Viva il Messico! Ep.#21 – A zonzo per Mérida

Mérida (Foto da web)

Mérida (Foto da web)

 Segue da Ep.#20 –Mérida, llegamos en La Ciudad Blanca

Oggi Mérida è il centro più importante dello Yucatan, ma in passato lo era a un livello molto più ampio grazie al fiorente commercio di derivati dall’agave.

La prima specie di agave fu scoperta da Cristoforo Colombo a Bahama e il viaggiatore inglese John Gilton (1568-72) definì questa pianta come el árbol de las meravillas per i molteplici derivati da essa ottenuti: vino, aceto, miele, zucchero, la bevanda nazionale del pulque e il tlachique, distillati famosi come mescal o tequila e, ancora, canapa, funi, calzature, tegole per i tetti e punteruoli.

Fino alla Prima Guerra Mondiale, l’80% della corde del Mondo era prodotto con il semilavorato che proveniva da Mérida.

La città ha un’identità caratteristica grazie anche al semi-isolamento dello Yucatan dal resto del Messico fino agli anni Sessanta. La forte influenza coloniale ispanica è chiara in un mix di esotica novità di atmosfere mesoamericane e la familiarità di architetture care ai nostri vicini iberici.

Con il solito bastardo senno del poi, Mérida è stata sottovalutata nel nostro itinerario, tanto che – con sorpresa – mi sono accorto che non ho foto della città.  Abbiamo, infatti, considerato Mérida come “hub” di partenza delle escursioni negli immediati paraggi, ma non abbiamo dedicato a questa città l’attenzione che merita. Invece di visitare i monumenti e le testimonianze storiche di cui è ricca, ci siamo mischiati alla gente di Mérida, passeggiando senza meta nel tardo pomeriggio o la sera alla ricerca di un locale dove cenare e passare in relax ciò che rimaneva della giornata. Se doveste recarvi a Mérida, dedicate almeno un paio di giorni pieni per visitarla con attenzione. Mérida merita.

Mérida (Foto da web)

Mérida (Foto da web)

Nelle nostre passeggiate per lo più senza meta, incontriamo Francisco, che abita a Mérida e ha studiato in Italia.
L’incontro è frutto di serendipidità al 100%: mentre guardiamo le vetrine di un “negozio per turisti”, evidentemente biascicando qualcosa su cosa comprare e a chi regalarlo, alle nostre spalle udiamo una voce in perfetto italiano “Non vi fate inculare”. Da qui inizia una conversazione che, alla fine, ci porta alla Casa de las artesanías.

Ci spiega Francisco che si tratta del luogo ufficiale e riconosciuto dagli artigiani locali per commercializzare i propri prodotti e opere. Una sorta di Centro in cui l’origine e la qualità sono certificate, per valorizzare la cultura maya nella produzione artigianale di qualità e diversificata nonchè per contrastare le cianfrusaglie che popolano negozi e negozietti, prodotti a  basso costo e realizzati in serie dall’industria o, colmo dell’ironia globalizzata, “prodotti tipici” made in China.
La nostra anima da “campesinos” viene fuori e, dopo le informazioni fornite da Francisco, nutriamo per quei negozianti lo stesso sdegno di Mosè verso il suo popolo: non solo si era fatto il mazzo per discendere dal monte senza fracassare le Sacre Tavole della Legge (“tavole” per modo di dire, visto che erano di pietra massiccia) ma, al suo arrivo, li colse ad adorare una statua d’oro, per giunta di un… Vitello. Disgustati da questo mercimonio di “ricordi” da rifilare ai turisti, che seppure dei beoti, avrebbero almeno il diritto di sapere la verità su cosa stanno acquistando, ci lasciamo condurre da Francisco alla Casa de las artesanías.
Qui, effettivamente si respira un’atmosfera diversa. Ci spiegano in un misto di spagnolo-italian-gesticolato, la provenienza, i materiali, gli artigiani, l’utilizzo dei manufatti, di volta in volta che uno di noi vi si avvicina e indica all’altro con un indice. Ne viene fuori una pièce da Teatro dell’improvvisazione di altissimo livello, che mi fa benedire l’influenza spagnola nella mia terra e lingua di origine. Acquistare qualcosa è un dovere morale, anche solo come “prezzo del biglietto”.

Nei locali, sobri della Casa de las artesanías, in contrasto con quelli sfavillanti e appariscenti delle boutique del centro, sono ammonticchiati vari manufatti, capi di abbigliamento ordinati per varia foggia e differenti colori, cappelli impilati, file di stoviglie, cocci e altri prodotti che, genericamente, sono utili in una casa. Nessuna “minchiata” per turisti, nemmeno un “magnetino” a forma di sombrero da spiattellare sulla porta del frigorifero oppure una fottuta, fottutissima palla di vetro trasparente, di quelle che scuoti e cade la neve sulla piramide di Chichèn Itzà, che ci hanno infilato dentro. Se la vedesse il Gran Sacerdote, le teste di costoro che le fabbricano e che le acquistano rotolerebbero giù dai gradoni, non come degno sacrificio al Dio, ma tanto per controllare l’efficienza del filo della lama sacerdotale.

Infoiati da un acquisto a “Chilometri Zero” ante litteram, cioè  prima che il marketing sputtanasse anche questa forma più sostenibile di produzione e distribuzione, usciamo dalla Casa de las artesanías con il seguente “bottino” (capire di chi sia il “bottino” non mi è ancora chiaro):

  • due amache matrimoniali di colore bianco, tessute con la fibra ottenuta dall’agave; ci spiegano che le amache in vendita per i turisti sono spesso di materiale sintetico, di nylon. La fibra, che si ottiene dalla pianta dell’agave, è un prodotto per cui lo Yucatan è famoso in tutto il mondo e fino a qualche decennio fa ne deteneva quasi il monopolio del semilavorato per la produzione di corde e cordami. Questa notizia troverà conferma durante il viaggio, durante la visita all’Hacienda Yaxcopoil.
  • varie collane di pietra dura. A mio fratello Lucio luccicano gli occhi al solo vedere un’ambra, un turchese, un opale. Non ha studiato mineralogia, ma sembra essere dotato di un istinto innato, che gli fa distinguere una pietra di ambra genuina da una truffaldina fusione di plastica.

Mi lascio indietro un Panama, un bellissimo cappello con foglie di palma intrecciate,  ma la spesa per l’acquisto dell’amaca ha già assorbito buona parte di quanto avevamo stanziato.
Un Panama mi verrà regalato dai miei amici Stefano e Rita, i quali, stonati dai miei “racconti sul Messico”, qualche anno dopo hanno seguito questo itinerario. Si sono ricordati di questo mio “desiderio rimasto indietro” e, al loro ritorno, mi hanno fatto dono di questo cappello. Certi “souvenir” hanno senso, hanno cuore.

L’amaca è, comunque, un acquisto fondamentale: dopo avere sperimentato la goduria del riposo sull’amaca a Cozumel, l’acquisto è pensato per il riposo del caro padre, da poco in pensione, il quale con parte del suo TFR sta finanziando questo viaggio di noi due figli squattrinati dall’altra parte del Mondo, che lui non ha mai visto. Chiaramente tale immensa riconoscenza al padre sotto forma del regalo più bello e costoso che riportiamo dal Messico è possibile sempre utilizzando i suoi soldi. Ma quanto ci voleva bene, papà?!?

L’intento meritorio di esprimere riconoscenza al munifico padre è, però, un’infame bugia dell’Io Razionale. L’Io Irrazionale sa benissimo che quell’amaca sarà presto ambita da tutti i componenti della famiglia…E prevedo lotte all’ultimo sangue! Il fatto che sia un modello matrimoniale non è casuale: evitare le guerre si può.
L’amaca è…L’amaca. Tanto che ho deciso di dedicarle un post(o) tutto suo: (l)Ode all’amaca.

L’amaca è l’ultima frontiera della “siesta” più (s)frenata, lo zenith della “ricotta”.

Mérida (Foto da web)

Mérida (Foto da web)

Trascorriamo la serata a mangiare in un bel ristorante, consigliato anche da Francisco, “Portico del Peregrino” a due passi dall’Università dello Yucatan e da uno dei più importanti teatri del Messico, el Teatro Peón Contreras.
Lungo il marciapiede opposto a quello del ristorante è parcheggiata un’automobile americana degli anni Cinquanta, di quelle che ormai si trovano solo a Cuba o nei film: è semplicemente maestosa, un autentico mito.

L’atmosfera è perfetta come rare volte capita.

Per la cronaca gastronomica e nota di colore: ho mangiato un pollo cotto nelle foglie di platano, il pollo pibil. Una delizia.

Pollo pibil

Pollo pibil

Sulla strada di ritorno, nei pressi dell’albergo, incontriamo di nuovo Francisco, decidiamo di berci una cerveza insieme e ne viene fuori una piacevolissima chiacchierata.

Dopo avere salutato Francisco, raggiungiamo in albergo Lucio e Diego, che si erano avviati in anticipo per motivi sì fisiologici, ma anche di fine calcolo logistico applicato alla toilette. Quando c’è quel tipo di “chiamata” e con il tipo di alimentazione così diversa, trovare il bagno occupato è la iattura peggiore.

Nonostante una giornata così intensa, che ci ha portato dalla visita a Chichén Itzà all’arrivo a Mérida, conveniamo che il riposo può attendere e la partita a scopone è rito che non si può disattendere.
Accade ciò che il buon Frank e io temevamo già da un paio di partite: il pareggio, 3 a 3.
Diego e Lucio ci randellano in malo modo, con conseguente leggero “appuntamento” delle nostre (o)recchie (*)

(*) L’ “appuntamento di recchia” è un nostro gergo per indicare letteralmente l’appuntirsi della parte superiore delle orecchie, cosa che accade tipicamente a colui il quale subisce un’inaspettata quanto sonora sconfitta, che quindi lo fa prostrare in uno stato di mortificazione, male celata e male sopportata, direttamente proporzionale all’arroganza manifestata quando in precedenza era vincente o risultato vittorioso. Credo che sia una mutazione – tutta nostra – dall’espressione “buscarle sulle recchie”, cioè “perdere pesantemente e in malo modo”.

All’indomani è prevista la visita alle ruinas di Uxmal e altra piramide da scalare.

E chi non viene con noi a Uxmal, nel bel mezzo di una pantagruelica abbuffata possa il pollo pibil creargli uno tsunami intestinale e, dopo una folle quanto costosa corsa in taxi all’albergo, si accorga alla porta della camera di avere dato le uniche chiavi alla compagna rimasta al ristorante. Questa immagine lo folgori nell’esatto istante in cui capirà che non gli basterà cambiare un paio di mutande.

Onda sonora consigliata: La Llorona di Oscar Carrizzosa

Ep.#22 –Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto ->

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