Album di Figurine – Una vera storia di calcio…per Giove! [by Zeus]

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Sfogliando questo strambo Album di figurine, ha attirato la mia attenzione questo giocatore. Non ricordo di averla mai attaccata questa figurina…E che ci fa in questa squadra?…Strano, me lo sarei ricordato, ma poi il nome, mai sentito… …detto…Zeus…?!? Strano, data la mia passione per la mitologia me lo sarei ricordato…Mah con tutti i nomignoli strambi che si danno i giocatori forse mi è passato di mente. Certo che se in quest’album c’è quella schiappa di un paio di racconti fa, questa almeno sembra una vera storia di calcio…

Autore: Zeus

Una storia di ascesa e caduta, ovvero sia… una storia di calcio

C’è stato un momento storico, stiamo parlando di ics anni fa, in cui è esplosa e implosa la “miserabile carriera dilettantistica” del sottoscritto nel mondo del calcio amatoriale.

Un dramma in tre atti, in cui c’è la difficoltà nel raggiungere il cielo, lo zenit  – no, non la squadra russa – e poi l’inevitabile declino. E giuro, non c’è nessuno spoiler… tutto ruota intorno a due importanti appuntamenti calcistici del Paese dove vivevo: il torneo in palestra di fine primavera e il torneo al campo da calcio in estate.

Atto I – L’Ascesa

Il torneo di primavera, in palestra, era il primo banco di prova per le formazioni locali. Un torneo agguerrito, con squadre da tutta la vallata e formazioni a cinque calibrate, oliate e talmente sincronizzate da essere quasi svizzere. A parte, ovvio, che le loro difese non avevano i buchi.

Dopo un paio di anni tormentati da un grave infortunio, il sottoscritto aveva ripreso, a pieno diritto, il controllo della porta. 
Il mio ruolo? Il portiere-libero, perché avevo imposto una difesa alta di cui ero, oltre che portiere, anche l’ultimo difensore sul campo. Avendo due fioriere e non due piedi, ero escluso dal processo di impostazione del gioco e mi limitavo al passaggio semplice. 
Grazie alla mia altezza, coprivo quasi tutto lo specchio della porta (piccola) e dove non arrivavo, compensavo con agilità, riflessi e una dose di culo da far gridare allo scandalo/antidoping. 
Le uscite erano perfette e le parate facevano andare in delirio il pubblico sugli spalti. Sogno ancora qualche conversione al culto di Zeus dopo certe parate.

Oltre alle parate, il repertorio comprendeva anche colpi di testa fuori area per alleggerire la pressione, tiri da lontano, parate di ginocchio da terra e guizzi felini. Il resto? Grazie alla Dea Bendata.

Ogni partita finiva con pochi (o, spesso, nessun) gol subito e, ogni sera, tornavo a casa zoppicando con un bozzo gonfio e grande come mezza pallina da tennis sul fianco. Ma, credetemi, ero immortale. Un po’ di ghiaccio ed eccomi di nuovo pronto a lanciarmi, indomito, sul parquet della palestra. Con la vittoria in tasca, e io ridotto alla figura zoppa di Gambadilegno, sono sato decretato Miglior Portiere del torneo (IO! Uno che non aveva mai neanche fatto una lezione di calcio).

Atto II – Lo zenit e il primo scricchiolio

Il torneo estivo era l’appuntamento principale.

Avevo già giocato qualche volta in questo contesto, ma ero ancora convinto di essere un passabile centrocampista e perciò non ero quasi utilizzato (a parte una volta, quando pioveva a dirotto e il campo era fango rosso). 
Ma quell’anno venivo dalla prestazione eccezionale al torneo in palestra. Zeus doveva essere il portiere, era la sicurezza. Come dargli torto, no?

La formazione era al 90% la stessa del torneo al coperto, l’agonisto più sentito e gli spalti avevano più gente, là per scappare dalle mogli e bersi una birra in pace e tirar due rutti con gli amici.. Ma io mi sentivo bene, ero in forma. Nonostante la polvere rossa che si levava dal campo (che presumo mi abbia creato un pantano nei polmoni), l’unica cosa che entrava nella porta erano i miei sputi. Il resto restava fuori. La difesa reggeva in maniera egregia, il centrocampo (che erano attaccanti che rientravano o difensori in salita – era pur sempre calcio a 7) faceva filtro e aveva polmoni da vendere. L’attacco? Oh, signori, era ispirato e metteva dentro gol in maniera mirabile.

Tutti erano al top della condizione, almeno finché non si è fatta sentire la morsa della stanchezza e della responsabilità di passare il turno (dopo anni di conceti delusioni in quel torneo). 
Vince un torneo chi non ha paura di vincere perché, cari miei, tutti hanno paura di perdere. 
E qua sono sorti i problemi. Eravamo imbattibili? Sì. Per tre partite lo siamo stati. I migliori in assoluto, ma poi è successo l’inevitabile. Gli avversari ci pressavano come i barbari alle frontiere dell’Impero Romano e ogni occasione di buttare il pallone nella mia area era un lusso su cui si avventavano famelici. Tiri, ribattute, caviglie che volavano e così gomiti e spinte. Cartellini gialli, proteste e bava alla bocca.

Il pallone, però, restava lontano. 
Finché non ha deciso di seguire la sua via.

Un pallone gettato alla rinfusa verso la mia area e rinviato in maniera bislacca dal difensore (fino a quel momento perfetto e freddo come un giocatore di poker) finisce alle mie spalle. Io ero uscito per intercettare il pallone, chiamando palla, ma il difensore era pressato e così non ha sentito decidendo di rinviare velocemente… sballando il colpo e facendo un pallonetto stupendo ai miei danni. 
Sogno ancora adesso il mio riflesso fulmineo, la corsa e una rovesciata al volo per intercettare la parabola malefica del pallone che stava finendo in rete. Non lo feci, ovvio.

In fin dei conti sono una mezza pippa nel giocare. 
L’ironia è che l’unico gol che ho subito in tutto il torneo è stato un autogol. 
L’ultima partita, quella del dentro o fuori, l’abbiamo persa ai rigori, dopo uno zero a zero nei tempi regolamentari.

Atto III – La caduta

Avevamo perso ai rigori. Ero stato sconfitto a reti inviolate, ma dopo anni di sconfitte i miei ex-compagni di squadra volevano vincere: perciò hanno incominciato a meditare sostituzioni. 
L’ultimo appello? Il torneo primaverile al coperto.

Sono arrivato al torneo carico, ma la mia forma fisica era scadente. La formazione c’era, non ricalcava quella vittoriosa dell’anno precedente, ma era una buona squadra di calcio. Io ero andato ad allenarmi con loro e sembravo ok, ma c’era qualcosa che non andava. Non ero più il portiere brillante e spericolato dell’anno prima. I movimenti erano meccanici e il guizzo felino era un ricordo, adesso planavo sul parquet come un’asse di legno (anche se il pubblico si sta ancora lustrando gli occhi per una parata in tuffo a terra, su tiro da fuori area, con pallone bloccato in mezzo alle ginocchia).

Il rimedio? La scaramanzia più becera: facevo le stesse cose del torneo dell’anno scorso, compreso ascoltare la stessa canzone per caricarmi. 
Ma non ero più io. Facevo più errori e sentivo meno grinta e meno concentrazione. Cosa che, logicamente, fiaccava lo spirito dei compagni che mi vedevano arrancare dietro al pallone.

Il colpo di grazia arrivò una soleggiata domenica di fine primavera.

Mentre facevo tutto il santo rituale per cercare di caricarmi a palla, si verificò l’inspiegabile e l’imponderabile: mi si ruppero le lenti a contatto. 
Precipitai nella disperazione. 
Senza lenti a contatto e con la tonicità fisica di un lebbroso, le mie performance in porta diventarono da spettacolari a un obbrobrio. Raccoglievo più palloni nella mia porta che fiori nei campi e le uscite dai pali erano un’ottimo modo per andar a caccia di farfalle, visto che il pallone, sfera maculata e sfocata, continuava ad essere distante di un centimetro dalle mie dita. Dentro la nebbia della miopia, il prode Zeus era lo pseudo-cieco nel mondo dei vedenti. 
Gli avversari, dapprima timidi nel tirare da fuori (erano memori delle mie gesta passate), incominciarono a tirare da tutte le posizioni, tanto non avevo grande senso della profondità e vedevo il pallone in maniera chiara solo quando era troppo vicino… o troppo tardi. 
La sconfitta, seppur di poco, fu imbarazzante per il sottoscritto.

La prestazione, aberrante e costellata di errori risibili per tutta la giornata, mi costò il posto nella formazione del torneo sul campo (il sostituto era un portiere della squadra di calcio del paese) e anche le successive convocazioni. 
La mia parabola si era conclusa nell’arco di un paio d’anni. Da quel momento in avanti ho fatto solo un torneo di calcetto… e vi risparmio i dettagli penosi.

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