Batmancito inicia [Ep.#2]

Camazotz

Segue da Batmancito [Parte I]

Sergio fa un cenno di avvicinami al centro della parete con la grande scena in rilievo. Indica un foro rettangolare esattamente all’altezza del ventre del grande pipistrello. Non può essere un cedimento del muro perché i bordi sono levigati perfettamente.

Mi avvicino e lo ammonisco di prestare attenzione a dove mette i piedi perché, se si tratta di una trappola, mentre è concentrato a guardare il contenuto del “buco”, potrebbe fare scattare una piastra a terra e il “buco” se lo ritroverebbe nel cranio, attraversato da parte a parte da un dardo. Sergio annuisce e, con molta attenzione, si muove a ridosso della parete. Sto per incalzarlo con un’ulteriore raccomandazione di non puntare il fascio luminoso della torcia diretto nella fessura poiché alcune trappole scattano con la luce, quando vedo un’ombra volarne fuori e, l’attimo seguente, l’urlo di Sergio, un tonfo e poi il buio.

Sergio ha fatto cadere la torcia e anch’egli deve essere finito a terra: nell’oscurità lo sento dibattersi, dimenarsi, urlare “Toglimelo di dosso! Toglimelo di dosso!”. Recupero la torcia e direziono il fascio di luce subito verso il punto dove dovrebbe essere Sergio.

È sul pavimento, schiena a terra, con entrambe le mani portate all’altezza del collo, appena sopra la congiunzione con la spalla destra, stringe qualcosa attaccato al collo, cerca di strapparselo via con una forza che, se vi riuscisse, si porterebbe via anche la carotide.

Toglimelo di dosso! Toglimelo di dosso!” continua a urlare con un tono a metà tra la richiesta di essere salvato e quella di essere liberato a ogni costo, anche di morire. “Toglimelo di do…” l’ultimo urlo di Sergio si spegne in un gorgoglio e le sue braccia ricadono stese lungo i fianchi, i palmi delle mani rivolti verso l’alto, gli occhi sbarrati, la testa leggermente reclinata sul lato sinistro. Ora, lo vedo!

Attaccato al collo di Sergio vi è un pipistrello, un piccolo pipistrello non più grande di un pugno: le ali piegate, colpite dalla luce della torcia, si distendono, la testa si gira in una mezza torsione insieme al corpo, ne incrocio lo sguardo. Come uno specchio d’acqua lo riflette, ora il suo volto è il mio, fusi insieme, fusi insieme al pipistrello, un’antica creatura, un uomo infimo: fusi insieme nel colore della notte.

In una frazione di attimo, vedo immagini, che sfumano in dissolvenza una nell’altra, in rapida successione: sul filo dell’orizzonte al crepuscolo, Venere brilla di una particolare intensità; la Via Lattea a perdita d’occhio, un’immensa nuvola opaca per il gran numero di stelle; le costellazioni , quelle conosciute sono dove non dovrebbero essere, altre totalmente sconosciute; la giungla si estende fittissima ai miei piedi, punteggiata da riverberi rossastri di fuochi in cima a piramidi che si staccano dalla terra come missili di pietra pronti al decollo e lambiscono il Cielo come moderni grattacieli; enormi teste di basalto raffiguranti individui non dalle fattezze amerindie, ma la faccia larga, le labbra tumide, il naso camuso, visi dai lineamenti tipicamente negroidi; poi, un Gran Sacerdote, ornato di piume variopinte, il viso dipinto del colore turchese del Mare dei Caraibi, i lineamenti marcati, il taglio degli occhi orientaleggiante, fronte alta, labbra sottili in un ghigno silenziosamente malevolo. Mi sento osservato, al centro di qualcosa che sta accadendo, un’improvvisa vertigine di visioni, immagini dai bordi frastagliati ma dannatamente reali: sento l’odore acre del fumo, sento le urla strazianti delle vittime sacrificali, teste mozzate rotolano giù per i gradoni, urla festanti di una folla che percepisco tutta intorno come silhouette nel buio della notte.

Sento la vertigine delle visioni investire il mio corpo, ne percepisco lo smarrimento dell’equilibrio, l’ondeggiamento, il barcollare e l’imminente sfascio non a terra, ma in una miriade di schegge di ossa che vanno a confondersi con il firmamento di un cielo antichissimo.

Le immagini cessano d’un colpo all’udire di un suono.

Ali scure frullano impazzite, neri occhi fissano, grandi orecchie ascoltano, qui sopra di me. Non so più dove mi trovo. Non ho bisogno di vederlo. Nel buio ascolto, ne ascolto il volo, il battito delle ali: fanno un cerchio, un altro, i cerchi s’intersecano. Inizia una danza. Lenta, più rapida, goffa, silenzio, plana con eleganza e poi…una voce che mi scuote da questo stato d’ipnosi e, insieme, mi fa gelare il sangue.

Sergio si è rialzato e inizia a parlare, riconosco la sua voce, ma non le parole che pronuncia: è una lingua tuttavia familiare, ma con intonazione, accento e lessico diverso, arcaico…Ora lo comprendo! È Maya, alcuni suoni e parole somigliano alla lingua yucateca parlata in Messico e Belize, altri fonemi sembrano della lingua dalle popolazioni tra Tikal e Uaxactun, l’attuale Petén, in Guatemala.

Le sue parole suonano più o meno così:

“La vita continua. I tempi cambiano. E la gente cambia con loro. Il mondo è diventato più buio. Più buio fuori. E più buio dentro. Per sopravvivere, c’è chi deve essere più forte. E c’è chi… deve solo ricordarsi come era prima” (*)

Il pipistrello è sparito e non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello la balzana idea di andare a cercare quel piccolo demonio. Afferro per un braccio Sergio, pure non essendo sicuro che sia sempre il Sergio che è entrato in questo tempio, lo chiamo per nome e gli intimo perentoriamente di seguirmi. Sergio annuisce e mi rincuoro quando sento pronunciare il mio nome e subito dopo un “Puoi scommetterci il tuo dannato cappello!”

Procediamo a ritroso, con una speditezza inconsueta, sembra che entrambi conosciamo a menadito i cunicoli, sebbene li abbiamo percorsi una sola volta e con l’aiuto della flebile luce di una torcia. È come se fossimo già stati qui. Giriamo ai bivi con una sicurezza insolita, che però ci rassicura e fa procedere i nostri passi come su un carrello su una mono-rotaia. L’ultimo angolo – lo so già, non mi chiedo come, ma lo so già – e siamo sull’ultimo tratto, un lungo rettilineo del cunicolo che porta al punto dove siamo entrati.

Giro l’angolo, lesto come una scimmia inseguita da un giaguaro. Sergio è dietro di me a una ventina di passi, gli urlo che vedo la luce dell’entrata, di affrettarsi. Varco la soglia, mi faccio largo tra qualche liana e respiro l’aria seppure tremendamente umida, ma come il primo fiato di vita di un neonato. Intorno, tutto tace.

E il silenzio nella giungla è un fottutissimo segno di una slavina di guai in arrivo.

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(*) citazione da Batman vol. 1,  n. 645, novembre 2005  “Show Me Yesterday, For I Can’t Find Today “(“Mostrami il passato, perché non vedo più il presente”) Judd Winick (script) / Doug Mahnke (art) / Tom Nguyen (inks)

 

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27 pensieri su “Batmancito inicia [Ep.#2]

    1. Con la scusa di questo racconto, sto rispolverando lo studio delle civiltà mesoamericane. Quella sì che è una storia avvincente e ancora tutta da scoprire. A parte le idiozie di alieni, le teste di basalto lasciate dagli Olmechi sono qualcosa che dà parecchi grattacapi agli studiosi. Tu, che sei stato in Messico tutto quel tempo, hai girato per siti archeologici o hai glissato? Dammi qualche dritta di posti che hai visto e sono eccezionali…Mi sta venendo una voglia di ritornare in Messico, andare in Guatemala e Belize! E pure Honduras!

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      1. Che dirti?… Ho pensato più a girare tra la gente che a visitare pietre. Però le poche che ho visto mi hanno sempre incantato. A partire da Uxmall a Merida, passando per Tikal in Guatemala o Palenque nel Chiapas, Tulum in Quintana Roo e Monte Alban ad Oaxaca. Come puoi ben vedere, mi mancano numerosi siti e luoghi meravigliosi da visitare ancora. Ho visto ciò che sono riuscito a vedere. Il resto l’ho lasciato per un’altra vita…Sorrido. Però se dovessi tornare laggiù, ecco ti potrei soltanto consigliare di buttare via l’orologio e viaggiarci con quello spirito che mi pare non ti manchi proprio. Ovvero quello del viaggiatore curioso…….

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  1. Men At Work! MA che sei andata a scovare! Dalla lontana Australia – Down Under, appunto – un gruppo degli Anni Ottanta di reggae tendente al melodico, che fece un discreto successo anche qui da noi. E anche l’Australia con gli aborigeni e il Tempo del Sogno sarebbe un luogo dove ambientare un’avventura…Solo che mi tocca andarci! Sai che sacrificio 😉

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      1. Noto una vena di velata istigazione a sdilinguirmi in puntigliose descrizioni, assolutamente inutili, tanto per tirare il can per l’aia, la tastiera tanto sta attaccata al monitor del portatile e non va da nessuna parte.
        Solo per tua goduriosa gioia nel poi dirmi “logorroico”. Tanto i lettori sono così pochi che se mi tirassero le pietre non morirei lapidato, al massimo morirei al Pronto Soccorso per la noia dell’attesa da codice bianco per leggera contusione.
        Deh, quasi quasi ci vado cosa mi costa (con la tastiera e la fantasia) sono due…dita da qui.
        Mmo’ puoi dirmi pure permaloso, tanto lo sai che non me la piglio…una pasticca, sientamme!
        😉
        E dall’Australia, visto che voglio esaGGGerare un altro gruppetto niente male, INXS.

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        1. Qui mi si accusa ingiustamente, meschina me! Per fortuna signori si nasce e io lo nacqui, modestamente, e non raccoglierò la provocazione. Pietre no, al massimo tirerei confetti o chupa chups, che fanno male lo stesso ma sono buoni perlomeno. Giusto perché m’hai provocato, veh! Non prendi pastiglie, mmmmm……proviamo con la siringa?
          Ottima scelta INXS, mi piacciono ancora e grazie per non aver calato l’asso australiano di denari, così lo faccio io e mi piglio scopa, settebello e primiera!

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          1. Ma se queste provocazioni servono a trasformare un racconto scalcagnato in un juke-box come questo, beh provocaHZIObellosia!
            T.N.T. forse nella prossima puntata mi servirebbe, che la vedo messa brutta, ma bruttabrutta eh? Potrei rimanere offeso (cit. Aldo, Giovanni e Giacomo, “gli Svizzeri”)

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    1. A minuti viene fuori!…Il seguito, non il pipistrello;)
      E come colonna sonora ci sei andata vicinissima: ho nascosto nel testo alcuni versi di canzoni dei Goblin, che è il gruppo musicale che ha realizzato la colonna sonora di Profondo Rosso. Chi sei tu? Ho ragione io: la cecchina della musica!

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    1. Eh già mio caro, quando mi è venuto in mente di inserire la citazione di Batman, non ci crederai, ma il secondo pensiero è finito a te. Ho pensato: qui il Mastro va in brodo di giuggiole e mi sa che ci guadagno una pinta aggratise!
      Che bella questa affinità che ci si ritrova in quello che scriviamo, no?

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