Viva il Messico! Ep. #6 – Como México no hay dos!

Vide 'o mare quant'è bello, spira tanto sentimento...Ma chest' nun è Surriento!

Vide ‘o mare quant’è bello, spira tanto sentimento…Ma chest’ nun è Surriento!

Ci siamo! Ultima trasvolata. Mi sento un uccello migratore per quante sono le ore che abbiamo trascorso in volo. Il volo da Houston a Cancun va ricordato per l’ennesima perla regalataci da Diego, 50% genio e 50% sregolatezza, che inanella una tripletta nella “Classifica della Vongola”.
Dopo “L’Aura Regola dell’Appariglio e dello Spariglio” e “Some solid”, Diego crea un capolavoro assoluto con

“Muy religiosa?”

Autore: Diego. Luogo: in volo da Houston a Cancun.

“Muy religiosa?”, così secca senza verbo e a bruciapelo è la domanda di Diego a una bella ragazza (che si scoprirà essere portoricana) seduta per disgrazia accanto. La domanda, servita per rompere il ghiaccio, viene dalla (mal)sana curiosità di Diego alla vista della copertina del libro, che la ragazza si appresta a leggere: un donna nuda con un grappolo d’uva a coprire la sola zona “strategica”. Che c’entra la religione?!? Chiedetelo a Diego.

Il bello è che la conversazione si protrae per tutte le due ore del volo con addirittura una rocambolesca spiegazione dello “sciopero” a scuola, cioè quando si faceva “sega” (a Napoli, detto “filone”). Spiegazione in pieno stile “Noio volevàn savuàr” nella celebre e indimenticabile scena sulla piazza del Duomo a Milano nel film “Totò, Peppino e la malafemmina”: un inglese sfoggiato senza imbarazzo, ma oltremodo imbarazzante, tracce di una lingua imparata superficialmente a scuola, resa irriconoscibile anche ai madre-lingua a causa dell’interpretazione, a dire poco, personale di Diego.

La ragazza ha riso per tutto il viaggio, non è riuscita a leggere una sola pagina del libro e – con somma delusione di Diego, animo sensibile – non ha degnato di un saluto al momento del commiato. Forse era più interessata al libro che alla conversazione? Napoletano forse invadente, portoricana maleducata. Un sorriso, cosa costa?

Tre giorni dopo…O qualcosa del genere perché ho perso la cognizione del tempo, già labile in tempi normali.

Soltanto oggi, sabato sera (sempreché abbia fatto bene i conti) riesco a raccogliere le forze per riprendere a scrivere qualcosa. Ma passiamo al resoconto perché le cose da ricordare sono tante e già qualcuna – nel momento in cui scrivo – mi sono passate di mente. Lo so, è la vecchiaia.

Mercoledì notte – ora di Playa del Carmen, che da questo momento assurgerà a orario di Greenwich – arriviamo a destinazione stremati dopo 27 ore di decolli, voli e atterraggi, dormendo sì e no un’ora. Cancun dista da Playa poco più di una sessantina di chilometri, ci infiliamo in un taxi con un taxista muy tranquillo. Appena giunti, Playa dà come prima impressione di essere una cittadina di provincia del nostro Meridione, tipica località turistica, costruzioni che spuntano sparpagliate in totale assenza di un “piano regolatore”, un accatastamento di edilizia che tradisce probabilmente una priorità di avere un “tetto sopra la testa”, piuttosto che preservare un’eredità storica e comunicare una propria identità culturale. Eppure le origini di Playa sono antiche, risalgono ai Maya: Xaman-Ha è il suo nome Maya e significa “Luogo dove sorgono le acque del Nord”. Situata sul Mare dei Caraibi, Playa è un villaggio di pescatori, in cui sono evidenti i segni di un repentino successo turistico, che – per grazia di Dio – non ha avuto gli effetti devastanti come nella vicina Cancun: il turismo porta ricchezza, ma a volte devasta quei luoghi e ne annulla la loro identità, lasciandone tracce della bellezza originaria come la bellezza naturale di un uomo o di una donna stuprata e omologata dalla chirurgia estetica. Nel buio della notte, non vedo nella silouhette dei tetti della città svettare quegli alti profili tipici di eco-mostruose strutture alberghiere.

Quando scorgo un tizio che dorme all’aperto su un’amaca tirata tra due pilastri di un palazzo, realizzo: non siamo in una cittadina del nostro Meridione, siamo proprio in Messico.

Non fa caldo, no. E’ semplicemente umido da fare spavento! Tutto trasuda umidità e il passaggio da un ambiente “air conditioned” di aeroporti e aerei è davvero traumatico.

Il nostro albergo è grazioso, poche camere disposte su due ali, situato praticamente sul mare. Per il lungo viaggio di 21 giorni abbiamo prenotato dall’Italia solo due alberghi, questo di Playa e uno a Palenque, spirito “routard” o incoscienza?

Abbiamo prenotato due camere e si decide di confermare la formazione da scopone scientifico: Francesco e Claudio, Diego e Lucio. La nostra camera è a venti metri dalla spiaggia, quella di Lucio e Diego a dieci. Dall’albergo si accede direttamente al mare, la cui risacca è un canto di accoglienza cui, a causa della stanchezza, a stento  prestiamo attenzione.

Mentre si disbrigano le formalità di accettazione da parte un “receptionist” ancora nel dormiveglia, dopo un fugace sguardo alle camere, Francesco ed io decidiamo di andare a procurare qualche bottiglia di acqua, possibilmente fresca. Abbiamo visto a quattro passi dell’albergo alcuni locali ancora con le luci accese e la Maledizione di Montezuma è in agguato: basta un pò di acqua del luogo per condannarti a un abbraccio freddo e saldo con il vaso di ceramica sanitaria per un numero di giorni che varia da 1 a “n”, dove “n” è un numero sufficientemente alto di giorni tali da rovinarti la vacanza. Ci dirigiamo verso queste luci con lo stesso spirito dei paesanotti che si avviano per la prima volta in uno strip-club, tesi sia per l’eccitazione sia per la consapevolezza che saranno spennati dalle avvenenti donzelle parecchio discinte. Ritorniamo all’albergo con un numero cospicuo di bottiglie di fresca agua mineral, alleggeriti di una somma di pesos che ci fa pensare nell’ordine a: “I Soliti Ignoti”, “Ocean’s Eleven” e “La Polizia si incazza”.

Una rapida ed equa suddivisione di bottiglie e salutiamo gli altri due compadres. Francesco ed io pregustiamo doccia e una bella dormita.

L’accoglienza però non è in linea con le nostre pure banali aspettative: camera senza aria condizionata, con un ventilatore a soffitto che stancamente gira, quasi rassegnato che per quanto possa assolvere al meglio alla sua funzione, non riuscirà a muovere più di tanto quell’aria che stagna e pesa su tutto come un sudario bagnato. Doccia il cui refrigerio termina nell’attimo stesso in cui chiudi il rubinetto e alle due meno un quarto di notte tardi o mattina presto – fate voi –  Francesco è lì sprofondato nel letto e nelle braccia di Morfeo.

Gnnnic gnnniiiic gnnnnic il ventilatore gira e le pale producono un rumore ciclico, mi mancava la ninna-nanna molesta…Raccolgo le ultime forze, anche se alla gravità si è aggiunta l’umidità e la stanchezza, che spingono tutte e tre prepotentemente verso il basso e a una posizione orizzontale. Mi avvicino ai comandi a muro del ventilatore: provo a invertire il senso di rotazione. La manopola ha due posizioni e tre velocità di rotazione, quindi il gingillo ha un totale di sei andature. Tu vedi se devo giocare agli indovinelli a quest’ora del mattino…o notte, fate voi!

T’Lac primo tentativo, le pale soffiano l’aria verso l’alto, il rumore molesto persiste. Provo ad aumentare la velocità di rotazione…T’Lac… … T’Lac….Il solo risultato è aggiungere al gnnnic anche un brusio del motore decisamente percettibile. T’Lac, le pale soffiano l’aria verso il basso. Il rumore molesto è sempre lì e peggiora aumentando la rotazione: a livello medio va e viene come il suono delle corde di un violino prodotto da un archetto impugnato da una mano maldestra e sgraziata; a velocità massima, si aggiunge un baritonale drommmm drommmm, un grugnito sommesso e ciclico. L’ennesima conferma che la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo. Francesco dorme della grossa. Mi rassegno allo gnnniiiic gnnnnic. D’altronde, siamo finalmente in Messico. ¡Que viva México!

Mi dico “buonanotte” da solo, ma neanche finisco di pensarlo che già dormo anche io. Gnnnic gnnniiiic gnnnnic…

Continua a leggere Viva il Messico! Ep. [#7]

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Onda sonora consigliata: That’s Why God made Mexico Tim McGraw

e naturalmente

Como México no hay dos – di Pepe Guízar interpretata da Luis Alberto del Paraná 

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