Genocida di pixel

Questo è il mio elmetto. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio elmetto!

Se provate a chiedere a un bambino o adolescente come impiegherebbe il suo tempo libero, le probabilità che rispondano “videogiochi” sono parecchio alte. Vedere come e quanto i ragazzi si entusiasmino davanti a un videogioco riempie di meraviglia anche uno come me che – nonostante sia decisamente più cresciutello – continua con una perseveranza tipicamente diabolica a dedicare scampoli di tempo, sottratti al sonno (dei Giusti), a questa insana passione: una passione considerata un mero passatempo dai più moderati; per tutti gli altri, un totale, inconcepibile, al limite dell’immoralmente inutile spreco di tempo. Nessuna sorpresa, quindi, se i genitori siano contrariati da questa risposta e considerino i videogiochi alla stregua di una “droga”. Penso a quei rimproveri del mio caro papà, che nei momenti di esasperazione, mi apostrofava “Drogato! Sembri un drogato!”: allora la reputavo un’ingiusta considerazione frutto di una tipica incomprensione generazionale; oggi mi suona come un ricordo dolce e mi strappa un sorriso (…Ciao pà!).

Certo è che il videogioco contiene elementi di progressiva complessità, vi è insita una sfida, che stimola a conoscerne di più e spinge a utilizzare le proprie abilità per raggiungere l’obiettivo, che sia il punteggio più alto a Space Invaders, “finire” tutti i mondi in Super Mario Galaxy, portare in salvo Yorda, la bellissima ragazza di cui siete pazzamente (e segretamente) innamorati incontrata in quella fiaba poetica che è Ico.

Yorda e Ico, mano nella mano...il gioco è tutto lì. L'emozione, ANCHE.

Tale livello di sfida e tensione produce adrenalina e sfocia in una maggiore aggressività. Un’aggressività apparente – aggiungo io – a parte le mazzate vere che ci davamo mio fratello ed io durante i tornei di Kick Off e Sensible Soccer…se è per questo, anche alle “corse  di tappi” lungo il vialetto intorno la casa di Sabaudia, a Subbuteo, Scopone, AssoPigliatutto e Scala Quaranta e – tuttora – alla prossima partita di Risiko. Il Signor Rossi e – rispettoso delle “quote rosa” – la Casalinga di Voghera, nonché uno stuolo di “esperti” di media, “scienziati” del comportamento “umano”, “giornalisti”, Associazioni dei Genitori (che Dio ci protegga da loro!) e pure qualcuno tra di voi (due-tre) che state leggendo, associano videogiochi, aggressività, violenza più velocemente di quanto fanno di conto 1+1=2, li mettono insieme con un (that’s)amore e passione meglio di Findus con le verdure scelte e selezionate-per-voi nella busta surgelata di “Minestrone Tradizionale”…quella sì che, se te la tirano, è violenza: dura come un sanpietrino e pesa esattamente 1 kg, rettangolare rettangolare. FA male.

A furor di popolo, segue la tesi: i videogiochi violenti contribuiscono ad abituare i bambini a livelli sempre più alti di violenza e fare scattare in loro comportamenti violenti nella vita reale. In altri termini, lasciare un bambino davanti a un videogioco violento, è come mettergli in mano una granata a frammentazione, raccomandarsi di stringerla bene nella mano, con gesto risoluto togliere la linguetta della sicura e darsi alla precipitevolissima fu -BUM!- .ga!

Dopo avere amabilmente dissertato (parlo a me stesso…) sui “picchiaduro”, un altro genere che incarna lo stereotipo che i videogiochi sono violenti è quello dei cosiddetti “sparatutto”, in particolare il genere più di successo, quelli “in prima persona”.

Gli “sparatutto in prima persona” (First Person Shooter) sono caratterizzati da una visuale di gioco che simula il punto di vista del proprio avatar, insomma sembra di “esserci dentro”.

Call of Duty Black Ops

Call of Duty Black Ops: 360 milioni (MILIONI) di dollari il primo giorno di uscita.

Assolutamente fuori luogo e per i non-videogiocatori decisamente noioso, sarebbe iniziare un excursus, seppure sintetico, dell’evoluzione di questo genere. Basti dire che iniziò tutto nel 1992 su PC con un certo Wolfenstein 3D, ma che il vero botto ci fu l’anno dopo, ad opera degli stessi autori, Id Software, con il seguito morale Doom. Da quegli anni la tecnologia è andata decisamente avanti e basta confrontare le immagini di Doom e del recente Call of Duty Modern Warfare 3 per rendersene conto, i meccanismi alla base del gioco invece sono cambiati relativamente meno: si va avanti nella “storia” e si spara a qualsiasi cosa si muova, anche perché altrimenti sparano loro a te. Legittima difesa. “Puoi sparare solo per legittima difesa…io non offendo” disse Totò a un trafelatissimo Aldo Fabrizi dopo un estenuante inseguimento in quel capolavoro di Guardie e Ladri.

Via via che l’aspetto grafico si è evoluto fino a livelli sempre più prossimi al fotorealismo, i videogiochi di questo genere hanno “offeso” i benpensanti e attirato i censori, come le torte di Nonna Papera sul davanzale attirano l’orso Onofrio. Ma ciò non ha rallentato il successo di vendite, anzi ha catalizzato l’attenzione dei media, che non perdono l’occasione di “sbattere il mostro in prima pagina”. Ma perchè la violenza riscontra così tanto successo? Quale è il motivo per cui una persona che, nel mondo reale, normalmente rifiuta la violenza, ma quando è simulata su uno schermo non perde occasione di prendere parte (inter)attivamente al suo esercizio, commettendo atti di indicibile abominio senza nemmeno un attimo di esitazione? Catarsi. No, quelle mie due cellule nervose che ancora comunicano tra loro rifiutano questa deriva New Age. La violenza è sicuramente un mezzo sbrigativo per gli autori dei videogiochi per superare il vuoto narrativo. La spettacolarizzazione della violenza serve per stupire e fare “consumare” il prodotto all’utente. Tale attrazione fatale per la violenza non è verso il sangue, gli smembramenti e altre sue manifestazioni esplicite, piuttosto è per ciò che la violenza rappresenta, in particolare nei media. Nei film, nelle rappresentazioni teatrali, nei libri, le persone trovano interesse nel conflitto, l’ansia, la suspense e nell’azione che ne segue: tutti elementi che trovano una sintesi perfetta nella scene di violenza. Il ricorso alla violenza è quasi una “scorciatoia” emotiva. Nei videogiochi, la “scorciatoia” è evidente: prendere la mira e sparare rappresenta uno dei primi vagiti dei videogiochi (Space Invaders) e tale elementare atto contiene tutti gli ingredienti necessari per un buon videogioco, cioè abilità, strategia, un obiettivo chiaro il cui conseguimento ha un’immediato riscontro audiovisivo e “ricompensa” emotiva. La “morte” dell’avversario comunica un risultato raggiunto con rara immediatezza ed efficacia. Agisce a un livello profondo, seppellito da secoli di evoluzione umana che hanno – correttamente – relegato gli atti violenti ai margini del (con)vivere civile: l’istinto atavico di sopravvivenza. L’istinto di sopravvivenza esercita una naturale e intensa pressione sopratutto sui giovani, che utilizzano i giochi di combattimento con i propri coetanei per apprendere e affinare le abilità essenziali a procurarsi il cibo e a difendersi da competitori di altre specie o della stessa specie. La violenza simulata permette senza rischi di avere più probabilità di successo nella lotta per la sopravvivenza nel mondo reale. L’ appetito di violenza risponde, quindi, a un istinto naturale di base e, in parte, può essere la spiegazione del grande successo dei giochi e videogiochi violenti. Con ciò non si vuole avallare la violenza, ma è un invito a non colpevolizzare i “giochi(ni)” se il vostro pargolo trova un gran piacere a sbudellare ogni essere “vivente” sullo schermo, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…e pianeta o sistema stellare di provenienza. I videogiochi sfruttano la violenza come un hacker approfitta di una backdoor del “sistema”, l’istinto di “natural born killer” ce l’abbiamo dentro, dalla nascita. E sapete quale è la verità incoffessabile? Ci piace. Ci piace da morire…fino al prossimo game over o respawn.

Lasciate che i bambini sparino per finta, insegnate loro ad amare per davvero.

Si ringrazia la rivista EDGE che con l’articolo “Why We kill” ha ispirato questo umile e onesto post.

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4 responses to “Genocida di pixel

  • timmons

    il tuo punto di vista sebbene piuttosto generalista (ma d’altronde a ispirarti è stata una rivista di consumo, dunque…) ha diversi punti che condivido. da gamer tutto tondo credo di non essermi mai posto quesiti morali mentre tiro giù un nemico a colpi di Uzi; d’altronde anni e anni fa quando le console non c’erano, non era nostra abitudine far stragi di indiani coi soldatini dei cowboy?🙂
    ottimo blog, comunque, complimenti

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    • redbavon

      Grazie per avere lasciato il commento, Timmons! Hai ragione: l’impostazione è generalista, ma era proprio l’intenzione originaria. Sopratutto quando scrivo di videogiochi, cerco di evitare tecnicismi e termini gergali perchè vorrei rivolgermi proprio a chi li chiama “giochini” e li reputa tali. Lungi da me, dal mettermi su un pulpito e difendere il campanile (ma chi credo di essere? Il sacrestano!?): vorrei trasmettere le mie sensazioni a chi invece non le avverte. Insomma, credo che questo nuovo medium debba avere la stessa dignità di altri media e forme d’espressione più tradizionali. Un bel videogioco mi emoziona come un bel film, un bel libro, una bella musica…perchè non ne posso parlare senza essere guardato come se andassi vestito in calzamaglia verde attillata (spettacolo invero raccapricciante), cappellino a punta con piuma, spadino alla cintola, orecchie a punta e da un momento all’altro spiccassi il volo. Intendiamoci, Peter Pan è uno stupendo personaggio…e che la calzamaglia verde mi sbatte in faccia, mi sta di un male…non lo sopporto! Inoltre – come direbbe un mio caro amico toscano – mi è di molto garbata la citazione sui soldatini, però qui devo avvertirti che io facevo stragi di cow-boy e 7° Cavalleria con i soldatini degli indiani pellerossa. Una, cento, mille Little Bighorn!…sarà per questo che la mia squadra preferita a Sensible Soccer è Faroe Islands.
      Se hai da darmi indicazioni su riviste online o cartacee migliori di EDGE, batti un colpo. Sei il benvenuto da queste parti.

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  • timmons

    beh, spero di essere il benvenuto anche in caso contrario!🙂
    comunque, nella fretta di scrivere il commento a volte si tralasciano particolari importanti. il generalista in questo caso non era da intendere nell’accezione negativa del termine, ma sul fatto che, come hai confermato tu, il punto di vista è di un appassionato che “filtra” per poter essere compreso dai più. Quindi assoluto massimo rispetto; contrariamente a quanto invece succede a me, che tendo a bearmi di questo inopportuno lato snob da sedicente gamer super-pro, trattando tutti quelli che non lo sono con poco velata sufficienza!😉
    d’altronde, essere nerd ha un significato (a)morale indiscutibile🙂

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    • redbavon

      Timmons, solo per la snobberia da sedicente gamer super-snob unita all’indiscutibilmente (a)morale natura di nerd, fa di te sempre il benvenuto in questo vicolo nascosto e dall’italiano malfamato di InFernet! Puoi essere assertivo e dissenziente, anzi è accolta con cerbera ingordigia l’opinione differente da questo mentecatto aspirante evangelista del videogioco che si sbatte la tastiera al di qua del video. Ciò che non sopporto è la critica senza argomentazione, la critica distruttiva per solo gusto nichilista del tipo che puoi trovare nel commento di un troll-eggiante Fabriii riguardo al libro “L’avventura di un povero crociato“. Nonostante abbia percepito distintamente la zaffata di troll – anni di Dungeons & Dragons hanno affinato il mio olfatto – ho pubblicato il lapidario dissenso nella speranza che il mio afflato di demo-crazia venisse “ricambiato” da uno straccio di argomentazione o almeno un’opinione che arricchisse l’esperienza e interpretazione del libro, sia personale sia di quei malcapitati lettori di quel post. Dovevo saperlo, anche il più nerd di niubbo giocatore di RPG lo sa: porgi la mano a un troll…e quello se la mangia. Rinnovo il mio invito. E come si dice dalle mie madre-parti:”‘sta casa aspetta a ttte!”

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