Viva il Messico! Ep.#17 – Chichén Itzá

Chichen Itza

Chichén Itzá – El Castillo, il Tempio di Kukulkan. Foto by RedBavon

8° dia: Chichén Itzá-> Mérida

Lasciamo Valladolid non senza qualche ritrosia poiché El Mesón del Marqués – come la definirebbe Frank – si è rivelato essere  un‘ottima sistemazione. Sarà che la scalata della piramide di Cobà ci ha stremato, sarà stata l’abbondanza di cipolla ingurgitata insieme al poc-chuc, ma i dannati mosquitos non hanno molestato il nostro sonno come le altre notti.

Colazione al volo, ci trasciniamo via Diego che sotto gli occhiali da sole inforcati – potrei giocarmi una somma considerevole – sta ancora dormendo: è uno “sleeping-man walking”. Quel genio del mio amico ha scoperto anche come camminare mentre dorme!

Saliamo sul nostro bolide rosso Chevy Monza, Lucio alla guida, la consueta incitazione di Frank “Grrrrintosi!” e via incontro al nostro destino: Chichén Itzá e la nostra seconda piramide da scalare!

Chichén Itzá è uno dei siti archeologici più famosi e meglio restaurati, per quanto personalmente preferisco quelli più “selvaggi” ed immersi nella Natura come Cobà e, più in là nel viaggio, Palenque: il sito è di grande impatto. Nella Ruta Maya, che attraversa Messico, Belize, Guatemala e Honduras, Chichén Itzá  è una tappa obbligata.

La Ruta Maya: un viaggio "on the road" sulle orme dei Maya, un tour archeologico e non solo

La Ruta Maya: un viaggio “on the road” sulle orme dei Maya, un tour archeologico e non solo

Cicenizza?!?

Chichén Itzá, gli accenti sono lì apposta: ogni volta che l’ho sentito pronunciare, questo nome immancabilmente suona: “Cicenizza”. Cosa pensate quando i francesi storpiano l’Anfiteatro Flavio e dicono “Coloseò”?

“Cicenizza” è una mia crociata personale e, in quanto tale, è persa per definizione.

Provate a inserire nella ricerca di Google la parola storpiata, ma con l”h” in segno di una minima reminescenza più esotica che di qualche pagina di libro, “Chicenizza” e vi risponderà in 0,51 secondi con 3 milioni e 450 mila risultati relativi achichen itza”; quantomeno, Google prova a proporre la versione corretta.

Ma c’è di peggio: insistendo sulla ricerca di “Cicenizza”, misteriosa colonia francese in Messico (se le piramidi sono manufatti alieni, allora i Francesi possono essere arrivati in Messico prima degli Spagnoli, questa ne è la prova!) ho trovato qualcuno che ha pubblicato tanto di foto del sito archeologico durante un suo viaggio intitolando proprio così: “Cicenizza -Città Maya. Immagine dalla Piramide”, didascalia peraltro posta al di sotto del Tempio dei Guerrieri, che è tecnicamente una piramide, ma per “Piramide” si intende El Castillo, cioè l’imponente Tempio di Kukulkan (qui il link come fonte, ma vi evito lo sforzo e inserisco la foto).

Cicenizza?!? Le prove che i francesi sono stati prima degli spagnoli in Messico? Questa è roba per Kazzenger!

Cicenizza?!? Le prove che i francesi sono stati prima degli spagnoli in Messico? Questa è roba per Kazzenger! Foto: fonte web

Chichén Itzá in lingua Maya significa “Bocca del pozzo degli Itzá“, mentre Ernesto, la nostra guida locale, ci riporta una versione leggermente diversa, scandendo le parole “Chi Ch’én Itz’há”, che corrispondono a “Bocca del Pozzo dello Stregone dell’Acqua”; la diversa versione deriva dal fatto che “Itzá” era un gruppo etnico particolarmente potente nel settentrione dello Yucatan  e che itz (“magia”) e (h)á (“acqua”) può essere anche tradotto come  “Stregone dell’Acqua”.
L’acqua e i pozzi qui effetivamente ci sono; magia e mistero anche. Vi sono due cenote, ricche fonti di rifornimento idrico nell’altrimenti arida penisola, e una terza massa d’acqua di 25 x 30 metri è stata scoperta l’anno scorso a venti metri sotto la Piramide principale; il Cenote Sagrado, sito di antichi pellegrinaggi, è stato oggetto di ricerche e ritrovamenti che ne attestano i rituali di sacrifici anche umani. Chac, il dio della pioggia, è praticamente dappertutto nei motivi decorativi delle ruinas.

Il dio Chac e non era un castoro

ChaacChac o Chaac, come molte divinità Maya, è uno e molteplice. Esistono quattro Chaac, uno per ognuno dei quattro punti cardinali, differenti tra loro per il colore: Sak Xib Chaac, di colore bianco è associato al Nord; Kan Xib Chaac, di colore giallo è associato al Sud; Ek Xib Chaac, di colore nero è associato all’Ovest; Chac Xib Chaac, di colore rosso è associato all’Est.  In particolare, quest’ultimo era il titolo che si dava il Re di Chichén Itzá e titoli similari sono associati ad altri governanti nel periodo Classico.  Chaac, nonostante la sua rappresentazione non assomigli nemmeno vagamente all’omonimo castoro “Don” dei cartoni animati giapponesi, è una divinità benevola, ritratto come una figura antropomorfa rivestita da squame di rettile o anfibio, dalla testa non umana, naso come una proboscide uncinata e zanne come dentatura.

A Chichén Itzá vi è un edificio, detto La Iglesia, che è decorato con la testa di Chac ripetuta per tutto il perimentro.

Chchén Itzá - La Iglesia - particolare del dio Chaac Forte foto: web

Chichén Itzá – La Iglesia – particolare del dio Chaac
Foto: fonte web

Chichén Itzá è una città che esercitò una forte influenza nello Yucatan settentrionale tra il  VI e l’XI secolo, quando vi giunsero gli Spagnoli, nel 1531, l’area era ancora abitata, ma il suo declino era iniziato già da oltre 500 anni.

Il sito è il meglio organizzato, molto poco selvaggio, ma ugualmente stupefacente per la vastità dell’area, l’imponenza delle costruzioni e le cose da vedere: la Piramide cioè il Tempio di Kukulkan, l’interno della Piramide; il Campo della Pelota, l’Altare dei Teschi, l’Osservatorio con la suo tetto emisferico così simile a quello di simili edifici dei giorni nostri, Il Tempio dei Guerrieri, il colonnato della Sala dei Mille Guerrieri, Las Monjas, La Iglesia, il Cenote Sagrado.

Mappa del sito archeologico

Mappa del sito archeologico

Un paio di consigli utili:

  • arrivate al sito archeologico di mattina presto: l’area è vasta e il sole spacca, il tasso di umidità non perdona e, insieme all’acido lattico, è un cocktail micidiale per stendervi lungo uno dei prati o, peggio, farvi qualche rotolante scherzetto in cima alla Piramide.
  • vi sono delle guide locali e autorizzate. Mettete mano al portafogli e regalatevi un giro guidato con un numero ristretto di persone: sebbene siate un cenote di scienza infusa  e cultura Maya, è interessante ascoltare la “versione dei fatti” delle guide locali.

Ancora entusiasti del giro guidato a Cobà, decidiamo che è giusto tassarci per la cultura, mangeremo qualche empanada e tortilla in meno… Ci affidiamo a Ernesto, che peraltro parla un italiano comprensibile.

Il giro guidato dura oltre due-tre ore e termina con la scalata della Piramide, il Tempio di Kukulkan, alto 30 metri: è la ciliegina sulla torta per i muscoli dei nostri arti inferiori. La fatica viene ripagata dalla sensazione di sovrastare tutta la giungla e le costruzioni sottostanti.

L'Altare dei Teschi. Fa davvero impressione.

L’Altare dei Teschi. Fa davvero impressione. Foto by RedBavon

Testa o croce? Testa, la tua.

L’Altare dei Teschi, testimone dei sacrifici umani, è un altare imponente decorato con teschi in rilievo nella pietra lungo tutto il suo perimetro: è impressionante, non tanto da vedere, quanto a immaginare a quell’epoca!

Si tratta di una piattaforma di pietra su cui venivano ammassati i teschi delle vittime sacrificali o dei guerrieri nemici catturati e poi sacrificati. L’Altare dei teschi proviene da una usanza comune tra i Toltechi e adottata dagli Aztechi, il tzompantli: una piattaforma quadrangolare, irta di  file sovrapposte di pali perpendicolari, utilizzati per infilare i teschi umani.

I Toltechi, quando giunsero dal centro del Messico in Yucatan verso la fine del X secolo, introdussero ai pacifici Maya i sacrifici umani su larga scala. Su diversi rilievi delle pareti del Campo della Pelota di Chichén Itzá, viene raffigurata la scena della decapitazione di un giocatore di pelota, il cui cranio veniva esposto sul zompantli.

Ricostruzione di zompantli. La base di pietra e le file di pali infissi.

Ricostruzione di zompantli. La base di pietra e le file di pali infissi.

“Sacrificio” è una parola che significa “rendere sacro”. Nell’Antichità, gli uomini compivano sacrifici, sia di animali sia di propri simili, come forma di remissione di debito nei confronti delle divinità o delle forze della Natura, così la morte diventava un evento sacro, oggi potremmo dire “santificata”.

L’Altare perciò comunica un timore reverenziale, un’antica consuetudine a certi rituali, oggi non accettabili, ma allora parte della vita quotidiana e, per certi versi, necessari affinché la vita procedesse al meglio e la comunità venisse benedetta dalle divinità. In questi rituali di “morti sacre” immagino nel popolo una sorta di lotta contro la rassegnazione che percorre – in modo né cruento né così feroce – le vite moderne di solitudine e di giorni sempre uguali senza speranza che un domani possa essere migliore.

I Maya credevano che il Sole (associato all’aquila) dovesse sostenere una lotta contro gli dei degli Inferi durante la notte (associati al giaguaro) e, per essere più forte e recuperare energia, avesse bisogno di sangue umano. Senza il Sole il mais non sarebbe cresciuto, senza il mais il popolo Maya sarebbe morto di fame: cosa era la morte di uno per il beneficio di tutta la comunità?

Se tale credenza può fare apparire questa civiltà come primitiva, si resta stupiti di fronte alla loro conoscenza dell’Astronomia. Diversi studiosi sostengono che i Maya sono l’unica civiltà antica a essere a conoscenza che Orione è una nebulosa. Inoltre i Maya, dal punto di vista astronomico, consideravano il pianeta Venere più importante addirittura del Sole, conoscevano il Gruppo delle Pleiadi, la Stella Polare e nutrivano un particolare interesse per gli equinozi. Non è che i Maya avessero un debole per l’Oroscopo, ma l’osservazione degli astri e del loro movimento aveva importanti ricadute sulla vita quotidiana: semine e raccolti, celebrazioni e rituali sacri, tutti erano collegati all’osservazione del Cielo.

Il Tempio di Kukulkan. Con queste ombre, mette davvero in soggezione. Foto by RedBavon

Il Tempio di Kukulkan: 24 metri di scalinata più 6 metri del tempio in cima: 30 metri che incombono. Con queste ombre mette davvero in soggezione. Foto by RedBavon

Come ti calcolo l’Equinozio, senza computer, ma con una piramide alta 30 metri

Il Tempio di Kukulkan, detto El Castillo, è un esempio perfetto della conoscenza Maya dell’Astronomia e di un’insospettabile perizia nei calcoli matematici.

Le scalinate contano 91 scalini su ognuno dei quattro lati, per un totale di 364, cui si aggiunge la piattaforma finale, un totale di 365 gradini, cioé il numero dei giorni in un anno. I gradini creano 18 terrazze su ogni facciata, 18 sono i mesi del calendario Maya. I pannelli in rilievo su ognuna delle facciate sono 52, cioé il totale degli anni in un secolo Maya.

Il Tempio di Kukulkan, dio della conoscenza, è uno strumento di precisione per il calcolo astronomico, costruito per calcolare con esattezza la precessione degli equinozi. In occasione dei due equinozi, lungo la balaustra nord-est, ornata come le altre tre con una testa di serpente piumato alla base, l’ombra crea l’immagine di un lungo serpente, che inizia dall’alto della piramide, percorre tutta la scalinata e termina alla testa del rettile piumato. Come potete notare nella foto sotto, i Maya danno una pista ai Cinesi al gioco delle ombre!

La discesa di Kukulkan il giorno dell'Equinozio. Foto: fonte Wikipedia

La discesa di Kukulkan il giorno dell’Equinozio. Foto: fonte Wikipedia

Nel ventre del Tempio

La Piramide custodisce all’interno un trono a forma di giaguaro, decorato con inserti di giada, cui si accede in fila indiana percorrendo settanta scalini ripidi e scivolosissimi. Il trono è dietro una grata ed è con tutta probabilità una copia dell’originale che – immagino – sia in qualche museo.

L'interno della Piramide. Rende l'idea di quanto sia stretto e basso. Più buio di quanto appare.

L’interno della Piramide. Rende l’idea di quanto sia stretto e basso. Più buio di quanto appare.Mio fratello Lucio, mi immola sepolto vivo.

La scalinata interna non è adatta ai claustrofobici né a chi è particolarmente sensibile a tassi di umidità elevati. Il corridoio è strettissimo, si procede in fila indiana, su una ripida scalinata con un tasso di umidità spaventoso, ancora di più considerato il numero di esseri umani che vi respirano. Al nostro turno, la flebile luce elettrica che illumina la scalinata all’improvviso è andata via: non puoi andare avanti, non puoi andare indietro. Come sperimentare, anche se per quei pochi minuti, la sensazione di essere seppellito vivo.
L’esperienza vale la pena per il solo fatto di penetrare nell’interno di una costruzione così antica. Il “lore” di questo luogo è potente, comunica ancora a certi nostri recettori atavici, seppelliti, dormienti, ma mai rimossi.

Il giaguaro (con intarsi) di giada alla fine del corridoio interno di El Castillo. Foto by RedBavon

Il trono del giaguaro, con intarsi di giada, alla fine del corridoio interno di El Castillo. Foto by RedBavon

Dal 2006, in seguito purtroppo a un incidente costato la vita a una turista, è vietato l’accesso al pubblico sia al corridoio interno sia l’ascesa alla Piramide.

Cenote, sacrifici umani e furbacchioni di altri tempi

Ernesto ci porta presso il Cenote Sagrado e ci racconta la Storia dello Stregone dell’Acqua. A volte, per fissare certi blocchi di informazioni utili, occorre una di queste storielle, cui ci piace credere sia vera e non ci interessa ricercarne le fonti scientifiche. Interessante è la storia in sé.

Sul fondo dei cenote, unica fonte di acqua dolce dello Yucatan e pertanto sacri per le antiche popolazioni, sono stati spesso ritrovati resti umani e monili, collegati a rituali sacrificali.
Le popolazioni dello Yucatan  – Ernesto afferma che ancora oggi è così – non sanno nuotare. Pertanto, una volta che i prescelti venivano buttati nel cenote, vi morivano per annegamento.

Dragando il fondo del Cenote Sagrado sono  stati ritrovati  monili, oggetti e resti umani, anche di bambini. Ma sembra che “Uno su Mille” ce l’abbia fatta!

Un furbacchione, che sapeva quantomeno reggersi a galla, volontariamente si offrì al sacrificio e, quando i Grandi Sacerdoti, ritornarono il giorno dopo per vedere se fosse annegato come tutti gli altri, con grande sorpresa lo trovarono ancora in ammollo. Lello Arena nel film “Ricomincio da Tre” avrebbe sancito, con plateale gesto di entrambe le braccia distese verso l’alto, che questo era ”O’Miracolo!” da 100 punti. Evidentemente anche i Maya avevano questa nozione ed elessero il Gran Furbacchione a Grande Re!

Poi dicono dei napoletani! Io sostengo sempre che l’essere “furbi” è una caratteristica trasversale al genere umano.

Il Cenote Sagrado

Il Cenote Sagrado. Foto by RedBavon

La storia dello Stregone dell’Acqua è una “macchietta” dei giorni nostri, dal sapore decisamente “vintage”, ma quel sorriso che mi ha strappato pensando allo Stregone Furbacchione in mezzo a tanta crudeltà di quei fetentoni di Toltechi, ha fissato in maniera indelebile la memoria di quel magnifico luogo e incuriosito nell’approfondire quella civiltà.

La verità è che il sacrificio di giovani uomini e donne era tra i vari rituali per ingraziarsi il dio Chaac, la cui tipica dimora è nei cenote, luogo sacro ed entrata al Mondo degli Inferi, proprio come il nostro Lago d’Averno e l’antro della Sibilla. La norma è che queste vittime sacrificali venivano lasciate lì fino a che non fossero annegate, ma altre volte accadeva che li tirassero fuori come una sorta di oracoli, affinché comunicassero la volontà del dio.

Poiché amo la Storia, soprattutto quella delle Antiche Civiltà, potrei continuare a scrivere ad libitum, sopratutto delle mie sensazioni sopra e sotto la pelle, ma già sono andato oltre il punto in cui il navigatore medio è preda della sindrome TLDL (Troppo Lungo Da Leggere).

Perciò rimando al prossimo episodio il racconto della scalata del Tempio di Kukulkan, del Campo della Pelota (gioco della palla) più grande del Messico, in pratica l’omologo odierno dell’Estadio Azteca di Città del Messico, di El Caracol, della sua forma così simile a un moderno osservatorio astronomico.

Vi assicuro che la visita a Chichén Itzá, come in altri siti archeologici, vale la pena non per fare il pieno di nozioni a buon mercato (tanto si dimenticano subito), bensì per cercare di assorbirne la “magia”, il potere della Natura vergine e dell’Uomo che vi ha vissuto come parte integrante, traendone forza e rispettandola.

E chi dice “Cicenizza”, possa perdere la parola, ma non per sempre, e quando la riacquisti, due volte l’anno, il giorno dell’equinozio di Primavera e Autunno, possa sparare delle cazzate immani.

Onda sonora consigliata: Por una cabeza di Carlos Gardel (musiche) e Alfredo Le Pera (testi), interpretata dalla Regina della Musica Ranchera, la messicana Aida Cuevas.

Por una cabeza è un popolare tango argentino, ma l’arrangiamento in questa clip è decisamnte messicano.

In questa clip, l’interpretazione originale di Carlos Gardel

Ep.#18 – Chichén Itzá, la seconda piramide ->

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