New YorK. Questa terra vide per primo un marinaio che si chiamava Rodrigo da Triana

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Onda sonora consigliata: Once in a Lifetime (Talking Heads)

And you may find yourself in another part of the world

New York? Ogni promessa è debito…ma poi perché? Ogni promessa è…promessa. Punto.

E a capo.

New York è una brutta bestia da raccontare per un molestatore di tastiere come me. E’ stato scritto di tutto, abbiamo visto tanto per tivvì e al cinema, il nostro immaginario è saturo di immagini, suoni, rumori di una città che è il sex-symbol della nostra cultura occidentale. Non per nulla, è nota come “Big Apple” e la mela è il frutto tentatore.

La prima immagine che la nostra mente proietta sulle retine in formato Cinemascope, in sala 1, fila centrale, posto centrale, mega-cestino di mefitici pop-corn appoggiati sulle gambe è la foresta di acciaio e vetro dei grattacieli di Manhattan, celebrazione di una deferenza atavica per il grandioso, l’ossessione per l’immenso, con una tensione a proiettarsi verso l’alto, verso il divino, lontano dalla sporca terra e dai limiti umani. Eppure la Torre di Babele dovrebbe ricordarci che a volte si finisce per fare “casino” e basta. Senza andare nel lontano Oriente, anche da noi abbiamo il Colosseo a ricordarci che quei grattacieli non sono altro che l’opera di un popolo molto più giovane, che se si mettessero intorno al caminetto ad ascoltare i racconti degli anziani, praticamente parlerebbero di quello che hanno fatto ieri.

Un popolo senza radici geografiche specifiche, che forse ricerca la propria identità in quelle linee vertiginose (dal basso), in quelle architetture audaci come Icaro che si lanciano in alto fino a grattare la pancia al Cielo (li chiamano “skyscraper”), in quelle dimensioni da dovere raccogliere la mascella da terra. “Avevo una casetta piccolina in Canadà…”  questo motivetto s’infila tra i ricordi dei grattacieli che ripercorro mentre scrivo, che ci volete fare? Mi piace fare un po’ di ironia e il mio cervello riesce a prendere per i fondelli anche se stesso. E comunque la casetta era in Canada, New York non è in Canada. Ma i Territori del Nord-Ovest, sì!

Va bene, pareggio, palla al centro e ripartiamo senza digressioni.

New York è una brutta bestia da raccontare per uno come me, che ha i rudimenti della lingua italiana quanto l’uomo preistorico i rudimenti della lavorazione della pietra. Schegge d’italiano che dovrebbero esprimere il conseguente sovraccarico di idee, pensieri, emozioni, sensazioni, aneddoti, odori, sapori, rumori, suoni, visi, colori, neon, palazzi, negozi, strade, musei, parchi e panchine…tutti che affluiscono da un non-luogo ampio, aperto e nebbioso come la memoria per infilarsi in un’unica stretta via di fuga quale la punta delle dita. M’imbarazza.

All’imbarazzo segue una consapevolezza di inadeguatezza, paura di cadere nella ba(va)nalità e di sottoporvi un racconto trito e ri-trito, che fa concorrenza al peggiore macinato di carne in vendita nei migliori fast-(junk)food del Pianeta. Se non altro il “MeK-Redbacon Menu” è gratis, si piazza sullo stomaco come tutti gli altri, e – offerta limitata fino al 31 luglio – ai più affezionati clienti aggiungiamo un croccante all’amarena.

ARRIVO

ARRIVO

L’ARRIVO è devastante per due motivi principali: fuso orario e la poltrona dell’aereo di classe “magra e bassa” (per considerarsi “poltrona”comoda, devi essere magro e basso). L’impatto con il Jersey (sbarco a Newark) è ancora più devastante: una distesa industriale e grigia che la nebbia padana a confronto sprizza colori come la Festa del Capodanno cinese!

Taxi collettivo prenotato online dall’Italia perché “uno, appena sbarcato, non si può fare fesso dal primo tassista venuto”…al ritorno, invece, pare possa accadere (per esperienza diretta). Il Taxi collettivo o, meglio, lo “shuttle bus” – quel “collettivo” ha un retrogusto da kolkhoz sovietico – s’infila in un traffico da Grande Raccordo Anulare che conferma la mia idea che “non importa quante corsie puoi costruire, il numero di auto aumenterà esponenzialmente e le possibilità di blocco totale sono una variabile esogena, normalmente randomica, ma con probabilità pari all’evento certo quando hai fretta e sei in ritardo.” Realizzo con qualche minuto di ritardo che non sono in un qualsiasi traffico di tangenziale metropolita(lia)na, quando la mia retina riesce a trasmettere al cervello la forma, le dimensioni e la marca dei veicoli che fanno la mia stessa strada…o sono io che faccio la “loro” stessa strada?

Questa transumanza automobilistica, accompagnata da pecorecci versi all’indirizzo di altri esemplari della stessa specie ma di targa diversa, talmente simile nella sostanza a quella di casa nostra che quasi mi viene lo scoramento al pensare che ho percorso migliaia di chilometri per finire nel bailamme di traffico pari<->pari a quello del G.R.A. “Quando fa due gocce d’acqua in più a Roma, si blocca tutto”…

35° Piano

35° Piano

Arrivati all’albergo “Crowne Plaza”, cinque minuti a piedi da Times Square, scaricati bagagli e burattini (dopo un vaggio simile le mie giunture si muovevano come quelle di Pinocchio), una camera al 35° piano ci attende. Già il numero del piano inizia a farti capire che NON sei a casa. L’ascensore ti “spara” su a una tale velocità che potrebbe essere un’attrazione di gran lusso in quelle giostre itineranti per le fiere dei paesini, un po’ scalcagnate e romantiche di-un-tempo-che-fu. “Ssssiore e Siiiori, venite, accorrete a sperimentare il favoloso Lancio Supervelocisssimo…solo 1 euro per vincere la forza di gravità senza ali!” L’ascensore si ferma al piano e avverti un leggero sbalzo di pressione. La prima curiosità da soddisfare…anzi la seconda dopo quella di vedere il bagno della camera, è andare alla prima finestra e di guardare giù-l’effetto-che-fa. LOOOOOoooooooooo fa.

L’effetto “formicaio brulicante” è il primo, seguito da megalomania (Il Mondo è mio!), ridimensionato subito dal fatto che ti accorgi che non sei il “solo” così in alto, ma tutte le costruzioni intorno sono a quell’altezza, anzi qualcuna osa andare ancora più su. Seguono sguardi che spontaneamente cercano una via di fuga tra il labirinto di grattacieli, ritornano indietro rimbalzando come un pallina nel flipper, ti viene la fanciullesca quanto maleducata voglia di sputare di sotto, la finestra sigillata ti salva da tale gesto barbaro e, data l’accelerazione dal 35° piano, finanche criminale. S’indugerebbe ancora a seguire quel puntino giallo (un taxi?) che fa lo slalom nel dedalo di vie sottostanti, a restare a guardare – distaccati – la vita lì sotto, perché nel gioco abbiamo attivato il “God mode” cioè la modalità “Invincibile, Tutte le armi, Munizioni al massimo, Soldi al massimo, Passo pure attraverso i muri”.

"GOD Mode"

“GOD Mode”

La vescica ti ricorda che dipendi ancora dalle tue spoglie mortali, perdi tutti i bonus e corri in camera per marcare finalmente il territorio. Non alzate la zampina però, fatela dentro.

La camera è confortevole, ordinata, un LCD 32 pollici trionfa sul mobile antistante il comodo letto (manca solo la frittata di cipolle, la birretta fresca e il Super Bowl), ampia finestra con panorama sui cubi di acciaio e vetro intorno. A me sembra tanto di stare dentro Tetris.

La tentazione di stendersi e dare meritato riposo alla carcassa suona chiara e forte, ma l’Ultima Passione del RedBavon è quella di scendere  al piano terra, immergersi nella vita di giù e riguardare tutto dal basso con il naso all’in-su la sensazione che fa.

Sono sufficienti pochi trascinati passi sul marciapiede per inserisci-stanchezza nel cestino, svuota-cestino, ora c’è un mucchio di spazio…che viene riempito da una scarica di energia, che sembra provenire direttamente dalla città. Una sensazione in presa diretta, spiazzante e, come con i Borg in Star Trek, “Ogni resistenza è inutile, verrete assimilati”.

Ti spiazza il fatto che hai visto e  rivisto quei posti in televisione e al cinema, ne hai sentito raccontare da amici e canzoni, ma il fatto di esser”Ci” finalmente anche tu, di toccarlo, di sentirne l’odore, di ascoltarne i suoni rende l’esperienza straniante ed esaltante. Mi butto nella folla, mi abbandono alla corrente e mi lascio trasportare e, tra uno spintone e un altro, mi godo lo spettacolo. Lo spettacolo è appena iniziato. Mettetevi comodi.

And you may find yourself in another part of the world

And you may ask yourself, well…how did I get here?

Letting the days go by,let the water hold me down…

To Be Continued…

<–Come Colombo (nè il tenente nè l’uovo)


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Informazioni su redbavon

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2 responses to “New YorK. Questa terra vide per primo un marinaio che si chiamava Rodrigo da Triana

  • TT

    A furia di leggere i tuoi bellissimi racconti mi stai facendo venir voglia di volare……grrrrrr!!😦

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    • redbavon

      Ebbbrava la Titti! Prima a commentare (anche se a giudicare dall’andazzo dei commenti in tutto il ba(v)log potresti anche essere l’unica).
      E per me doppia soddisfazione: 1) sono contento che ti sia piaciuto 2) avverto scricchiolii nella tua paura di volare…quantomeno un contributo a limitarla quel tanto che ti serve per spiccare il volo. Vai colombella! VAI!
      Hai vinto un posto vicino a me in aereo con il permesso di infilare le tue unghie nel braccio e di rompermi l’anima per tutto il tragitto.
      … …

      Ho paura di essermi sbilanciato troppo…ma come disse Cesare sul Rubicone “La frittata è fatta”

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