L.A. Noire, un thriller interattivo che sarebbe un crimine perdere.

“Combattiamo con un nemico senza volto in una terra di nessuno” (The Black Dahlia di Brian De Palma)

In L.A. Noire impersoneremo Cole Phelps, un veterano della Seconda Guerra Mondiale decorato con la “Silver Star” a Okinawa, e ora – 1947 – investigatore della polizia nella Città degli Angeli. L’ambientazione è l’America degli Anni ’40, durante il boom dell’immediato dopoguerra, atmosfere tanto care al genere “hard-boiled“. Gli autori si ispirano a un efferato omicidio realmente accaduto (e rimasto irrisolto) noto come il “delitto della Dalia Nera”: Elizabeth Short, una giovane aspirante attrice soprannominata “Dalia nera” per la sua preferenza di vestirsi con abiti di colore nero, fu ritrovata morta a Los Angeles in Leimert Park, il suo corpo nudo era squarciato all’altezza della vita e presentava evidenti segni di tortura. Era il 15 gennaio 1947: aveva 22 anni. Nel 1947, delle 119 persone uccise a Los Angeles 32 erano donne e 5 cadaveri riportavano segni di violenza e mutilazioni tanto da fare pensare a collegamenti con il delitto della Dalia Nera e a un serial killer. Fortissima fu l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sul caso, tanto da ispirare un’abbondante produzione di film, romanzi, puntate di serial televisivi, canzoni e, anche l’ultimo dei media arrivati, videogiochi.

Rockstar Games abbandona i toni dell’epica fuorilegge del Far West à la spaghetti-western dell’ultimo successo Read Dead Redemption, ritorna nel mondo reale moderno del XX secolo, che già ha dimostrato di sapere bene interpretare con satira e parodia in Grand Theft Auto IV. Con L.A. Noire vira in un’altra direzione, decisa ad abbracciare il reale con una storia seria, coinvolgente ed emozionante perchè possibile nel mondo reale, anzi…già accaduta. Nessun orco o cavaliere, alieno o marine spaziale, nè soldato d’elite o testost-eroico commando d’assalto, in L.A. Noire non vi è nulla di tutto ciò. Una storia per un pubblico adulto, con l’intento di rivolgersi proprio ai non-videogiocatori, per niente interessati ad alieni, idraulici con i baffi, guerrieri coraggiosi e compagnia videogiocando; una storia rivolta anche ai consumatori d’elezione, cioè i videogiocatori, in particolare quelli nati con l’Atari e l’Intellivision oppure con il Commodore64, ormai cresciuti e desiderosi di contenuti maturi per il proprio modo preferito di intrattenersi e arricchirsi, in un processo emotivo e conoscitivo al pari di un buon film o un buon libro.

Cole è il tipico poliziotto devoto alla giustizia in una città di corrotti. Dovrà investigare su una serie di delitti che sembrano legati da uno stesso macabro filo conduttore. Questi delitti, ispirati ai fatti realmente accaduti nel 1947, ricreati a partire da un’attenta ricerca da fonti storiche, ufficiali e non, e modificati per esigenze di giocabilità. La giocabilità ha un ritmo lento se confrontato con i precedenti giochi di Rockstar Games o con l’ultimo successo planetario come Call of Duty Black Ops. C’è da sparare, ma non sarà necessario farlo ogni 20 secondi. Cole è un investigatore pertanto impegnerete la maggior parte del tempo a recarvi sul luogo del delitto, cercare indizi (una nota alta di pianoforte e la vibrazione del joypad indicherà la prossimità di un indizio importante), interrogherete testimoni e sospetti, ascoltando ciò che dicono e osservando le espressioni del viso. Ascoltare e osservare diventano il fulcro di questa avventura: quasi 400 attori, provenienti da importanti serie televisive come E.R., Mad Men, Heroes e C.S.I., hanno interpretato i personaggi in L.A. Noire con la propria voce e viso.

“Devo arrestare qualcuno, anche se poi dovesse saltar fuori che mi sono sbagliato” (La donna ombra di Craig Rice, Mondadori)

La recitazione è perfetta, la resa digitale dei visi impressiona. L’eccellenza di realizzazione e l’utilizzo congiunto di questi due elementi rappresentano l’aspetto nuovo e innovativo del gioco. La giocabilià, infatti, non è esattamente una boccata d’aria fresca: semplice e ripetitiva, scandita da “raccogli indizi, interroga e accusa”. Quest’ultima è la critica mossa da certa parte di stampa, ma ritengo che L.A. Noire manchi volutamente di una complessità nella risoluzione degli indizi: il gioco risulta più accessibile ai non-videogiocatori e la storia – a episodi – fruibile anche ai videogiocatori più maturi, che non hanno molto tempo a disposizione; pertanto, l’innalzamento della “difficoltà” si sarebbe trasformato in un rapido abbandono da parte di questa fascia di utenti. L.A. Noire sarebbe finito velocemente nello scaffale dell'”usato”, facendo concorrenza al “nuovo e sigillato” e Rockstar Games non guadagna un solo centesimo dalla vendita dell'”usato”.

La ripetitività è innegabile, ma tutti i videogiochi – in maggiore o minore misura – presentano una marcata componente di reiterazione. Lamentarsi per la ripetitività in un videogioco è come mangiare una bistecca di manzo e lamentarsi che sa troppo di…carne.

L.A. Noire ha una struttura narrativa lineare e privilegia i contenuti all’azione, il suo godimento presuppone di adeguarsi a questo cambio di ritmo, meno dinamico e più riflessivo. Un videogioco che si avvicina a un film interattivo – una chimera a lungo inseguita dall’industria dei videogiochi – e  dà un grande contributo, per contenuti e valori artistici,  affinché la Cultura abbia una considerazione più nobile di questo giovane medium, considerazione sempre negata in quanto oggetto al più d’intrattenimento se non mero trastullo per bambini o adulti poco cresciuti.

Disponibile per Xbox360 e PS3. La versione PS3 è  preferibile per prestazioni migliori.

Menu dello chef :

Antipasto: leggete La donna ombra di Craig Rice, Mondadori.

Primo Piatto: giocate a L.A. Noir

Secondo piatto: guardate L.A. Confidential, regia di Curtis Hanson, con Kevin Spacey, Russell Crowe, Kim Basinger  e Danny DeVito.

Dessert: ascoltate The Best of Ella Fitzgerald & Louis Armstrong

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