Viva il Messico! Ep. #1

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Messico in una nuvola

“México lindo y querido”, Messico bello e amato recita una famosa canzone tradizionale, del genere ranchero e mariachi, scritta da Chucho Monge nel 1921 e resa famosa da Jorge Negrete. E’ considerata in tutto il mondo ispanico come una canzone rappresentativa del Messico e nel Paese come canzone di orgoglio patriota e di nostalgia per la terra natale.

Sicuro non è inizio pop e scoppiettante, è però l’immagine più lontana dai cliché e più vicina al ricordo di un viaggio così arricchente, che ancora oggi sento l’esigenza di ripercorrerlo sulla tastiera e lasciarlo a sì deperibile memoria di server, ma sempre più affidabile del soggettazzo al di qua dello schermo.

Un lungo viaggio da Napoli, toccando New York, anzi Newark, poi Houston (We-have-no-problem) fino al Chiapas, attraverso lo Yucatán e ritorno. Un vecchio diario scritto a mano, come i buoni sapori di una volta e ripassato nella padella come il fritto con l’ojo bbbono de mamma. Non è leggero, non fa male al fegato (anzi, lo tiene in allenamento) e, sopratutto, è fatto con il cuore e la cura di chi vi vuole bene.

Yucatan_e_Chiapas_viaggio_Redbavon

Clicca sulla mappa per vederla ingradita e tutte le tappe dell’itinerario

Questo diario di viaggio sposa la “serendipity”, non per snobberia o conformismo anti-conformista, non vuole sorprendere a tutti i costi, ma è per chi vuole lasciarsi sorprendere; non è stato un viaggio pianificato a tavolino, ma fissate tre date e luoghi (arrivo, a metà strada e ritorno) , il resto è stato deciso giorno per giorno: figlio di un’esigenza di uscire da una vita, che ci appare nella sua routine fin troppo pianificata e decisa da una società sempre più macchina virtuale, in cui il software disassembla, in alcuni casi, aggiunge delle patch al codice, ma è una versione che ormai non supporta più il formato .essereumano. Il codice andrebbe riscritto da capo.

Siete fuori strada, se cercate utili consigli, i prezzi migliori, imbeccate di esperti viaggiatori: esistono in Rete operatori professionali, enti istituzionali, motori di ricerca e aggregatori di contenuti specializzati e, nel prossimo futuro, applicazioni “shopping immersive” per la Realtà Virtuale che permetteranno, sul divano di casa, indossando l’Oculus Rift, di essere “immersi” nella camera dell’hotel che si sta prenotando, osservando la struttura virtuale della camera che si sta scegliendo. Se cercate tutto ciò, qui siete fuori strada o – come mi piace pensare – questa è un’“altra” strada.

Questo diario è a episodi, che non è una concessione alla struttura seriale TV che sembra avere risucchiato l’attenzione del grande pubblico (il Cinema è diverso! Il linguaggio filmico è diverso!), ma è un’esigenza, oltre che di tempo disponibile sia vostro sia mio, di andamento-lento, che è un leit-motiv della gente incontrata:¡Tranquilo!…” riccorreva spesso e non c’è bisogno di traduzione. Un andamento-lento che permette di percepirne i dettagli, soffermarsi su una foto, lasciare un commento, ascoltare una musica, farsi rapire da una sensazione.

Questo diario, come già fatto in passato, non è un esercizio per la memoria o un’area giochi per il mio piccolo caro Narciso, è un serbatoio di emozioni da non lasciare mai andare.

Se, quindi, spiluccando da un post a un altro, vi smarrirete in una foto, lascerete che un po’ di sensazioni vi sorprendano, vorrete lasciare due righe di commento o una “stelletta” di gradimento, renderete un po’ più felice il vostro umile “benzinaio”. Me.

E ora – sulle note di Paolo Conte – via via, vieni via con me.

messico-diario-1

Forever Friends (amici per sempre…vediamoci dopo il viaggio)

Materia: Messico

Classe: asilo (dato il livello I.Q. del gruppo)

Il gruppo di amici: Diego, Francesco, Lucio e Claudio.

Ep. #1 Provolo (ovvero Prologo)

Napoli, ore 5 del mattino…o notte!?…Non ho mai capito perchè si dice “mattino” quando fuori è buio carbonella!.

Sveglia, barba e bidet, come nella migliore delle abitudini fantozziane. Mapperchè questi viaggi si organizzano a queste ore improponibili…Che so, non era meglio a mezzogiorno, l’una, anche l’una e mezza, con calma. Vabè sta di fatto che alle ore 5:30 siamo arrivati sotto casa di Diego e parcheggiamo alla criminale in mezzo alla via, tanto non passa anima nè viva nè tantomeno morta, nè un vagabondo nè un cane randagio. Scendiamo dall’auto tutti e tre insieme: perfettamente sincronizzati, come in uno di quei film di gangster nella scena topica antecedente al cruento regolamento di conti, che segue come pallottola tenea dietro allo sparo.

Un gatto, da sopra un cassonetto, si è girato a squadrarci con quegli occhi che vanno in profondità anche se dissimulano indifferenza, come solo i gatti sanno fare. Francesco, Lucio ed io ricambiamo lo sguardo al felino, anche perchè è l’unico essere vivente in quel silenzio metropolitano assolutamente alieno. Alle 5:30 sotto casa di Diego nessuno può sentirti urlare.

Beninteso, l’unica similitudine tra il nostro viaggio e quello del Tenente Ripley – Osanna nell’astro dei cieli alla magnifica Sigourney Weaver in Alien! – è la Nostromo: pet Ripley l’astronave, per noi la scatoletta di tonno.

Vola una carta, ci taglia la strada mentre attraversiamo. Napule è na carta sporca e nisciuno se ne importa. La carta mi oltrepassa e sale, soffiata in alto da un’improvvisa folata di vento. Mi volto, la seguo per un paio di attimi, tanto basta per sparire alla mia vista. “Quant’è vera questa bellissima canzone” penso mentre mi rigiro verso i miei compagni, che già sono sulla parte opposta della strada.

Non indugio oltre, con calma porto avanti il piede destro, poi il sinistro, mi metto una mano in tasca, piede destro avanti, ne traggo fuori accendino e un pacchetto morbido e sgualcito, piede sinistro, colpetto alla base del pacchetto, afferro al volo con le labbra una sigaretta, piede destro, accendo, piede sinistro, aspiro, piede destro e sono anche io sotto il portone di casa di Diego. Sbuffo di fumo.

Avverto vibrazioni positive nell’aria, tutto intorno, il momento è uno di tale rara e anomala perfezione armonica “corpo-mente-luogo” che – giuro – di avere iniziato ad udire le prime note de Il mattino di Edvard GriegQuando una voce sguarcia l’idillio mattutino: “Cla’, te ne staje jenn’ appriess’ ‘o muort’?”. Espressione napoletana che sta a indicare l’estrema lentezza dell’incedere del corteo dietro al carro funebre.

Il momento zen si sgretola come un guscio di noce sotto il freddo morso metallico della tenaglia fatt’apposta. La durissima scorza si frantuma in piccolissime schegge, che penetrano nell’ambito frutto, vi si mischiano in uno sfracellato puzzle rendendone impossibile cibarsene senza poi rischiare di incorrere nelle cure del dentista proprio o consigliato dal solito amico, che ce l’ha sempre più bravo del tuo e del resto del mondo.

“C’amma fà?” (Che dobbiamo fare?) mi rivolgo allora agli altri. Diego ha il ritardo congenito. Non lo fa per menefreghismo o cattiva organizzazione, è un talento naturale, una caratteristica geneticamente da mutanda: è, infatti, una “moll’e vrachiera” ovvero gli elastici che tengono su le braghe o le mutande larghe e altrimenti cascanti. Rivolta a una persona, l’espressione ne sottolinea l’estrema lentezza. Una mutanda lasca e cadente. Diego se la prende solitamente comoda e, a mio avvisio, non fa male, anzi ne condivido l’approccio e ne invidio la sua naturalezza, genuina, vera: sposo la lentetezza.

“C’amma fà’?” “Chiamalo jà”

Lo so, il clichè della storia ambientata a Napoli, con protagonisti quattro napoletani e raccontata da un napoletano, prevede un urlo sguaiato che squarci l’aria e risalga su per la tromba delle scale come l’aria risucchiata da un tifone. Dieeeeeego! Dieeeeeego! Dieeeeeeee.go.

E invece no. Napule è a voce de’ creature che saglie chianu chianu.

Avviene il miracolo anche se non siamo sulla 34ª strada e non è Natale. Siamo all’inizio di agosto. Diego appare sull’uscio del portone. E’ sceso da casa subito senza neanche la necessità di citofonare; incredibile dictu, non avveniva da quel giorno di oltre una dozzina di anni addietro in cui Lucio, mio fratello e suo compagno di classe, non me lo fece conoscere: non l’abbiamo aspettato nemmeno un minuto.

Inizia con queste modeste righe e un miracolo quello che non vuole essere di certo un “diario del cuore” – anche se l’immagine in copertina mostrerebbe il contrario – ma una sorta di “carta igienica” del viaggio ovvero “quando serve, uno strappo e via!”, pertanto mi auguro che agli altri soggettazzi qui al mio fianco sul DC-10 della Continental per New York vorranno di tanto in tanto impegnare il proprio cerebro scrivendoci su qualcosa, qualunque cosa. Per quanto mentecatto sia. Sicuramente.

Baci ai pupi

Oggi, 4 agosto di un anno qualsiasi , sceglietevi il vostro a piacere. A me sembra sia ieri.

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A breve, Pun pun, appuntamento yes, appuntamento … con Punt e Mes(sico) Episodio #2.

BavITALIA ringrazia i signori passeggeri per la fiducia accordataci, augura una serena e felice permanenza. E la prossima volta che avrete il folle desiderio di schizzare nei cieli senza paracadute, ci auguriamo che penserete a noi di BavITALIA. Grazie per avere volato con noi.

BavITALIA, Fly Me to the Moon.

Onda sonora consigliata: México lindo y querido di Chucho Monge, cantata da Jorge Negrete

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6 responses to “Viva il Messico! Ep. #1

  • Paolo

    Fantascticooooo!!… [Questo è il mio Red preferito]
    Non dico altro. Torno su e mi rileggo la scena dell’attraversamento lento (Red-Clint e la sua sigaretta…).
    Sai una cosa? Invidio la tua “napoletanità”. Anche altre cose, ovviamente, compreso lo stile di scrittura, la citazione musicale ecc, ecc. Ma soprattutto la tua “appartenenza”, il tuo dialetto, la tua lingua altra, le tue radici, la cultura e la storia personale in cui puoi affondare mani e braccia fino ai gomiti.
    E la profondità che può raggiungere il baule che tieni in soffitta.
    Bravo. [Basta plausi sperticati]
    Attendo speranzoso il prossimo episodio (di questo passo dovremmo sbarcare a Newyark nel 2019…) e la presentazione degli altri magnifici compagni di viaggio.

    PS. Sempre stato spudoratamente in ritardo, ma sempre – o quasi – miracolosamente perdonato… Adoro la sconfinata lentezza.

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    • redbavon

      Red-Clint ahahahah🙂 Ho sbagliato colonna sonora! Altro che il buon Pino prima maniera, qui ci voleva Ennio Morricone! Gli spaghetti western sono pieni di messicani. Non ci avevo pensato. Ma ci sarà modo di utilizzare la tua “imbeccata”…Eh sì, se hai dato un’occhiata alla mappa ingrandita il viaggio è lungo e non voglio lasciarmi indietro nessuna sensazione ed emozione.
      Goditi questa scena!

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  • tiZ

    hahhahah l’inizio è tutto un programma !! ha ragione Paolo, che non ce ne vogliano gli altri, ma noi napoletani siamo troppo simpatici !!

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    • redbavon

      Diciamo che il dialetto napoletano permette numerose sfumature altrimenti meno efficacemente rendibili in italiano..La “simpatia” dei napoletani è una sorta di maledizione: hai notato che nelle pubblicità il napoletano viene usato solo p’a muzzarella, a’pummarola, ‘a pizza, manca o’ putipù e il quadretto è fatto, ma il putipù non è mainstream…Mai un napoletano che facesse la pubblicità di una banca, servizio finanziario, automobile! L’accento è irrimediabilmente con le “e” strette. Pure per pubblicizzare la “spugnetta-brioche” che ogni genitore può dare con sicurezza ai propri figli, la pronuncia della parola “merenda” ha la “e” stretta. Insomma, il napoletano ispira sicurezza e affidabilità quanto quella di una faina incrociata con una iena ridens. Vorrei essere pure antipatico, ma lasciatemi suonare in santa pace il putipù. E perchè no pure o’Tric-ballac.

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