Se telefumando, non vedessi cavallucci marini, io smetterei.

Fumo subacqueo (c) 2010 RedBavon

Liberamente (d)ispirato da quella bella canzone “Se telefonando” e a un folle mixaggio di altre che non verrebbe in mente neanche al più allucinato dei DJ, fa ritorno il tabagista dell’Amore, protagonista – suo malgrado – di un’altra Storyetta, un’altra storia di sigaretta e non solo.

Si sa che il fumo nuoce gravemente alla salute e quindi come qualsiasi sostanza che è pericolosa, prima di sorbirla è opportuno dare un’occhiata al classico foglietto piegato piccolopiccolo e scritto piccolopiccolo che riassume le

(d)Istruzioni per l’(ab)uso: leggere con cautela, può indurre sonnolenza.  L’assunzione del prodotto può, occasionalmente, essere seguito da nausea e vomito. In letteratura non sono descritti casi di interazioni e incompatibilità particolari con l’assunzione di altre sostanze durante la lettura, tipo biscottini, thè, caffè, cioccolata calda. Posologia: una volta. Nei casi più gravi, procedere con una seconda applicazione, facendo attenzione ad ascoltare le canzoni che riempiono gli spazi vuoti delle parole e tutto ciò che questo tossico della tastiera non è riuscito ad esprimere per sue limitatezze nell’uso della Madrelingua (anche se ha chiesto il mio disconoscimento all’anagrafe…)

Ora che siete avvertiti…potete continuare a leggere.

SE TELEFONANDO (Delta V – cover di Mina)

Lo stupore della notte spalancata su questo schermo, mi sorprese che ero assorto nel pensiero-di-io-e-te. E nel buio sentii le tue mani sulle mie. E quel pensiero-cuore-viscere presero vita su questa tastiera. Se telefonando, io volessi dirti addio, ti chiamerei. Se io rivedendoti, fossi certo che non soffrirei, io ti rivedrei. Se guardandoti nei tuoi begli occhi, sapessi dirmi basta, ti guarderei. Ma non so spiegarmi perché questo mio amore non è finito. Non voglio più scappare, andare via da qui, tutto quello che ho è qui. Ho trascorso le mie notti cercando per tutto il mondo ciò che invece era proprio qui. La luna sembra accogliermi con una luce di comprensione e la notte protende le sue oscure braccia per accogliermi e confortarmi. La notte conforta, nel buio puoi vedere cose che non sono e che vorresti siano, nel buio immobile tutto è indistinto, i contorni sfumano, si fondono con il nero circostante, tutto può essere. Nella notte, la speranza che queste mie parole riescano a tenere insieme il pensiero-di-io-e-te appare meno disperata. Ha diritto di cittadinanza tra le (…in)finite(in…) probabilità.

Un’eco lontana, un aereo in atterraggio attraversa la mia vista. Mi saluta con le sue luci intermittenti, ricambio con due rapidi tiri di sigaretta, due ravvicinati e intermittenti segnali rossi di brace. Ancora pochi momenti e toccherà terra, al sicuro, arrivato a destinazione, consegnando il suo fardello di passeggeri nelle braccia dei propri cari, nel conforto delle proprie calde case.

Lo guardo per un altro attimo, seguendolo con una rotazione della testa, appena percettibile dal resto del corpo. Sparisce inghiottito dalla terra e dal fumo della sigaretta. Io no. Io non sono arrivato da nessuna parte, sono qui perso nel pensiero-di-te. Un amore fu perduto e ora lo ritrovo qui. Sento che hai alzato un muro, troppo freddo per toccarlo, un’indifferenza che ti fa troppo alta per arrampicarmi su e tentare di scavalcarlo. Lo so, è così difficile, ma sento ancora il cuore battere.

Mi sono ritrovato da subito in mezzo a un mare in tempesta, una tempesta mai vista, una tempesta mai immaginata, la nave scricchiola, batte e sbatte contro le onde, il naufragio segue come naturale conclusione tra l’incontro della Forza più grande della Natura e la presuntuosa opera dell’uomo. Miseria e disperazione. Finisco sott’acqua, respiro, vengo spinto sotto, riemergo, respiro, di nuovo sotto, annaspo, recupero il pelo dell’acqua, aria, ancora sotto. Voglio annegare tra i flutti del mare di errori che ho commesso e anche se tu hai deciso di andare via, ti prego, resta ancora un po’ tra queste righe: insegnami come respirare. Impossibile recuperare, troppo tardi per correggere la rotta, impossibile nuotare, posso solo cercare di tener su la testa e…respirare. Voglio tenermi stretto ciò che ho di te, custodirlo, proteggerlo. Non voglio che mi abbandoni, che possa andare fuori da me, voglio trattenerlo dentro di me. Dentro di me. Vado giù. Sotto le onde tumultuose. Dentro il mare. Silenzio. No.

Sento un bum…bum. Ovattato. Bum…Bum. Ritmico. Bassi sparati a frequenze selvagge da un subwhoofer di un “rave”, potenti, ritmici, bum…bum, ovattati come provenienti da una cassa posta in fondo all’abisso sottostante. Allora sprofondo. Verso quel suono. Bum…bum.

SEA HORSES (Radiodervish – Beyond the Sea)

C’è dell’altro: un suono di pianoforte. Semi-indistinto, ovattato, dolce il suono di note musicali da un pianoforte, nette e singolarmente distinguibili le vibrazioni del martelletti sulle corde arrivano trasportate dalle onde nella massa d’acqua, Un pianoforte nell’oceano già l’ho incontrato nei miei viaggi, non mi meraviglia, ma mi attira…mi attira come il richiamo di una sirena, ogni residuo di volontà annullato, ogni ipotesi di resistenza spazzato via.

Un invisibile filo di righe di pentagramma intrecciate e note musicali intrappolate come pesci in una rete, mi (at)tira verso il basso. Ecco si aggiunge un coro che culla la mia lenta discesa, un suono come quello emesso dalla foglia stretta tra le labbra, di quando giocavamo da bambini. Un coro, qui? Sirene! Saranno le sirene! Dove sei Lorelei?

Lorelei, sirena bella e maledetta, dove sei? Mostrati, fatti vedere. All’improvviso, spuntano dal nulla cavallucci marini, tanti, tantissimi, impossibile contarli, cento, mille, diecimila, centomila, un milione, sono tantissimi, mi circondano, mi passano sopra, sotto, da ogni lato, danzano! Danzano al suono di una fanfara di fiati, trombe e tromboni festosi come quelli della banda del paese nelle feste del patrono di una volta; piatti, tube e grancasse sostengono il ritmo al tempo del bum-bum. Ancora, cavallucci marini, ancora accorrono altri cavallucci marini, sono bellissimi, s’intrecciano le loro traiettorie, compiono cerchi, spirali, ellissi intorno a me. E ancora altre figure che la geometria non conosce, ma il loro istinto sì.

Si aggiunge una fisarmonica, il suono che strugge dal suo mantice soffia dentro i miei polmoni un po’ di bolle d’aria, l’aria tende a salire, la gravità spinge verso il basso, il mio corpo conteso tra queste forze opposte, mentre suona la fisarmonica, la discesa rallenta, ondeggio lateralmente, cullato in sincrono con l’aprirsi e il chiudersi del suo mantice. Un po’ più leggero, rallenta la discesa rallenta, appena appena, più lenta sì, ma ineluttabile, campanelli ora scandiscono il mio movimento verso il basso.

Correte correte, cavallucci, nuotate nuotate, cavallucci portate in groppa questo mio sentimento nel più profondo dell’abisso, portate questo tesoro dove nessuno mai potrà scoprirlo, dove nessuno mai potrà portarlo via.

Danzano ancora un po’intorno a me e come sono apparsi così scompaiono in un tintinnio di campanelli, la fanfara si allontana, ovattata, sempre più distante, fino a divenire un’eco distante, ricordo sbiadito di luoghi lontanissimi e meravigliosi, visti da pochi e ormai (r)esistenti solo nei racconti dei nonni intorno ai focolari di una volta.

Io vado sempre più giù. Si sente solo: bum…bum. Sembra che mi stia avvicinando. Bum-bum. Lo sento distintamente – bum – sempre meno ovattato – BUM –…ma? Ma….sono io!…sono io? Sono io. Viene da dentro…me. Dal mio petto. Cresce , sotto le costole, vado giù, CRESCE, sotto il polmone, sprofondo ancora più giù, cresce, è il mio cuore. E’ il pensiero-di-te che batte. BumbumBumbumBumbumBumbumBumbumBumbum.

A questo punto, buonanotte all’incertezza e all’amarezza, sento crescere la voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria di annegare d’amore insieme a te.

LA VOGLIA LA PAZZIA (Ornella Vanoni – Vinicius De Moraes – Toquinho – La Voglia La Pazzia L’Incoscienza L’Allegria)

Si ringraziano: Mina, Delta V, The XX, Temper Trap, Radiodervish, Ornella Vanoni, Vinicius De Moraes, Toquino e, naturalmente, la Piccola Venere.

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