In altre faccende affacendato, intendo faccende di blog, mentre scrivevo di tutt’altro genere e argomento, lontano apparentemente anni luce dall’oggetto di questo scrivere, finisco intrecciato mani e piedi, pensiero, cuore e viscere nel Bolero di Maurice Ravel. Una musica che è sicuramente tra le mie più amate tanto che, nei miei passati di mediocre studente di pianoforte, volli provare a suonare con le mie mani (e sottolineo “provare”). I miei genitori e fratelli ricordano bene lo strazio dei momenti di studio e lo strazio, una volta imparato, del ripetere ad libitum quel ritmo ipnotico e magico che scorreva, ormai a memoria, tra le mie dita. Il Bolero di Ravel è Passione, quel certo brivido che avverto alla base del collo e scorre lungoluuungo verso il basso a percorrere tutta la schiena per poi generare un’onda di emozione tale da riempire ogni interstizio del mio corpo con un respiro di vita. Si espande e riempie tutto l’interno, quasi a volerlo fare scoppiare, come l’elio in uno di quei palloncini che una volta vendevano certi omini per strada. Ma non scoppia, ti innalza. Un respiro di vita, non posso definirlo diversamente: dopo che il Bolero ha percorso ossa e tessuti ho la netta impressione che prima di allora il mio corpo fosse solo…una carcassa.
Colto dal ritmo incalzante di questa magnifica musica che iniziava a martellare il cervello, ho mollato ciò che stavo scrivendo e mi sono fiondato sul Tubo a U per recuperare la scena finale del film di Claude Lelouch, Bolero (titolo originale: “Les uns et les autres”) in cui un magnifico Jorge Donn danza al ritmo delle note di Ravel. Non me ne abbia il regista, per quanto mi sia piaciuta discretamente la sua opera, questa scena vale tutto il film! Jorge Donn interpreta e danza il Bolero in un modo che commuove, fa vibrare certe corde nascoste nel nostro profondo, dimenticate durante il tran-tran quotidiano, ipnotizza l’ascoltatore/spettatore come certi incantatori di serpenti nella mistica India, lo trasporta insieme a lui e al corpo di ballo in un movimento che sconfigge la gravità e fa sembrare di poterci librare nell’aria, naturalmente, come se l’avessimo sempre potuto fare, ma l’avessimo solo dimenticato. Danza, danza e il tempo di bolero dùm dudududùm dudududùm dùm dùm dudududùm dùdudu dùdudu dùdudu
riempie lo spazio tra danzatori e spettatori come accade solo tra gli occhi di un uomo e una donna che sono innamorati ma ancora non lo sanno dire a se stessi e all’altro: seduti l’uno di fronte all’altra, ad un tavolino all’aperto, in uno scalcagnato bar di quartiere, patatine, arachidi e un liquido colorato dal gusto amarognolo , non importa cosa sia, si guardano, parlano e si sorridono. Il loro sguardo, quel particolare sorriso profondo nei loro occhi azzera lo spazio fisico, annulla la distanza, l’aria si riempie di qualcosa di impalpabile ma terribilmente fisico nella ricaduta delle emozioni. Prima o poi, le labbra si toccheranno – mi piacciono le storie con il “lieto fine”, anche se poi nella realtà non accade sempre così – ma le loro anime già si sono strette in un bacio appassionato. Con quello sguardo.
Jorge Donn ci risucchia esattamente così, come l’aria risucchiata dagli sguardi di due innamorati che non hanno ancora consapevolezza di esserlo: magnetico, fiero, ci attira tra le spire della musica con l’eleganza della danza, sublime e perentorio nel movimento, la tensione musicale in un continuo crescendo di qualità timbrica, una costante ipnotica in quel suo caratteristico ritmo, quasi come in un ossessivo rituale che ci costringe all’attenzione, a concentrarsi all’ascolto, ci inchioda prima alla melodia, poi a…a se stessi! La musica proviene da dentro, il ritmo è battito cardiaco, la melodia è respiro. Allora ci si rende conto dell’asimmetria, l’asimmetria di ritmo e melodia, l’asimmetria che pervade l’esistenza, l’asimmetria dei giorni che non si ripetono mai uguali, cede di schianto la mente analitica, abbattuta ogni barriera, ogni dubbio, ogni resistenza, ogni tentennamento, annichilisce la ragione cosciente, evoca energie nascoste e soppresse, sfocia in un finale di trionfo di ottoni, legni e archi, percussioni ataviche e potenza devastantemente liberatoria e rigeneratrice. L’ultimo rimbombo di tamburo e poi silenzio. Restiamo immobili. Ah! Ora possiamo respirare.


































