Viva il Messico! Ep. #2 – Succo di pummarola, forte

Biglietti-Messico

Seppure postuma, ovvero con il senno del poi, vado a enumerare quanto già accaduto fino a ora e cioè le 11:30 circa:

  • cedimento di una bretella del mio zaino, preso a prestito dal Palmera, che è uno dei soprannomi dei tanti che appioppiamo a Francesco. E’ un buon inizio, non c’è che dire.
  • “Check-in”…indolore. Vedremo poi se i nostri grossi zaini arriveranno a destinazione.
  • sistemazione in Airbus in rullaggio sulla pista, prima destinazione di questo lungo viaggio: Milano.

Eh sì, perché avendo, come al solito, deciso all’ultimo minuto di partire per il Messico, gli unici biglietti disponibili erano cari arrabbiati e non erano per unica tratta diretta a Cancun. Nonsignore. Prima di mettere piede su suolo messicano, si decolla dalla madre-terra partenopea per Milano. Emigrante? Ma pecchè te ne vuoi andà accussì?…Pecchè vuoi emigrà? No, voglio viaggià, voglio conoscere, nun ‘e che nun so’ cuntent ‘e sta ‘cca. Pare ca ‘o napulitano nun po’ viaggià, po’ sulamente emigrà! (cit. MassImo Troisi in “Ricominio da tre”)

Da Milano il grande salto transoceanico per New York, di cui intravedremo il celeberrimo “skyline” dall’aeroporto di Newark. Da qui, Cancun?…Nonsignore. Una visita a Houston non volete farla? Non so cosa ci sia da vedere a Houston e un giro turistico non lo nego a nessun luogo sconosciuto, se non fosse, che si arriva all’aeroporto ed è uno di quei classici “stopover” sfigati: una lunga sosta tale da prenderti a pizzichi, ma non abbastanza per farsi un giro nella città vicina e respirare un pò di aria che non sia quella condizionata dello scalo aeroportuale.

Da Houston finalmente si arriva a Cancun, ma giusto una toccata e via perché l’albergo prenotato per l’arrivo si trova a Playa del Carmen o più semplicemente Playa, come viene chiamata dai messicani. Qui si spera di potere riposare dopo quasi un giorno passato più in aria che a terra.

Ora siamo a terra. L’Airbus è ben piantato sulla pista. La lunga fusoliera sembra una chioccia che, controllando la situazione dall’alto, accoglie i suoi piccoli pulcini, aspettando con pazienza che prendano posto. Con tanta pazienza.

La partenza da Napoli vuole dire che l’Airbus è pieno di noi napoletani, ci sentiamo ancora “a casa” e quindi non è scattata ancora la Legge di Autoregolamentazione del Napoletano.

Tale Legge è sintetizzabile in una frase ricorrente: “Verimme ‘e nun ce fa riconoscere” Questa esortazione e, poi, impegno a evitare di farsi riconoscere non è manifestazione di orgoglio individuale, ma di un “orgoglio” collettivo di chi non sopporta farsi apostrofare come “i soliti napoletani” (e sono stato educato) o che si parli male della propria città.

Essendo ancora su suolo partenopeo, c’è una certa animazione, una concitata euforia, una confusione generata da alcune persone che si siedono dove gli pare: ‘a nonna prova a calmare la creaturella, che non arriva al metro di altezza, ma sgambetta in velocità sullo stretto tra le due file di sedili, come una lepre inseguita da una una faina. La donna appesantita da una certa stazza e da un’età non certo adatta a scatti atletici, accenna a un paio di “Viene accà!” e un “Nun fa o’burdell'” con scarsissima convinzione e ancora più scarsa attenzione da parte del piccolo viaggiatore nonché parente.

Così il bambino okkupa il posto-vicino-al-finestrino non suo, segue ‘a nonna appriess ‘a creatura in una generale confusione all’insegna del grido: “Acchiappa o’ posto! Acchiappa o’posto!” che ricorda il guizzo di quando si arrivava sotto alla bandiera tutti e due insieme, ansimando, tieni d’occhio l’avversario e al primo minimo movimento, scatti in avantiNO! E’ una finta…Vai lungo nella sabbia, ma ti rialzi con rinnovata energia e, grazie agli altri intorno che ti incitano, le tue forze si decuplicano…Gli sei sempre più vicino, gli sei semprepiù vicino, sempreppiùvicino, stai per spiccare il balzo come la leonessa lanciata nella savana che sta per piombare sulla giovane gazzella….Ma ‘a nonna ti si para davanti con una stazza larga tutto il corridoio e la creatura s’impossessa del tuo posto. E ora che gli dici?

Lo fai levare dal finestrino? Ami vedere le case che diventano piccole piccole, quel posto è tuo. Guardi ‘a nonna, guardi il bimbo, guardi il tuo biglietto, c’è scritto un numero e una lettera, la nonna né tantomeno la creatura si sposteranno: il bimbo non sa leggere i numeri e le lettere, la nonna ha passato da tempo gli anni che poteva leggere senza occhiali. Signorina hostess!

L’hostess è veramente carina e dolce, taaaanto dolce. Si chiama Simona. Sistemazione molto comoda, se non fosse che Lucio è seduto su una specie di mezzo-posto ovvero una poltrona ricavata dallo spazio tra altre due. Dietro Diego c’è un tipo corpulento, che cerca di dormire , ma non gli resta che smadonnare visto la confusione che combiniamo, evidentemente è l’eccitazione della partenza. Proprio come i bambini.

Nota di dolore: su quest’aereo c’è il presidente della nostra squadra di calcio e, viste le recenti vicissitudini, mi verrebbe di passargli accanto e fargli ” Ptuah! M’hai fatto fa chella figura ‘e mmme…!” Buon per lui che non sono tifoso.

Atterraggio piuttosto veloce con tentativo di derapata alla variante Ascari. Milano Malpensa. Un saluto a Simona.

Francesco, che già sull’aereo si era distinto per la sua certosina conoscenza degli aeroporti, ostentando con una piacente ragazza la sicurezza del manager-“piccione viaggiatore” – sebbene a mio modesto avviso sembrava più un tentativo di abbordaggio – imbocca un corridoio vietato, nonostante un vistoso cartello “EXIT – USCITA”.

Nonostante i tentativi di depistaggio di Frank – vi avevo anticipato di Francesco dai centomila soprannomi – raggiungiamo il “gate” predestinato per il nostro salto transoceanico.

Vi abbono i dettagli sulla nostra visita ai bagni aeroportuali e salto subito al volo per Newark o come cavolo si scrive. Ma non si scriveva “NEw YOrk” e pure staccato?….

Illuso pensavi di toccare il suolo della Grande Mela, anche per poche ore, anche se di un aeroporto. Newark è nel Jersey.

Dopo avere resistito al test immunodeficiente del Dipartimento di Stato americano per l’Immigrazione – molto più stupido di quello dei “tre giorni” di quando c’era l’obbligo del servizio militare – prendiamo posto nel nostro DC-10, fila centrale, poltrone un pò strette le une alle altre, cuscino, copertina e cuffiette.

Sabotaggio: la mia plancia dei tasti per comandare la visione dei film e ascoltare la radio è rotta, scassata, kaputt! Agli altri, funziona. B a s t a r d i.

Sfuma, vai a nero. Stacca e inquadra Francesco. Questa è la sua versione della storia.

Imbarcati sul volo per Newark (si scrive così). Claudio è seduto vicino a un taciturno portoricano, che lo guarda stranito mentre nella penombra, ricurvo, scrive. Non si sa che cosa, ma scrive. E’ molto incaxxato: prima di partire aveva annunciato la sua ottima idea di vedere i film per ingannare il tempo del volo. Effettivamente i film li può solo vedere: le sue cuffiette sono rotte.

Per fortuna, c’è Lucio , che mossosi a pietà gli ha ceduto le sue.

Nel frattempo con il mio solito gusto del nuovo, ho chiesto un succo di pomodoro forte: l’idea l’ho presa da un texano che sta seduto davanti a Lucio. Il succo è orrido, ma convincerò gli altri e me stesso che è una vera squisitezza.

E tu vulivi o' cocktél, o' cocktél, o' cocktél....ca' pummarola dint', .ca' pummarola dint' e niente cchiù

E tu vulivi o’ cocktél, o’ cocktél, o’ cocktél….ca’ pummarola dint’, .ca’ pummarola dint’ eniente cchiù

Voce fuori campo. Lucio, “master-chef” inside, la vede al suo modo. Servirebbe una telecamera. Descrivere la sofferenza di Francesco, che ha sete, ma non ha il coraggio di bere, è cosa ardua. Succo di pomodoro, forte con ghiaccio e limone…Due cipolle, un tocco di manzo, una tracchia (spuntatura di maiale) e il ragù è servito!

Voleva fare il figo, ma il Minollo (altro soprannome di Francesco) è sempre il Minollo!

Nel dare questo soprannome a Francesco non vi è allusione all’animale mitologico di totale fantasia interpretato da Massimo Trosi in uno delle famose scene comiche de La Smorfia…quantomeno non ne ricordo la genesi. L’unico legame è il fatto che Francesco è per noi un mito al pari dell’animale reso famoso da Troisi. Più in là nel viaggio avremo le prove che Francesco merita l’aura di mitologia e misticismo insieme.

Forse è la nostalgia di casa, la voglia di pummarola! Diamine, siamo appena partiti! Non oso pensare a Cancun cosa ordinerà: spremuta di mozzarella?

Epilogo (rosso pomodoro forte)

Francesco non è riuscito nell’intento: il succo di pomodoro era troppo osceno per chiunque. Ha provato a convincere ognuno di noi ad assaggiare, a farsi ambasciatore di esotiche bevande, ma sebbene fosse oggettivamente il più esperto del gruppo in fatto di viaggi e frequentatore di aeroporti, nessuno ha avuto non tanto il cuore, piuttosto lo stomaco di affrontare questa prima prova. Il succo è stato restituito quasi intero, con tanto di beffa finale da parte dell’hostess che, rivolgendo uno sguardo poco compassionevole a Francesco, ha domandato retoricamente e a mò di efficace quanto estremo epitaffio: “No good?!?”

Onda sonora consigliata: It’s No Good di Depeche Mode

<– Continua a leggere Viva il Messico! [Ep. #1] 

–> Viva il Messico! [Ep. #3]

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10 responses to “Viva il Messico! Ep. #2 – Succo di pummarola, forte

  • Paolo

    Sì!! Attendo la pace notturna per leggere il secondo episodio…

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  • tiZ

    E verimm e nun ce fa riconoscere. ..😉

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    • redbavon

      tiZ è vero o no? E’ un’angoscia che ci portiamo dietro. Viaggia con noi.

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      • tiZ

        Assolutamente !!! E fa ridere e piangere! Solo il napoletano che non dimentica la sua terra può sorriderne. La canzone poi è un colpo al cuore. ..

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      • redbavon

        Sì, è la nostra consueta convivenza, prossimità, assuefazione a cose estremamente belle e a cose all’estremo opposto. Pensa al nostro rapporto con la Morte e i Morti, il Cimitero delle Fontanelle. Darwin s’è sbattuto fino alle Galapoagos per studiare l’evoluzione…Bastava venire a Napoli e ne aveva di materia da studiare: il napoletano si è evoluto, adattato. Nel bene e nel male e ne siamo consapevoli.

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      • tiZ

        Il napoletano si è evoluto, adattato ed è anche rimasto dove era, in un paradosso tutto nostro. C’è una impronta di fondo che fatica a cambiare, a crescere ed evolversi. Il napoletano sorride anche nelle difficoltà, è operoso, ingegnoso, tende la mano quanto meno possiede. È rumoroso, invadente e vive di un’atavica malinconia. Ne siamo consapevoli Sì anche se combattuti… una matrice complessa e misteriosa.

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      • redbavon

        Quando provo a parlare di noi napoletani, facendo lo slalom tra clichè e luoghi comuni come Il Tomba nazionale dei tempi d’oro che furono, me ne vengo fuori con un esempio che nessuno si aspetta: un nordico, uno estremamente nordico, Goethe.
        “Riscontro in questo popolo un’industriosità sommamente viva e accorta, al fine non già d’arricchirsi ma di vivere senz’affanni.”
        Il napoletano moderno è evoluto rispetto a quello del 1787. La vita, l’ambiente, il contesto è più complesso, ma a Napoli sembra che il tempo sscorra in stop-motion, frame by frame. Certe cose non sono mai cambiate: “E lo Stato questa volta non mi deve condannare
        pecché so’ pazzo”. Masaniello ahimè sarà pure tornato, ma Masaniello non è cresciuto. Per questa nostro “vivere senz’affanni” non riusciamo a scrollarci di dosso certi mali che ci succhiano da dentro. E tutti ci azzuppano il pane.

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      • redbavon

        Sulla canzone:
        You can run, but you cannot hide
        = E verimm e nun ce fa riconoscere.
        Capolavoro di canzone, ma immagino che il colpo al cuore sia per motivi diversi dalla storiella…Eh sì anche io ho dei ricordi con i Depeche Mode che mi fanno saltare il cuore.

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      • tiZ

        Eh sì, questa canzone quanti ricordi. … è bello ricorare..

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