Viva il Messico! Ep. #4 – United States of Scopone

In una foto d'archivio la storica partita a carte sull'aereo di ritorno da Madrid dopo la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 1982, da sinistra Dino Zoff, Franco Causio, Sandro Pertini ed Enzo Bearzot. ANSA

In una foto d’archivio la storica partita a carte sull’aereo di ritorno da Madrid dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali del 1982, da sinistra Dino Zoff, Franco Causio, Sandro Pertini ed Enzo Bearzot. ANSA

Evvai! 1° Torneo di scopone! Si fanno le squadre:

Palmiero (e il conto dei soprannomi sale a 5) e Claudio

VS

Diego e Lucio

In questa occasione, viene fuori “L’Aurea Regola dell’Appariglio e dello Spariglio”, una delle gemme, delle perle senza tempo e dall’inestimabile valore che finisce drittodritto e di diritto nella “Classifica della Vongola”, cioè nella classifica delle “Frasi celebri”, ovvero frasi, parole o semplici fonemi che renderanno indelebile il ricordo di questo viaggio. Per “vongola” in napoletano si intende una “baggianata”, uno “strafalcione”, sì insomma “’na cazzata”.

“L’Aurea Regola dell’Appariglio e dello Spariglio”.

Autore: Diego. Luogo: ogni luogo dove è stato perpetrato il rituale dello scopone scientifico.

Il mantra ripetuto in tutte le partite di scopone, dalla prima a una delle ultime e decisiva tenzone in una cornice di paradiso naturale, al tramonto sotto le palme su una bianchissima spiaggia di Isla Mujeres. Definizione: “Si appariglia quando si è di mano e si spariglia quando non si è di mano” Diego docet.

Questa tecnica sopraffina porta notevoli benefici ovvero: la presa di tutti i “7” (la famosa presa dei 7!), la facilità nel ricordarsi le carte già uscite, la matematica certezza di scope finali. Lucio, negazionista di detta aurea teoria, dissente con sommo disappunto del compare Diego e ottimi risultati per gli avversari. Urge lezione di ripetizione.

La prima partita termina con un sonoro 4 a 0 per la coppia Francesco-Claudio, ma nella seconda Diego e Lucio vincono 5 a 1, pareggiando i conti. Su un salomonico 5 pari, la partita si interrompe per sopraggiunta botta-di-sonno corale, altrettanto salomonica visto che sono circa diciannove ore che siamo svegli. Sono le ore 23.50 ora di Napoli ovvero le 11:50 ora di…New York.

Così, mi ritrovo ricurvo su un quaderno, in un angusto luogo con la più alta densità di gente mascherata da Zorro che nemmeno al Carnevale di Rio, Viareggio e Notting Hill messi insieme!  Il portoricano di fianco ronfa e, se non fosse per il poggiatesta e il bracciolo che ci separano, rovinerebbe sulla mia spalla. Imbarazzante. Alzo la testa al di sopra dell’orizzonte della fila di sedili, tutto intorno a perdita d’occhio è uno scenario alla Matrix-de’-Noantri-morti-de-sonno. Non mi resta che prendere nota degli eventi occorsi all’allegra brigata sui cieli U6, cioè IuEsei, insomma degli U.S.A.!  E dopo quest’improbabile sciarada, sarebbe il caso che dormissi anche io, ma come ho già avuto modo di raccontare, sono sprovvisto dell’apposita mascherina di Zorro. Svegliati Claudio. Matrix ha te. Segui il coniglio bianco.  

Arrivati a Newark, passiamo all'”Immigration” senza problemi…Eppure a noi napoletani qualcuno in Patria vorrebbe farci passare il Po solo con il passaporto e visto d’ingresso. E’ ora di ritirare i bagagli e qui qualche intoppo si verifica: i nostri zaini vengono sputati dal nastro in enorme ritardo tanto da costringerci poi a una folle corsa al cancello d’imbarco. Ai nastri trasportatori dei bagagli ci aiuta un ometto, un certo Michael, bassino, esile, con un accento alla “brookkolino” che spiccica un italiano altrimenti incomprensibile, ma reso intellegibile dalla forza della disperazione in quel contesto che lascia ben poche probabilità di arrivare a destinazione e avere più di un paio di mutande per il cambio. Da allora nel bagaglio a mano stipo vestiario-base per almeno un paio di giorni di autonomia.

I bagagli non arrivano, l’aereo per Houston ci avrebbe lasciato a terra; alla fine della storia, il buffo ometto, che – giuro – somiglia a Super Mario, gli manca solo la tuta e il cappellino dell’idraulico della Nintendo, ci avvisa che i bagagli sono in arrivo. Scampato il pericolo di trovarci fin dal primo scalo solo con il bagaglio a mano, rimando alla prossima tappa l’ardua sentenza: chi vivrà, vedrà…Il proprio zaino. Forse. Que sera, sera, whatever will be, will be.

L’ansia di avere perso gli immensi zaini, custodi di costumi, t-shirt, medicinali, la trousse di trucchi e tutto il necessaire del viaggiatore previdente, interrompe il flusso di pensieri che scarabocchio sul foglio. Alzo di nuovo la testa e m’imbatto nella vista della “dirimpettaia”, cioè la ragazza seduta sul sedile davanti al mio, che si è alzata, i nostri sguardi si sono incrociati per quella esatta e non ripetibile coincidenza di secondi: è una creatura adorabile, mora, capelli lunghi e ondulati, un bel viso “acqua e sapone”  e ogni curva al suo posto. Si rivolge al compagno seduto accanto: parla un idioma non comprensibile, sarà della Val di Susa.

Il tragitto da Newark a Houston è da descrivere per quella sensazione che mi fa tanto “Unaited Steits ov Ammerica”. Avete presente l’atmosfera che si respira quando la pop-star del momento canta l’inno nazionale americano prima della finale del Super Bowl?

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La sensazione di essere negli U.S.A. è forte, anche se siamo stati solo in un aeroporto nel New Jersey: all’atterraggio, dall’alto, ho visto finalmente New York, non più attraverso uno schermo o filtrato attraverso gli occhi di qualcuno dietro una telecamera. Con i miei occhi ho visto finalmente New York, con i suoi grattacieli, l’Empire State Building, le Torri Gemelle (c’erano, c’erano…), i ponti lunghissimi.

L’unico rimpianto è l’essere stato così vicino e non avere potuto visitare qualche posto della città, aggirarsi per le strade, mischiarsi con la gente, da vicino. Chissà quando e se ci sarà un’altra volta (qualche anno più tardi ci sarebbe stata…).

All’aeroporto non ho potuto fare a meno di notare gli odori diversi, nonostante l’aria condizionata appiattisca un pò tutti i profumi di un dato luogo; la gente, una caterva di gente e molti grossi e obesi da fare impressione; la monorotaia senza conducente, che ci ha portato al terminal d’imbarco per Houston, ha dato un tocco “fantascientifico” a un viaggio da ultima frontiera, dove nessuno di noi quattro è mai giunto prima (cit. James Tiberius Kirk)

Dobbiamo raggiungere il Gate 98 dove attende l’imbarco per Houston. E’ tardi. Il tempo di mettere il piede fuori dalla monorotaia e qualcosa di raggelante familiarità echeggia dal sistema di altoparlanti “Ghei(t)nai(nt)ieh(t)! Las(t)col!”, cioè “Gate 98! Last Call!” E’ il nostro imbarco! Ultima chiamata…L’astronave parte senza di noi. Guagliù, fuimmm!!! Velocità warp.

Continua a leggere Viva il Messico! Ep. [#1] [#2] [#3] – [#5][#6]

Onda sonora consigliata: Manto Estelar di Moenia

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