Batmancito – Anabasis

Architrave 8 di Yaxchilán (Guatemala) - (c) Dipartimento di Storia Culture Civiltà Università di Bologna

Architrave 8 di Yaxchilán (Guatemala) – (c) Dipartimento di Storia Culture Civiltà
Università di Bologna

Segue da Batmancito Inicia [Parte II]

Sistemo la falda del cappello, mi passo la mano sulla fronte in un gesto inutile di asciugare la fronte, ottenendo invece l’effetto di spalmarmi un impasto di polvere, terra e sudore. C’è troppo silenzio.

Avanzo oltre la cortina di liane e vegetazione, che seppure diradata dal mio machete, impedisce buona parte della vista oltre. In piedi, disposti a semi-cerchio, vi sono una trentina di indigeni dai corpi colorati di nero e di rosso, alcuni recano macabri ornamenti di teschi e ossa. Sono guerrieri e sono armati. E sono convinti che abbiamo profanato il Tempio Sacro.

Alla mia vista, li sento sobbalzare all’unisono in preda alla sadica gratifica di ciò che mi faranno, devono solo decidere il numero di pezzi in cui ridurmi per poi disperderli nella giungla. Oggi il giaguaro cena gratis. Maledico il giorno in cui ho sottoscritto una petizione contro l’inquinamento e la salvaguardia delle flora e fauna delle foreste tropicali.

Quando sento Sergio sopraggiungere, mi volto istintivamente dietro con l’espressione “mi spiace compadre  non ho avuto il tempo di avvisarti” e gli dico: “Siamo finiti dalla padella alla brace!“. Sergio aggrotta la fronte e alza un sopracciglio. “Te lo spiego dopo…” aggiungo, ma senza credere a una sola di queste ultime parole. L’unica certezza rimasta è che saranno davvero le ultime.

Mi volto nuovamente verso la versione Maya dell’Armata delle Tenebre, avessi almeno una moto-sega farei un bel po’ di macello, sto per recitare a caso gli “spezzoni” di preghiere che non ricordo e, proprio per questo motivo, guadagnerò un biglietto diretto a Inferno Città.

Vedo sui visi dei guerrieri la loro espressione mutare come se avessero visto Kukulkán in carne, piume e spire. Si genuflettono e chinano il capo tra le braccia stese a terra in avanti, esattamente come nella scena dell’altorilievo nel tempio.

Sergio ora è un paio di passi davanti a me. Avanza, con piglio autoritario, senza rivolgere lo sguardo ai guerrieri prostrati. Rimango immobile e inebetito. Sergio si ferma e pronuncia ad alta voce alcune parole che non intendo. La voce è roca, profonda, quasi non la riconosco. Quel viejo zorro, figlio di buona madre Maya, si gira verso di me, fa l’occhiolino e un cenno di muovermi in fretta.

Così guadagniamo la riva, spingo in acqua la barca, mentre Sergio si staglia tra gli indigeni e me, come il Colosso del dio Helios a protezione di Rodi. Ormai la barca è nel fiume, la corrente la spinge al centro, sussurro al mio compagno e salvatore di salire a bordo. Pronuncia altre parole all’indirizzo dei guerrieri tra cui distinguo solo “kame“, “morte” e monta in barca con nonchalance. Deve avergliele cantate per bene a quei quattro figli di scimmia urlatrice: sono rimasti paralizzati sul posto, mai più rivisti lungo tutto il viaggio di ritorno.

Il viaggio prosegue senza nessun altro incontro, sembra uno di quei tour organizzati per turisti tanto fila liscio. Sergio, invece, mi preoccupa: non è più se stesso. Sembra tranquillo, ma non è sereno. È animato da una frenesia aliena da queste parti. Parla continuamente. Di morte, come rinascita.“Vita o morte è uguale, sai”  lo ripete come un mantra. La morte va considerata come una “chiusura” con il passato, una cesura definitiva con certe vecchie, troppo radicate abitudini e comportamenti impossibili da cambiare. “Ricorda: è l’unico modo per trasformarti in una persona molto migliore, una persona sempre consapevole della vita e della morte. Non è facile mi hermano, ma è l’unico modo per migliorarti. Vita o morte è uguale, sai“.

Il fatto che sia Sergio a straparlare e non lasciarmi dire nemmeno un “meh”, “mah” o “bah” mi dà il tormento almeno quanto i mosquitos, che  non c’è Dio Giaguaro né Dio Pipistrello che possa proteggermi  continuano imperterriti a succhiare il mio sangue un millilitro alla volta. Sergio è immune, anzi ho la netta sensazione che i mosquitos gli girino alla larga, sembra che lo evitino proprio.

Quando arriviamo in vista di Punta Allen, Sergio si ammutolisce. Non riapre più bocca nemmeno quando ci trasciniamo fino alla posada dove abbiamo quella che, all’arrivo poteva essere ottimisticamente definita una stanza, ma che oggi mi sembra una “gran suite super deluxe”. Manca solo la “jacuzzi”.

La classica bettola malfamata, il migliore ron di tutti i Caraibi. Così dice l'Oste.

La classica bettola malfamata, il migliore ron di tutti i Caraibi. Così dice l’Oste.

“El BaVón Rojo”. La scritta sull”insegna non è sbagliata: si chiama proprio così. Si chiamasse come gli pare,  ma l’insegna della posada conferma che siamo proprio arrivati “a casa”, almeno a qualcosa che ci va molto, molto vicino al calore di un focolare domestico, di una famiglia.

Spalanco la porta.

Dietro al bancone, appare l’Oste: un uomo alto, non di qui, un europeo, finito – per scherzo del destino, femmina infame o losco affare, ma sicuramente non per scelta – in questo luogo, dimenticato da un qualsiasi dio, ma non dagli uragani, che puntualmente spazzano via bar, baracche e baracconi. Praticamente tutto quello che qui chiamano “città”.

El Rojo! Pensavi di non vederci più eh?”. L’Oste fa un largo sorriso e allarga le braccia con una gestualità che gli è magnificamente naturale.

Viene fuori dal bancone, lancia a caso lo straccio che stava usando per pulire e mi si fa incontro a grandi passi, incurante di chi sia nel mezzo. Involontariamente, fa uno sgambetto al suo strano socio, un nanerottolo dai biondi boccoli, che in quel momento trotterellava con un vassoio tenuto alto davanti agli occhi. Al fracasso di vetri rotti di bicchieri e bottiglia, l’Oste si ferma, si rivolge verso il nanerottolo a terra e gli fa: “Uhè Narciso, ti sei fatto male?”. Il nanerottolo, rialzandosi, di tutta risposta stende il corto braccio in sua direzione, alza il dito indice e il mignolo, richiudendo il resto delle dita sul palmo. Il pollice è chiuso, non è il sacro Karana Mudrā, sono proprio “corna”.

L’Oste gli sorride e, agitando la mano in un moto circolare nell’aria, gli ingiunge perentorio istruzioni:”Ora ripulisci tutto eh…”

L’Oste riprende la sua camminata, allarga le braccia e mi preparo al suo imminente appiccicoso abbraccio.

Oste! Portami qualunque liquido tu abbia, l’importante che sia freddo!

Vai alla Parte IV: El BaVón Rojo–>

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