzomobys

    l’accostamento sciatore-jazzista mi piace alquanto ! 🙂

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  • Tati

    Mi accodo: sei Oste, voglio il ciboooooooo!! ;D

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  • Paolo

    Sciata-Danza… Piace! Questione di ritmo e movimenti fluidi, lievi, ma sicuri. Bilanciati. Fa tutto la gravità. Basta lasciare scorrere.
    Bene. Ora, effettivamente, dovrà essere spiegato come mai… non ci sono i canederli!!??!!?!?!

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    • redbavon

      Pure tu!?!? Umaronna! Ok, io mi metto a scrivere del cibo ed eviterò la poesia della cima innevata e dei panorami bucolici a volo d’uccello e…menate varie sulla bellezza della montagna. Ma quando vi metterete a leggere, voi venite… già mangiati.

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      • Paolo

        La polenta, lo stinco, il brasato, i pizzoccheri, i … Gli schietti bicchieri di vino, senza fronzoli e smancerie, un po’ freddi, taglienti, le infinite sfumature di grappe e genepì, i bombardini,… Insomma, la montagna ha tante bellezze e una grande certezza: il fuoco della stufa e un buon piatto caldo genuino in un rifugio. E’ parte della poesia (un po’ meno gli odori e i rumori nelle camerate, la notte; ma fa parte del “bucolico”, diciamo). Come l’alba sulle creste alla ripartenza. I polmoni pieni d’aria frizzante, la mano gelida dell’ombra e quella calda di un nuovo affaccio. Il silenzio. Interrotto a un tratto da un verso animale, un sasso che rotola giù per la pietraia. Un rivolo d’acqua.
        Red. Scrivi quello che vuoi e come sai, che vai benissimo. Apprezzo sempre di più il tuo stile, il tuo carattere, le tue immagini. Il tuo passo. Sei arrivato fin qui. Continua!

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      • redbavon

        Dammi pure un’altra spintarella….
        Sappi che stai scatenando l’ennesimo sperpetuo e crocifissione della nostra amata lingua. Io stavo già preparando la posizione a spazzaneve e invece tu mi suoni i campanacci, si apre il cancelletto e – se lo becco quello che mi ha dato la spinta – ora sono lanciato sulla discesa libera, ecco! La prima porta! Je nun saccio fà manc’o spazzaneve…E mò cumme cazz’ facci’a’vutà…?!?

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