Batmancito inicia

Camazotz

Segue da Batmancito [Parte I]

Sergio fa un cenno di avvicinami al centro della parete con la grande scena in rilievo. Indica un foro rettangolare esattamente all’altezza del ventre del grande pipistrello. Non può essere un cedimento del muro perché i bordi sono levigati perfettamente.

Mi avvicino e lo ammonisco di prestare attenzione a dove mette i piedi perché, se si tratta di una trappola, mentre è concentrato a guardare il contenuto del “buco”, potrebbe fare scattare una piastra a terra e il “buco” se lo ritroverebbe nel cranio, attraversato da parte a parte da un dardo. Sergio annuisce e, con molta attenzione, si muove a ridosso della parete. Sto per incalzarlo con un’ulteriore raccomandazione di non puntare il fascio luminoso della torcia diretto nella fessura poiché alcune trappole scattano con la luce, quando vedo un’ombra volarne fuori e, l’attimo seguente, l’urlo di Sergio, un tonfo e poi il buio.

Sergio ha fatto cadere la torcia e anch’egli deve essere finito a terra: nell’oscurità lo sento dibattersi, dimenarsi, urlare “Toglimelo di dosso! Toglimelo di dosso!”. Recupero la torcia e direziono il fascio di luce subito verso il punto dove dovrebbe essere Sergio.

È sul pavimento, schiena a terra, con entrambe le mani portate all’altezza del collo, appena sopra la congiunzione con la spalla destra, stringe qualcosa attaccato al collo, cerca di strapparselo via con una forza che, se vi riuscisse, si porterebbe via anche la carotide.

Toglimelo di dosso! Toglimelo di dosso!” continua a urlare con un tono a metà tra la richiesta di essere salvato e quella di essere liberato a ogni costo, anche di morire. “Toglimelo di do…” l’ultimo urlo di Sergio si spegne in un gorgoglio e le sue braccia ricadono stese lungo i fianchi, i palmi delle mani rivolti verso l’alto, gli occhi sbarrati, la testa leggermente reclinata sul lato sinistro. Ora, lo vedo!

Attaccato al collo di Sergio vi è un pipistrello, un piccolo pipistrello non più grande di un pugno: le ali piegate, colpite dalla luce della torcia, si distendono, la testa si gira in una mezza torsione insieme al corpo, ne incrocio lo sguardo. Come uno specchio d’acqua lo riflette, ora il suo volto è il mio, fusi insieme, fusi insieme al pipistrello, un’antica creatura, un uomo infimo: fusi insieme nel colore della notte.

In una frazione di attimo, vedo immagini, che sfumano in dissolvenza una nell’altra, in rapida successione: sul filo dell’orizzonte al crepuscolo, Venere brilla di una particolare intensità; la Via Lattea a perdita d’occhio, un’immensa nuvola opaca per il gran numero di stelle; le costellazioni , quelle conosciute sono dove non dovrebbero essere, altre totalmente sconosciute; la giungla si estende fittissima ai miei piedi, punteggiata da riverberi rossastri di fuochi in cima a piramidi che si staccano dalla terra come missili di pietra pronti al decollo e lambiscono il Cielo come moderni grattacieli; enormi teste di basalto raffiguranti individui non dalle fattezze amerindie, ma la faccia larga, le labbra tumide, il naso camuso, visi dai lineamenti tipicamente negroidi; poi, un Gran Sacerdote, ornato di piume variopinte, il viso dipinto del colore turchese del Mare dei Caraibi, i lineamenti marcati, il taglio degli occhi orientaleggiante, fronte alta, labbra sottili in un ghigno silenziosamente malevolo. Mi sento osservato, al centro di qualcosa che sta accadendo, un’improvvisa vertigine di visioni, immagini dai bordi frastagliati ma dannatamente reali: sento l’odore acre del fumo, sento le urla strazianti delle vittime sacrificali, teste mozzate rotolano giù per i gradoni, urla festanti di una folla che percepisco tutta intorno come silhouette nel buio della notte.

Sento la vertigine delle visioni investire il mio corpo, ne percepisco lo smarrimento dell’equilibrio, l’ondeggiamento, il barcollare e l’imminente sfascio non a terra, ma in una miriade di schegge di ossa che vanno a confondersi con il firmamento di un cielo antichissimo.

Le immagini cessano d’un colpo all’udire di un suono.

Ali scure frullano impazzite, neri occhi fissano, grandi orecchie ascoltano, qui sopra di me. Non so più dove mi trovo. Non ho bisogno di vederlo. Nel buio ascolto, ne ascolto il volo, il battito delle ali: fanno un cerchio, un altro, i cerchi s’intersecano. Inizia una danza. Lenta, più rapida, goffa, silenzio, plana con eleganza e poi…una voce che mi scuote da questo stato d’ipnosi e, insieme, mi fa gelare il sangue.

Sergio si è rialzato e inizia a parlare, riconosco la sua voce, ma non le parole che pronuncia: è una lingua tuttavia familiare, ma con intonazione, accento e lessico diverso, arcaico…Ora lo comprendo! È Maya, alcuni suoni e parole somigliano alla lingua yucateca parlata in Messico e Belize, altri fonemi sembrano della lingua dalle popolazioni tra Tikal e Uaxactun, l’attuale Petén, in Guatemala.

Le sue parole suonano più o meno così:

“La vita continua. I tempi cambiano. E la gente cambia con loro. Il mondo è diventato più buio. Più buio fuori. E più buio dentro. Per sopravvivere, c’è chi deve essere più forte. E c’è chi… deve solo ricordarsi come era prima” (*)

Il pipistrello è sparito e non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello la balzana idea di andare a cercare quel piccolo demonio. Afferro per un braccio Sergio, pure non essendo sicuro che sia sempre il Sergio che è entrato in questo tempio, lo chiamo per nome e gli intimo perentoriamente di seguirmi. Sergio annuisce e mi rincuoro quando sento pronunciare il mio nome e subito dopo un “Puoi scommetterci il tuo dannato cappello!”

Procediamo a ritroso, con una speditezza inconsueta, sembra che entrambi conosciamo a menadito i cunicoli, sebbene li abbiamo percorsi una sola volta e con l’aiuto della flebile luce di una torcia. È come se fossimo già stati qui. Giriamo ai bivi con una sicurezza insolita, che però ci rassicura e fa procedere i nostri passi come su un carrello su una mono-rotaia. L’ultimo angolo – lo so già, non mi chiedo come, ma lo so già – e siamo sull’ultimo tratto, un lungo rettilineo del cunicolo che porta al punto dove siamo entrati.

Giro l’angolo, lesto come una scimmia inseguita da un giaguaro. Sergio è dietro di me a una ventina di passi, gli urlo che vedo la luce dell’entrata, di affrettarsi. Varco la soglia, mi faccio largo tra qualche liana e respiro l’aria seppure tremendamente umida, ma come il primo fiato di vita di un neonato. Intorno, tutto tace.

E il silenzio nella giungla è un fottutissimo segno di una slavina di guai in arrivo.

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(*) citazione da Batman vol. 1,  n. 645, novembre 2005  “Show Me Yesterday, For I Can’t Find Today “(“Mostrami il passato, perché non vedo più il presente”) Judd Winick (script) / Doug Mahnke (art) / Tom Nguyen (inks)

 

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