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Claxi driver.

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Vengono fuori gli animali piu' strani, la notte...

Vengono fuori gli animali piu' strani, la notte...

New York da raccontare è davvero una “brutta bestia”. Tanto e ancora più “brutta” considerate le mie capacità di manipolazione della lingua italiana del tutto inadeguate a rendere la sensazione di essere-lì. Ogni volta che tornavo sull’idea di (de)scrivere il soggiorno a New York, ogni volta scartavo e deviavo come un cavallo selvaggio che vogliono domare. Ma non avevo scampo. Questo cavallo, ancora selvaggio per poco, girava in tondo costretto dentro una recinzione di legno mentre il cow-boy lo tiene al lazo, aspettando il momento giusto. E così è avvenuto per i pensieri e sensazioni che giravano in tondo nel recinto di New York.

Sono ritornato a scrivere con penna-su-carta (anche se il risultato si legge su schermo) perché provo la sensazione di potere dare il giusto tempo di fluire ai pensieri, di buttarli tutti giù, guardarli bene fissi nelle lettere che li formano, selezionarli con cura come un frutto di prima scelta, soppe(n)sarli, aggiustarli come fa un bravo sarto con un vestito su misura. Persino la cancellazione ha un altro peso: con la penna tiri su una riga, ma il pensiero rimane lì sul foglio; con la tastiera del PC, tasto “Cancella” o “Backspace” e  sparisce.

Insomma, come il cow-boy, attendo il momento giusto per addomesticare questi pensieri…e con loro addomesticare quella “brutta bestia” di New York.

Raccontare New York in modo da interessare è compito improbo. Fosse questo il mio compito…”Bava, interrogato” ”Professoressa, sono impreparato, ieri il mio cane è stato investito da un automobile e sono stato tutto il pomeriggio fino a notte fonda dal veterinario…” ”Claudio, tu non hai mai avuto un cane…DUE e fa media. A posto”. Scusa da cani, me lo sono meritato.

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Questa terra vide per primo un marinaio che si chiamava Rodrigo da Triana

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New York? Ogni promessa è debito…ma poi perché? Ogni promessa è…promessa. Punto.

E a capo.

New York è una brutta bestia da raccontare per un molestatore di tastiere come me. E’ stato scritto di tutto, abbiamo visto tanto per tivvì e al cinema, il nostro immaginario è saturo di immagini, suoni, rumori di una città che è il sex-symbol della nostra cultura occidentale. Non per nulla, è nota come “Big Apple” e la mela è il frutto tentatore. La prima immagine che la nostra mente proietta sulle retine in formato Cinemascope, in sala 1, fila centrale, posto centrale, mega-cestino di mefitici pop-corn appoggiati sulle gambe è la foresta di acciaio e vetro dei grattacieli di Manhattan, celebrazione di una deferenza atavica per il grandioso, l’ossessione per l’immenso, con una tensione a proiettarsi verso l’alto, verso il divino, lontano dalla sporca terra e dai limiti umani. Eppure la Torre di Babele dovrebbe ricordarci che a volte si finisce per fare “casino” e basta. Senza andare nel lontano Oriente, anche da noi abbiamo il Colosseo a ricordarci che quei grattacieli non sono altro che l’opera di un popolo molto più giovane, che se si mettessero intorno al caminetto ad ascoltare i racconti degli anziani, praticamente parlerebbero di quello che hanno fatto ieri. Un popolo senza radici geografiche specifiche, che forse ricerca la propria identità in quelle linee vertiginose (dal basso), in quelle architetture audaci come Icaro che si lanciano in alto fino a grattare la pancia al Cielo (li chiamano “skyscraper”), in quelle dimensioni da dovere raccogliere la mascella da terra. “Avevo una casetta piccolina in Canadà…”  questo motivetto s’infila tra i ricordi dei grattacieli che ripercorro mentre scrivo, che ci volete fare? Mi piace fare un po’ di ironia e il mio cervello riesce a prendere per i fondelli anche se stesso. E comunque la casetta era in Canada, New York non è in Canada. Ma i Territori del Nord-Ovest, sì!

Va bene, pareggio, palla al centro e ripartiamo senza digressioni.

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